sequenza

gennaio 27, 2012

Quando non c’era memoria ma solo trauma

gennaio 27, 2012

Anna Foa per “L’Osservatore Romano

Controfigure è una raccolta di racconti di Jadwiga Maurer — a cura di Laura Quercioli Mincer (Firenze, Giuntina, 2011, pagine 213, euro 14) — una scrittrice polacca che vive negli Stati Uniti e scrive in polacco, ignota ai lettori italiani perché di lei era stato finora tradotto solo un racconto.

Jadwiga nasce in Polonia, a Kielce, nel 1932, in una famiglia di intellettuali ebrei al tempo stesso molto vicini al mondo della cultura ebraica e molto identificati con la patria polacca. La sua famiglia riesce a sfuggire alla sorte che le è riservata attraverso l’uso di «documenti ariani» e, come suggerisce la curatrice del libro, anche grazie «a una rimozione quasi totale del proprio passato, all’assunzione di biografie e fedi religiose posticce».

Dopo aver passato un anno a Kasimierz, il quartiere ebraico di Cracovia già sgombrato dei suoi ebrei, nel 1944 la famiglia Maurer cerca di trovare rifugio in Ungheria, con l’aiuto dell’organizzazione clandestina Zegota. Bloccati dagli eventi in Slovacchia, riescono a nascondervisi, e Jadwiga riesce anche a frequentare la scuola in un convento di monache francescane.

Di lì, alla fine della guerra, i Maurer si trasferiscono a Monaco di Baviera. La scelta, anche se potrebbe sembrare strana, aveva una sua logica: la Polonia era assai ostile agli ebrei, tanto che nella stessa città natale di Jadwiga, Kielce, ci fu nel 1946 un sanguinoso pogrom a opera dei polacchi. Invece Monaco, nella Germania occupata dagli americani, era un luogo dove nell’immediato dopoguerra i pochi ebrei che vi si stabilirono potevano usufruire degli aiuti dell’Unrra (l’organizzazione umanitaria internazionale che si occupava degli aiuti ai profughi) e condurre una vita con una parvenza di normalità, in attesa di emigrare in Palestina o negli Stati Uniti.

I racconti sono ambientati nel convento slovacco, a Monaco, e negli Stati Uniti, dove l’autrice finisce per trasferirsi e dove insegnerà letteratura polacca in varie università. L’ambientazione, pur così legata alla sua autobiografia, non ne fa tuttavia dei testi autobiografici, ci tiene a sottolineare l’autrice. Certo, l’io narrante, nella forma prima della bambina poi della giovane studentessa, è talmente forte e caratterizzato da dare l’idea di un percorso autobiografico. Il personaggio è complesso, ironico e autoironico, profondo e distaccato, intimamente segnato dall’esperienza passata, dal nascondimento e dalla Shoah, anche se tutto ciò è espresso in un linguaggio asciutto e antiretorico, mai lamentoso.

Molte storie, molti personaggi suscitano la nostra attenzione, destano la nostra curiosità. Bellissimi i racconti sulla vita della protagonista a Monaco. In La doppia vita, la sua giornata è divisa fra la frequentazione del gruppo di giovani della mensa, ebrei per lo più polacchi, reduci dai campi, con il numero tatuato sull’avambraccio, e quella dei tedeschi suoi compagni d’università.

Destinato in quel contesto al fallimento è il tentativo di mescolare i mondi, sollecitato da un professore che vuole dedicarsi al dialogo con gli ebrei, e spera che la giovane studentessa ebrea possa farsene tramite: due studenti tedeschi, con cui la protagonista passa lunghe ore a discutere di letteratura e di filosofia, saranno invitati a un ballo dei profughi. Ma nulla ne verrà fuori, ovviamente. La sensazione è quella di una sorta di vita sospesa, sia per la protagonista che per i profughi: «Il tempo riposava, si era acquattato chissà dove, era irraggiungibile. Sembrava che si fosse esaurito insieme alla guerra e alla catastrofe, e che non fosse più responsabile per il suo scorrere. Si era inceppato, punto e basta. Cominciai a pensare che il tempo avrei dovuto spingerlo io». La sua sensazione è che i sopravvissuti abbiano oltrepassato una soglia, che la morte non possa più coglierli.

