Citazioni dirette: Bashar al-Assad

febbraio 9, 2010 di sottoosservazione

Il noto giornalista americano Seymour Hersh presenta alcuni stralci di un colloquio avuto con il presidente siriano Bashar al-Assad, su temi che spaziano dalla presidenza americana al rapporto con Israele, alla questione nucleare iraniana

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Ho parlato con Bashar al-Assad, il presidente della Siria, questo inverno a Damasco. Assad ha assunto la presidenza dopo la morte del padre, nel 2000, quando aveva trentaquattro anni, e ha manifestato una certa simpatia per il presidente Barack Obama, che, come Assad, ha dovuto far fronte a un rapido “periodo di apprendimento”.

Una notazione: la trascrizione del nostro colloquio, fornita dall’ufficio di Assad, è risultata generalmente accurata, ma non ha incluso un dialogo che abbiamo avuto a proposito dell’intelligence. Un alto funzionario siriano mi aveva detto che l’anno scorso la Siria, che si trova sulla lista del Dipartimento di Stato riguardante i paesi che sponsorizzano il terrorismo, aveva rinnovato la propria condivisione dell’intelligence sul terrorismo con la CIA e l’MI6 della Gran Bretagna, dopo una richiesta di Obama che è stata recapitata da George Mitchell, inviato del presidente per il Medio Oriente. (La Casa Bianca ha rifiutato di commentare). Assad ha detto che aveva accettato questa collaborazione, e poi ha aggiunto che anche lui ha avvertito Mitchell che “se non succede niente dall’altra parte” – in termini di progressi politici – “porremo fine a tale collaborazione”.

Seguono le citazioni dalla nostra conversazione.

Il Presidente Barack Obama:

Bush ha dato a Obama questa grossa patata bollente, che ancora scotta, a livello nazionale e internazionale. Lui, Obama, non sa come prenderla.

L’approccio è cambiato; non più diktat, ma più ascolto e più riconoscimento dei problemi dell’America in tutto il mondo, in particolare in Afghanistan e in Iraq. Ma allo stesso tempo non ci sono risultati concreti …. Quello che abbiamo è solo il primo passo …. Forse sono ottimista su Obama, ma ciò non significa che io sia ottimista su altre istituzioni che svolgono un ruolo negativo o paralizzante per Obama.

Se parliamo di quattro anni, un anno serve per imparare e l’ultimo anno per lavorare alle prossime elezioni. Così, restano solo due anni. Il punto – con questi problemi complessi in tutto il mondo, dove gli Stati Uniti dovrebbero svolgere un ruolo per trovare una soluzione – è che due anni sono un tempo molto breve …. È sufficiente per una persona come Obama? Leggi il seguito di questo post »

Monod ovvero lo scacco dello scientismo

febbraio 9, 2010 di sottoosservazione

Nasceva cento anni fa il grande e discusso biochimico premio Nobel per la medicina nel 1965

di Maria Maggi

Un secolo fa, il 9 febbraio, nacque a Parigi Jacques Monod, biochimico di fama mondiale, nel 1965 premio Nobel per la medicina, assieme a François Jacob e André Lwoff.
Nel 1970 pubblicò l’opera Il caso e la necessità, divenuto presto un bestseller. In esso riassunse le sue idee sui principi teorici della scienza e sui rapporti tra conoscenza scientifica e valori umani.
La sua era una famiglia protestante della borghesia medio-alta francese. Dai genitori aveva ricevuto un’educazione con ampie basi culturali. Diplomato nel 1928, si laureò a Parigi in scienze naturali nel 1931, cominciando subito l’attività di ricercatore in biologia e zoologia.
Nel 1936 si recò negli Stati Uniti a perfezionarsi e rimase un anno al California Institute of Technology. Ritornò a Parigi nel 1937 e conseguì nel 1941 il dottorato in biologia. Ripresa la ricerca alla Sorbona scoprì il fenomeno della doppia crescita (diauxia) di colture batteriche in miscele differenti di zuccheri. Durante la guerra, dopo varie vicende, cominciò a lavorare all’Istituto Pasteur. Leggi il seguito di questo post »

«È ora di rottamare Marx e Lévi-Strauss»

febbraio 9, 2010 di sottoosservazione

Archiviamo Marx e Lévi-Strauss: per capire la società non ci servono teorie economiche o strutture parentali, ma il senso del sacro. È questo l’approdo della riflessione dell’antropologo francese Maurice Godelier – anni di osservazione sul campo in mezzo mondo, con particolare predilezione per la Nuova Guinea, medaglia d’oro del Cnr francese, direttore della Scuola di alti studi in Scienze sociali di Parigi –, che stamattina alle 10.30 alla Bicocca di Milano parteciperà con Enzo Mingione e Marinella Carosso all’incontro «Dalla “moneta di sale” all’”enigma del dono”. Esperienze di antropologia economica». Di Godelier Jaca Book, che sta per pubblicare anche Comunità, società, cultura (pagine 80, euro 8,00), ha appena dato alle stampe Al fondamento delle società umane (pagine 240, euro 28,00): dove l’antropologo teorizza che tale fondamento sia appunto il sacro.