L’identificazione con la Polonia è un tema dominante del percorso della protagonista, un amore per la patria polacca di cui si sentiva parte fin da bambina e di cui continua a sentirsi parte anche negli Stati Uniti. La Polonia dei pogrom del 1945 è ormai diventata quella dell’antisemitismo dello Stato comunista. E quando un professore antisemita giunge all’università inviato dalla Repubblica Popolare Polacca, la protagonista si domanda chi sia, quale sia la sua origine, dal momento che è anche lui passato da un convento. Era, probabilmente, un altro orfano ebreo, che la sorte aveva avviato a un percorso diverso dal loro.

Molto belli anche i racconti ambientati nel convento slovacco in cui la protagonista bambina è accolta e in cui si immedesima nel mondo in cui si trova tanto da proporsi di diventare santa. Prega, legge libri di devozione, fino a capire che non vi riuscirà. La fine della guerra la proietterà nuovamente nel suo mondo.

Nelle pagine di questi racconti sfilano personaggi diversi, tutti un po’ sospesi, in quel dopoguerra in cui il destino di quanti tornano dal campo è ancora segnato non dalla memoria, che ancora non c’è che a sprazzi, ma dal trauma. E in cui gli altri stessi, i non ebrei, si muovono nel migliore dei casi un po’ a vuoto tra la buona volontà e l’incapacità di esprimerla. Un angolo visuale, quello del “dopo”, non troppo utilizzato nella letteratura sulla Shoah, ma che si rivela qui utile anche alla comprensione del “prima”. Quel prima che resta sullo sfondo, nel rumore, che la protagonista ode quotidianamente dal suo convento in Slovacchia, dei treni piombati che nel 1944 portavano gli ebrei ungheresi ad Auschwitz.

Ma l’Olocausto non è misura di tutte le cose

gennaio 27, 2012

Abraham B. Yehoshua

Dobbiamo ricordarci che il fatto di essere stati vittime non è sufficiente a conferirci uno status morale

Abraham B. Yehoshua, da “La Stampa

Abraham Yehoshua riceve oggi alla Scuola Normale Superiore di Pisa il diploma di Perfezionamento honoris causa in Letteratura contemporanea. Nell’occasione pronuncerà una lectio (rielaborazione del suo Elogio della normalità , ed. Giuntina), di cui qui anticipiamo uno stralcio. Dello scrittore israeliano è da poco uscito per Einaudi il romanzo La scena perduta .

Pur caricandoci di un grande peso, l’Olocausto ci pone di fronte a delle sfide chiare. Come figli delle vittime, ci incombe l’obbligo di enunciare al mondo alcuni insegnamenti fondamentali.

Il primo è la profonda repulsione per il razzismo e per il nazionalismo. Abbiamo visto sulle nostre carni il prezzo del razzismo e del nazionalismo estremisti, e perciò dobbiamo respingere queste manifestazioni non solo per quanto riguarda il passato e noi stessi, ma per ogni luogo e ogni popolo. Dobbiamo portare la bandiera dell’opposizione al razzismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Il nazismo non è una manifestazione solamente tedesca ma più generalmente umana, di fronte a cui nessun popolo, e insisto, nessun popolo è immune. [...]

Ma gli anni che sono passati da allora ci provano purtroppo che manifestazioni naziste sono possibili anche tra altri popoli. Gli orrori presenti non hanno toccato i vertici della seconda guerra mondiale, ma gli avvenimenti del Biafra, del Bangladesh o della Cambogia non sono poi così lontani dalla violenza del massacro nazista.

Noi, in quanto vittime del microbo nazista, dobbiamo essere portatori degli anticorpi di questa malattia tremenda, da cui ogni popolo può essere affetto. E in quanto portatori di anticorpi dobbiamo anzitutto curare il rapporto con noi stessi.

Dobbiamo inoltre fare attenzione a non perdere il senso della misura, e a non misurare tutto in rapporto all’Olocausto. Poiché dietro di noi c’è una sofferenza così terribile, potremmo essere indifferenti a ogni sofferenza meno violenta della nostra. Chi ha molto sofferto può non rendersi conto del dolore degli altri, e questo è un comportamento del tutto naturale. Come alfieri dell’antinazismo dobbiamo acuire la nostra sensibilità, e non diminuirla. Perché dobbiamo ricordarci che il fatto di essere stati vittime non è sufficiente per conferirci uno status morale. La vittima non diventa morale in quanto vittima. L’Olocausto, al di là delle azioni turpi nei nostri confronti, non ci ha dato un diploma di eterna rettitudine. Ha reso immorali gli assassini, ma non ha reso morali le vittime. Per essere morale bisogna compiere degli atti morali; e per questo affrontiamo degli esami quotidiani.

Ho già detto che l’Olocausto può condurre l’uomo a un atteggiamento di disperazione nei confronti del mondo. È del tutto naturale non avere fiducia nell’uomo e nei suoi atti dopo un’esperienza del genere. Noi, figli delle vittime, possiamo esprimere la nostra delusione con un vigore raddoppiato. Ma dobbiamo ricordare che la sfiducia nel mondo è proprio un atteggiamento tipico del nazismo. Il nazismo è nato anch’esso dalla sensazione che il mondo è nella sua essenza privo di valori, che non si può sperare nulla di buono dall’uomo, e che gli unici valori che hanno un peso sono la forza e l’astuzia. Chi, in seguito all’esperienza dell’Olocausto, arriva a una conclusione nichilista, dà paradossalmente ragione alle tesi naziste. Non è cosa facile nutrire speranza e fiducia nell’uomo dopo l’Olocausto, ma se vogliamo essere coerenti nel nostro antinazismo dobbiamo fare nostra questa sfida.

Quando esaminiamo quello che è avvenuto e ci domandiamo meravigliati come sia potuto avvenire, siamo costretti a riconoscere quanto scarsa e povera fosse la nostra conoscenza delle atrocità durante la guerra. Ci chiediamo spesso come sia stato possibile che una parte consistente del popolo (compresa la colonia ebraica in terra di Israele) fosse all’oscuro di quanto avveniva nell’Europa occupata. E se avessimo saputo quello che avveniva laggiù, forse avremmo potuto essere più utili. Il problema della chiusura dei canali di comunicazione non è solo un problema oggettivo di una situazione imposta da un ferreo regime totalitario, preoccupato di nascondere le proprie atrocità agli occhi del mondo: la chiusura di questi canali ha anche origine da un rifiutointerno di sapere quello che avviene, il rifiuto di scavare dietro ogni briciola di notizia che potrebbe fornire un quadro più chiaro degli avvenimenti. L’importanza della comunicazione umana, l’apertura dei canali di comunicazione, lo sviluppo della stampa e di altri mezzi di comunicazione, sono uno degli insegnamenti chiari di quel periodo. E mi pare che il mondo dopo l’Olocausto, il mondo occidentale, lo abbia capito bene, e cerchi per quanto è possibile di assicurare una situazione in cui l’occultamento e la soppressione delle notizie non siano più possibili. [...]

E per finire, l’esperienza dell’Olocausto in quanto esperienza prettamente ebraica ha un significato perenne per tutta l’umanità. Anche tra molti anni si continuerà a studiare quel periodo, perché gli eventi di quella guerra tremenda hanno esteso il concetto di uomo, il ventaglio delle sue possibilità. Quella guerra ci ha insegnato cose che non conoscevamo sulla natura dell’uomo. Il concetto di uomo non è più lo stesso di prima, nel bene e nel male. Riusciamo a capire meglio l’uomo, dopo l’Olocausto. E’ vero, abbiamo sempre saputo che l’uomo è capace di compiere il male più efferato e il bene più straordinario; ma nonostante questo l’Olocausto ci ha svelato un nuovo abisso di male a cui l’uomo può giungere, ma anche la forza della sua resistenza. Degli scheletri ambulanti nei campi di concentramento, che da un punto di vista biologico dovevano quasi considerarsi come morti, davano ancora delle prove di moralità, dividendo con gli altri l’ultimo pezzo di pane che restava.