Ma in che senso dobbiamo intenderlo, questo “sacro”, professor Godelier?
«Certo non si riduce al religioso. In Europa dicendo “sacro” pensiamo immediatamente al Dio monoteista, alla trascendenza, ma non è solo questo: il sacro fonda la società perché è il suo supporto profondo trasmesso di generazione in generazione, è quel che va al di là della vita degli individui, è ciò che consente agli individui di vivere insieme». Leggi il seguito di questo post »

Piccola Posta di Adriano Sofri

febbraio 9, 2010 di sottoosservazione

Il film su Franco Basaglia per Rai Uno – scrivo avendone vista la prima parte – è molto bello, e Basaglia era una gran bella persona. Era di parecchi anni avanti sul proverbiale Sessantotto, e gente come me che si voleva rivoluzionaria e che nel ‘68 era già adulta si lasciò sorprendere dalla scoperta che nelle case chiuse della pazzia e della prigionia, davanti alle quali si era passati tante volte voltandosi dall’altra parte, come coi bordelli, c’erano dei sepolti vivi capaci di colpo di sentire pensare e lottare. Quella meravigliosa scoperta avvenne una volta per tutte, e oggi chi si compiace dell’auge rinnovata delle esclusioni e delle reclusioni non può invocare per sè nessuna ingenuità ignoranza e buona fede. Nemmeno si dovrebbe maramaldeggiare contro i proclami di allora per cui la malattia non esisterebbe, e nemmeno la morte: non si pensava così, benché si facesse come se la malattia e la morte non esistessero, finché non se ne fu schiacciati. Leggi il seguito di questo post »

Sotto il burqa niente

febbraio 9, 2010 di sottoosservazione
GUIDO CERONETTI
Non so a che punto sia la faccenda, ma se la Francia lasciasse passare il burqa non sarebbe un atto di tolleranza, ma di resa e rinnegamento dei principii. Tollerare l’intolleranza fa vacillare le istituzioni repubblicane. Portare burqa è come mostrarsi in giro con manette ai polsi e un bavaglio sulla bocca.

-Ma io lo porto volontariamente! nessuno in famiglia me lo impone.

Sono io a volerlo. Perfino Chiesa cattolica è d’accordo, vescovi, professori… E’ atto di libertà individuale: lasciami girare in burqa!-

No. Io, legge repubblicana, nego. La legge vuole che tu la faccia la porti scoperta. Ma non basta: la legge che alla fine del XVIII sfondava le porte dei conventi di clausura e diceva alle monachine implacabilmente costrette nelle Regole delle fondatrici: «Uscite, e invece di ali angeliche indossate il paracadute della Nazione» sebbene nata nel profilo sinistro della ghigliottina, sventola ancora, e nei suoi tre oggi incruenti colori ammonitori veglia a salvaguardia del diritto delle donne di disporre di se stesse e ordina – necessariamente cogente – che il loro corpo sia libero di esporsi agli sguardi nei limiti da tutti accettati del pudore e della decenza. Se è proprio volere tuo puoi ingabbiarti nel burqa tra le mura di casa, ma in qualsiasi luogo pubblico la legge ugualitaria ti obbliga a deporlo. Leggi il seguito di questo post »

Chiesa, manovre e nuovi sospetti la partita fra Bertone e Bagnasco

febbraio 9, 2010 di sottoosservazione

di Alberto Statera

Santa Maria Goretti, contadina uccisa dodicenne nel 1902 dopo un tentativo respinto di stupro, incolpevolmente, o forse per diretta volontà dello Spirito Santo, ha fatto pullulare i sopiti complotti ecclesiali che ormai da mesi scuotono nel profondo la Chiesa romana, monarchia assoluta di tipo elettivo, nella quale “ci si morde e ci si divora”, come senza perifrasi ha lamentato il papa Benedetto XVI. Fu il 6 luglio scorso alla Ferriera di Latina che Mariano Crociata, classe ‘53, nato a Castelvetrano, ex arciprete di Marsala e vescovo di Noto, intrattenne i fedeli sul “libertinaggio gaio e irresponsabile che non è un affare privato”.

Era il primo segno, quel 6 luglio 2009, che la Chiesa, pressata dalla base, come dimostravano le mille lettere di protesta al quotidiano della Cei Avvenire, non poteva più tacere sulle rivelazioni che emergevano di giorno in giorno circa le scorribande sessuali e il libertinaggio esibito dal presidente del Consiglio, nonostante il patto di ferro siglato in altri tempi tra la Curia di Santa Romana Chiesa e l’onorevole Silvio Berlusconi, generoso interprete legislativo delle necessità ecclesiali, vuoi di ordine etico-morale, vuoi di interesse secolare, tramite i preziosi uffici del Gentiluomo di Sua Santità, don Gianni Letta. Leggi il seguito di questo post »

Napolitano ricorda il ‘56: io contro Giolitti, un errore

febbraio 9, 2010 di sottoosservazione

Quello che si potrebbe ancora riproporre, nel nome di Antonio Giolitti, è l’esigenza di un rapporto più aperto e fecondo tra politica e cultura. Ma anche, sugli esempi preziosi di serietà e misura che diede lungo la sua intera vita, di un’esigenza di moralità nella politica».