Dalla disperazione più tremenda può perciò nascere anche la speranza. Noi che siamo stati lì, e che ne siamo usciti, possiamo e secondo me dobbiamo alzare il vessillo della fede nell’uomo.

Fede e scienza dentro il tunnel

gennaio 27, 2012

Bosone di Higgs

Paolo Viana per “Avvenire

Peter Higgs, che ha “inventato” l’inafferrabile bosone, non sopporta che lo chiamino “la particella di Dio”, eppure all’interno del Lhc, il grande acceleratore del Cern che sta dando la caccia alla particella più sfuggente dell’universo, molto parla del Creatore. A maggior ragione da quando il centro europeo di ricerca nucleare è diventato la méta di uomini di chiesa. Una visita privata, quella organizzata ieri dal fisico italiano Ugo Amaldi, destinata ad aprire un dialogo tra due mondi che, a centinaia di anni dal processo a Galileo e malgrado gli sforzi di revisione storica, ancora si guardano con sospetto.

«Per tanto tempo, la Chiesa è stata alma mater della scienza – raccontava il cardinale Camillo Ruini uscendo dal tunnel sotterraneo del Large Hadron Collider –; da Galileo in poi si è registrato un grave ritardo, ma nel contrapporre scienza e fede c’è stata una forzatura, sottolineando le distanze e non le sinergie». Se si considera che il sincrotrone di 27 chilometri realizzato da venti Paesi per scoprire l’origine della materia e confermare o smentire il Modello Standard su cui si regge la fisica delle particelle, costituisce l’opera scientifica più grande del mondo, la visita del Comitato per il progetto culturale della Cei, accompagnato dal rappresentante della Santa Sede presso l’Onu, monsignor Silvano Tomasi, rappresenta un passo “esplorativo” di una certa importanza.

E suggestivo: «In questi grandi laboratori – ha commentato monsignor Ignazio Sanna, teologo e arcivescovo di Oristano – si sente la ricerca di un contatto primordiale con il Creatore che portò alla costruzione delle grandi cattedrali cattoliche. L’esperienza di tanti giovani di tante nazionalità che lavorano insieme è un grande esempio di pace». E commovente: «Vedere di cosa sia capace l’uomo – ha ammesso il cardinale Angelo Scola – è un clamoroso segno di speranza». E incoraggiante: «I giovani che lavorano con Fabiola Gianotti sul bosone di Higgs – ha proseguito l’arcivescovo di Milano – hanno una media di 28 anni e questo ci dice che i ragazzi hanno ancora il senso del rischio legato alla passione per il sapere.

Dobbiamo incontrarli dove vivono i loro interessi». Una giornata a cento metri di profondità, tra macchine costruite per riprodurre il vuoto lunare e il freddo cosmico, apparecchi che creano il “fluido perfetto” e rilevatori in grado di scattare ad ogni secondo milioni di fotografie alle particelle elementari. Ruini e Scola, Tomasi e Sanna, il paleoantropologo monsignor Fiorenzo Facchini e il demografo Gian Carlo Blangiardo, i filosofi morali Francesco Botturi e Paola Ricci Sindoni, la preside di Psicologia della Cattolica Eugenia Scabini, il giurista Francesco D’Agostino, il filosofo Sergio Belardinelli e il direttore di Tvsat 2000 Dino Boffo si sono confrontati con la culla del naturalismo, interrogandone la struttura ancipite.

A guidarli Amaldi, anch’egli membro del comitato, uno dei più noti fisici italiani, già coordinatore di un esperimento del Lep e da un ventennio impegnato con la fondazione per adroterapia oncologica Tera, a trasferire il know how del Cern nella lotta contro i tumori (l’ultimo nato è il centro Idra pediatrico): «Uno scienziato – ha spiegato – può interpretare la realtà esclusivamente attraverso il dato naturale, relegando l’uomo in un ruolo marginale, oppure può credere che esista un Creatore che mantiene nell’essere la natura com’è, creata e libera di evolversi, affinché vi si sviluppino forme di intelligenza sempre più complesse, fino alla condizione umana che è abitata dal libero arbitrio e dall’anima.

Questa visione non è in contrasto con il metodo scientifico: purtroppo la nostra società è imbevuta di questo naturalismo che afferma che tutto è solo natura, mentre il naturalismo aperto al trascendente ha un minore appeal». Riflessioni di spessore filosofico e teologico su cui il Comitato sta discutendo. «Noi cristiani abbiamo sempre parlato di liber naturae e di liber scripturae – ha detto Scola – e San Paolo sosteneva che i Romani non potessero essere giustificati perché avrebbero dovuto riconoscere la presenza di Dio dal creato».

Il porporato ha parlato anche di un “ripensamento” teologico sulla base della «trama meravigliosa dei risultati che queste scienze ci danno; diversamente, il tentativo di relegare Cristo al di fuori del creato risulta facile», giungendo ad auspicare «una teologia meno separata». Per Ruini «nulla implica che lo studio della natura precluda una dimensione diversa. Tommaso d’Aquino introdusse il concetto di media via per risolvere la grande questione del rapporto tra il cristianesimo e il pensiero aristotelico. Tommaso è ancora attuale. Aggiungo che le scienze aiutano gli epistemologi e i filosofi a studiare il funzionamento dell’intelligenza umana, come mi insegnava Bernard Lonergan».

A due passi, il direttore della ricerca del Cern Sergio Bertolucci: «Scienza e fede sono mosse dallo stesso desiderio di ricerca», ha assicurato. Poi tra il serio e il faceto: «Al Cern non produciamo atei».

QUEL MONDO DI MASCHERE AMATO DA PIRANDELLO

gennaio 27, 2012

La fortuna del maestro apprezzato anche da D´Annunzio all´inizio del Novecento, dal teatro alla letteratura. È continuo il contatto con l´espressionismo tedesco grazie al mecenate prussiano Franz Rose. Ha assorbito dai grandi autori del secolo scorso il tema del doppio, l´enigma dell´essere e dell´apparire

Carlo Alberto Bucci per “la Repubblica”

Nell´autoritratto del 1909 Adolfo Wildt fa aderire al proprio viso due sue ossessioni: la maschera e il dolore. Maschera del dolore è il titolo della raffinatissima scultura in marmo, icona dolente che diventa manifesto e sintesi di più linguaggi: l´arte, il teatro, la letteratura. E, attraverso una maschera vera e propria, non nell´accezione teatrale ma funeraria, l´artista sfida la morte.
Del resto, è con il titolo de La vedova che nel 1893 Wildt, 25enne, aveva esposto a Milano il ritratto della moglie Dina, anche lei raffigurata dal marito, che si fece passare per morto, attraverso un travestimento: quello della fedele schiava di Nerone Atte, che è l´altro titolo della scultura presente in due versioni, in marmo di Candoglia e di Carrara, alla grande antologica aperta a Forlì.
Uomo schivo, ossuto come i suoi personaggi virili, nato da una famiglia povera di Milano e cresciuto a bottega tra gli strumenti umili dello scultore, rimanendo tutta la vita legato alla dimensione spirituale e manuale dell´artista, Wildt ha assorbito dalla letteratura contemporanea il tema del doppio, l´enigma dell´essere e dell´apparire. E l´ha affidato alla figura arcaica della maschera. Dalle forme del teatro  giapponese sembra ad esempio derivare l´Idiota, in cui manca la parte del labbro inferiore e del mento a causa di un taglio netto, voluto, della scultura, come a sottolineare la funzione di oggetto scenico. L´opera fu comprata da Gabriele D´Annunzio nel 1925, stesso anno in cui Luigi Pirandello commissionava allo scultore milanese le maschere dei Sei personaggi in cerca d´autore. Wildt amava il teatro, l´opera soprattutto. E almeno due drammi di Wagner sono citati nei sui lavori: la Venusberg del Tannhäuser nel gruppo marmoreo di Pallanza; e il Parsifal nella sua ultima scultura, il Puro folle, esposta alla Quadriennale romana del 1931, anno della morte.
In contatto continuo nei primi anni del Novecento con la cultura tedesca grazie al contratto di esclusiva con il mecenate prussiano Franz Rose, Wildt ignora la matrice esotica dell´espressionismo tedesco e francese. Le orbite vuote non le desume dalle maschere africane. Ma le ottiene seguendo un principio di svuotamento del corpo dall´interno, secondo un “per via di levare” michelangiolesco della scultura che lo porta a fermarsi al limite estremo: quello della pelle, ossia la maschera. E se guarda alla plastica berniniana, oltreché a quella ellenistica e alla gotica, è per aprire attraverso la bocca la scultura alla vita: per far entrare la luce seguendo la via cava degli occhi.
Eseguiti mai dal vivo e sempre attraverso foto in bianco e nero che esaltano il chiaroscuro risentito, anche i visi di Mussolini, di Toscanini, della Sarfatti sono ritratti in (forma di) maschera. Ed esplicitamente lo è quello di Mariuccia Chierichetti del 1921, tramandato dalla rivista Emporium, o la Maschera di Cesare Sarfatti. Potenza evocativa ed allegorica di questa seconda, altra faccia era apparsa del resto, nel 1919, attraverso le maschere, nel monumento funebre del pittore Aroldo Bonzagni al Cimitero monumentale di Milano, raffiguranti Ironia, satira e dolore: tre volti “parlanti” quanti se ne contano nelle Maschere del dipinto del 1921 di Felice Casorati, pittore ammirato da Wildt. E due maschere appaiono in quella sorta di Giano bifronte che è Carattere fiero / anima gentile del 1912, dove lo scultore milanese contrappone i due aspetti della sua arte: la natura virile, sofferente; e quella femminile, luminosa e felice, anche se dotata delle micidiali trecce di un´altra maschera: Medusa.