Oltre alla tristezza per aver perso un vecchio e caro amico, Giorgio Napolitano forse oggi prova soprattutto un più forte senso d’isolamento e di nostalgia «per una stagione diversa, nella quale ci si ascoltava e ci si rispettava, tutti, in qualsiasi campo ideologico militassimo». Giolitti è stato — con Giorgio Amendola — tra le «figure di riferimento» che lo hanno maggiormente segnato e «fonte d’ispirazione» dal punto di vista intellettuale e politico, oltre che per un certo stile nel modo di stare sulla scena pubblica. Segnato al punto che, per il suo esordio da capo dello Stato, il 13 maggio 2006, scelse di andarlo a trovare nella casa di piazza Cairoli, prima ancora d’insediarsi al Quirinale. Spiega adesso: «Volli fargli visita subito dopo l’elezione per condividere con lui quel momento cruciale del mio percorso dentro le istituzioni, dopo che ne avevamo condivisi insieme tanti altri, dal dopoguerra in avanti». Leggi il seguito di questo post »

Riprese da dentro il Cie di Bari. Immagini di uno stato illegale

febbraio 8, 2010 di sottoosservazione

SEMPRE PIÙ CARO È QUELL’ERMO COLLE

febbraio 8, 2010 di sottoosservazione

NEL 2010 IL QUIRINALE SPENDERÀ 228 MLN €: CIRCA 60 MLN IN PIÙ RISPETTO A 10 ANNI FA – E QUEST’ANNO SONO PREVISTI CONCORSI PER INGAGGIARE NUOVO PERSONALE (NON NE BASTANO 1879) – IN FRANCIA SI SPENDONO SOLO 112 MLN PER 1000 PERSONE E IN UK 60 MLN CON 310 DIPENDENTI…

Andrea Scaglia per “Libero”

Ed eccoci qui, signore e signori, a presentare e commentare come ogni anno i numeri relativi alle spese direttamente o indirettamente legate al nostro primo cittadino per antonomasia, che poi è il presidente della Repubblica (più che altro nel senso d’istituzione, ovviamente). Un appuntamento fisso, che mai manca di strappare una smorfia d’istintivo e anche un po’ populista fastidio. Intendiamoci, sarà pur vero – come sottolinea esultante la nota diffusa dal Quirinale – che il bilancio di previsione per il 2010 è in calo rispetto a quello degli ultimi anni, -3,5 milioni di euro se confrontato con il 2008, – 4,7 paragonandolo al 2007. E che anche il personale è diminuito.

E che, insomma, Napolitano e il suo entourage cercano di tener fede al progetto di riduzione dei costi, che peraltro negli anni avevano raggiunto livelli ingiustificabili e insopportabili. In ogni caso, sapere che la nota spese per il 2010 è stata impostata «sulla base di una richiesta di dotazione a carico del bilancio dello Stato pari a 228 milioni di euro», ecco, lascia comunque sbigottiti. Soprattutto considerando che nel 2000, il “carissimo Quirinale” – così era intitolato un servizio dell’Espresso dell’epoca – spendeva 264 miliardi di lire. Leggi il seguito di questo post »

Kibbutz da un secolo

febbraio 8, 2010 di sottoosservazione

Nasceva nel 1910 una delle principali basi sociali dello Stato di Israele

di Anna Foa

Il kibbutz, l’istituzione che ha rappresentato una delle principali basi sociali dello Stato d’Israele, compie un secolo. Bisogna anche dire che dimostra tutti i suoi anni, dal momento che è, a partire dagli anni Ottanta, in grande declino, e che i kibbutzim (plurale di kibbutz) sopravvissuti alla crisi hanno mutato radicalmente sia il loro carattere collettivistico sia il loro tipo di produzione.
Per risalire alle origini del kibbutz, bisogna tornare all’inizio del XX secolo, non al contesto europeo da cui è uscito il progetto sionista di Herzl, ma a quello russo:  a fine Ottocento, circa cinque milioni di ebrei, privi di possibilità di emancipazione politica, ristretti nelle possibilità di movimento, sottoposti a ondate di pogroms sanguinosi. All’ondata di violenze che avevano colpito le comunità ebraiche dopo l’assassinio dello zar Alessandro ii nel 1881, gli ebrei avevano risposto con l’elaborazione di un progetto di rinascita nazionale in terra d’Israele, appunto il sionismo. Leggi il seguito di questo post »