Diritti Globali

Densmore racconta i Doors: “Quegli anni racchiusi in un inedito”

gennaio 27, 2012

Jim Morrison

Il batterista della leggendaria band parla dell’edizione celebrativa di “L.A. Woman” che esce lunedì. La raccolta è arricchita da “She smells so nice”, una traccia ritrovata su un vecchio nastro e mai incisa

Ernesto Assante per “la Repubblica

Quaranta anni fa usciva L. A. Woman, ultimo dei sei leggendari album registrati dai Doors nei cinque, tumultuosi, travolgenti anni della loro carriera, interrotta nel 1971 dalla morte del frontman, il cantante Jim Morrison. Bruce Botnick, produttore del disco originale, era al lavoro sull’edizione celebrativa del disco, che verrà pubblicata lunedì prossimo, quando ha trovato, casualmente, un nastro con un brano che la band aveva inciso e mai pubbblicato, She smells so nice. Un brano inedito dei Doors, il primo dopo quarant’anni, con Jim Morrison e i suoi compagni, Ray Manzarek, John Densmore e Robbie Krieger, che improvvisano in studio su una traccia blues, un brano scartato all’epoca che oggi diventa un prezioso reperto storico.

Morrison morirà pochi mesi dopo, a Parigi, ma la sua voce è ancora ricca di fascino e la band suona con una magica sintonia. “È stato emozionante riascoltare questa registrazione”, dice John Densmore, batterista dei Doors, “un clamoroso salto indietro nel tempo. Non ricordavo l’esistenza di questa canzone, ma non è una cosa strana, perché quando eravamo in studio suonavamo moltissime cose nuove, si improvvisava parecchio, noi tre iniziavamo a suonare sulle tracce di un blues e Jim cantava, recitava le sue poesie, creava seguendo l’estro del momento”. Densmore è il fiero difensore dell’integrità artistica di quanto i Doors hanno prodotto nei pochi anni della loro vita. Ha sempre rifiutato il permesso di usare la musica dei Doors negli spot pubblicitari (“Sarebbe un modo di tradire tutti i motivi per i quali i Doors erano nati e hanno fatto la loro musica”) e ha addirittura fatto causa agli altri due componenti, Ray Manzarek e Robbie Krieger, perché non usassero il nome della band durante i loro concerti ed ha sempre rifiutato di tornare in scena con loro: “Se torna anche Jim lo faccio anche io. Ma Jim è morto e i Doors erano i Doors con lui, non senza di lui”.

“L. A. Woman” è il capitolo finale della vostra avventura musicale. Ed è arrivato in un momento difficile della vita di Morrison.
“Era difficile per tutti. Ma era complicato soprattutto quando non eravamo in studio. Jim era esaurito, beveva troppo, era difficile da tenere sotto controllo. Mentre registravamo il disco facemmo due concerti e nel secondo, nel dicembre del 1970 a New Orleans, Jim crollò sul palco, fu l’ultima volta che suonammo dal vivo. Ma quando eravamo in studio le cose erano completamente diverse, suonare insieme era una gioia assoluta”.

Ha detto diverse volte che si tratta del suo disco preferito dei Doors.
“Si, perché è quello che riflette meglio quello che eravamo davvero. Gli altri dischi erano più strutturati, dopo il primo album eravamo entrati in una fase in cui cercavamo anche noi di fare il nostro “Stg. Pepper”. Quando decidemmo di lavorare a “L.A. Woman” volevamo invece tornare alla semplicità. Oltretutto gran parte del disco lo registrammo nel nostro studio, il Doors Workshop, dove Bruce Botnick portò un registratore portatile, e tutto fu in presa diretta. Suonavamo per ore, ci divertivamo ancora, She smells so nice è uscita da una di quelle session”.

Lavoravate in completa libertà.
“Si, non ci preoccupavamo della tecnologia ma solo dell’intensità, della creatività, della musica. Lavorare in questo modo ci portò ad essere più minimali, a credere fortemente in quello che facevamo e tutto questo rese il disco migliore. Non avemmo bisogno di registrare i brani troppe volte, non ci furono sovraincisioni”.

Com’era suonare con i Doors?
“È ovvio se le dico che era fantastico, come potrei dire il contrario? C’era tra noi un equilibrio magico, e soprattutto c’era Jim. Era un poeta, prima di lui nessuno ha scritto dei testi di così grande forza. E i testi di L.A. Woman sono incredibili, basta ascoltare ancora Riders on the storm. Jim era un personaggio unico e difficile, ma proprio questa sua unicità, assieme al nostro modo di pensare la musica, ci rendeva diversi da tutti gli altri”.

Il cuore del disco era tutto nel blues.
“Si, era la musica che amavamo tutti, il nostro rock nasceva da li, ci identificavamo con quelle storie di dolore, emozione, perdita, speranza, erano le cose che risuonavano per noi e per un’intera generazione”.

Oggi il blues non è più molto di moda.
“Non creda, non è così. Il blues è dovunque, anche se in forme differenti. È la base di tutta la musica moderna, e dagli anni cinquanta in poi, con il rock, è entrato nella cultura popolare in tutto il mondo. Non è mai scomparso, e tornerà ancora”.

I rapporti con gli altri due componenti della band oggi non sono molto buoni.
“No, non lo sono, ed è un peccato. Non ci troviamo mai insieme. Ma sto scrivendo un libro di memorie, nel quale dico ancora che sono in debito con tutti loro per le cose belle che ho avuto dalla vita”.

Ha nostalgia per quei tempi?
“Non mi piace pensare solo al passato, e poi il passato non torna, mai, per nessuno. Detto questo ho molta nostalgia per la passione di quegli anni, per l’entusiasmo, l’energia, per la voglia di fare cose incredibili che avevano tutti. E, come si dice in questi casi, se dovessi ricominciare rifarei tutto allo stesso modo”.

Scontrosa tenerezza di Buzzati. Le confessioni di sua moglie

gennaio 27, 2012

Dino a Almerina Buzzati

A quarant’anni dalla morte del grande giornalista e scrittore la moglie Almerina ripercorre la loro vita in comune. Storia di «Un amore» che superava gli ostacoli

Daniele Abbiati per “il Giornale

La «sposa bambina», 45 e rotti anni dopo il matrimonio è ancora bambina. Treccia nera fino ai lombi, golfino di lana, gonna lunga stile anni ’70, scarpe-pantofole leggere, da bambola. E un sorriso in cui potresti riconoscere la compagna del liceo, fra ammissione di colpa e complicità, come per dire: «Visto? Te l’ho fatta di nuovo».

La «sposa bambina» fa rima in «ina», perché è Almerina, ovvero la signora Buzzati. Per parlare di Dino, dopo l’intervista telefonica della scorsa, banale, stupida, offensiva, eppure piacevole (nella vita, gli estremi spesso si toccano) ricorrenza del 2002, l’ho chiamata con qualche giorno di anticipo. E lei ha risposto: «Certo, va bene, facciamo domani pomeriggio, sul presto».

È presto, infatti, e il sole inonda i quadri («quando lui se n’è andato, avevo solo questo (il famoso Duomo dolomitico), gli altri ho dovuto ricomprarli, la Mondadori mi ha aiutato» e scocca il primo sorriso che le strizza il viso e il cuore), i mobili, i tappeti, la cassapanca che custodiva i diari di «lui», intoccabili fino alla morte, e che lei, pochi giorni dopo il commiato del 28 gennaio 1972, caricò in macchina per fuggire a Cortina e leggere, leggere furiosamente tutto. Per scoprire, finalmente, il rovescio della medaglia del suo uomo.

Il salotto della bellissima casa milanese non è un salotto, è un teatro di posa dove Almerina recita a soggetto, cioè assapora la sua perenne storia d’amore.

«Lui si metteva lì, a scrivere o a dipingere, sul tavolo. E io qui, sul divano, dandogli le spalle, a cucire (e si sdraia mettendo i piedi sul bracciolo opposto, con l’agilità di un’adolescente). Tornato dal Corriere, verso le 9 di sera, era capace di lavorare fino alle 4 del mattino. E quando veniva gente a cena, Soavi, Afeltra… stessa cosa. Noi si chiacchierava, seduti in poltrona, e lui ci faceva compagnia, ma senza aprir bocca, con la macchina per scrivere sulle ginocchia, a picchiare sui tasti».

Dino è qui, con i capelli a spazzola, la camicia bianca, la cravatta scura. E, come sempre, tace, nascosto dietro lo sguardo languido dei suoi cagnoni, gli occhi bistrati delle sue modelle, le sue montagne baciate dal tramonto. Tace, Dino, ma annuisce, ascoltando la voce argentina, e guardando lontano, ben oltre i Giardini Pubblici, fino alla Torre Velasca, dall’alto del decimo piano e del cielo.

«Lo conobbi nel ’62, ’63. Mi aveva mandato il capo fotografo del Corriere a fargli una foto con un ragazzo che aveva vinto una borsa di studio. Una cosa così… Poi, abitava ancora in viale Majno con i suoi, mi presentò in casa. C’era anche la Maria Pezzi, la mia amica Maria».
Maria, «l’altra», in teoria. Non in pratica.

«Maria era sua amica (mi fissa con gli occhi chiari, non so se più ridenti o più commossi)… L’ha aspettato per tutta la vita… Poi, quando sono arrivata io, ha capito».
Ha capito che Almerina era quella giusta per il loro comune «lui». La sua freschezza infantile, la sua spontaneità, erano qualità perfette nel bilanciare il peso delle ombre che gravavano sull’austrungarico tedio senza il quale non avremmo avuto né Il deserto dei Tartari né Un amore, né le decine, centinaia di racconti dove l’imprevisto flirta con la normalità, la fantasia si concede al dovere.

«Guai a chi mi tocca la Maria, ancora adesso… Invece la madre… La madre (e questo, di sorriso, ha una punta di risentimento) era una… si può dire, no? Bigotta. Verso i diciott’anni… diciott’anni dico… un giorno Dino le chiese: “Mamma, posso non venire più?”. E lei: “Se non vuoi venire, non venire”. Parlavano della messa della domenica, pensi un po’! No, lui non era credente. Però ha fatto da padrino al battesimo della figlia di Afeltra, per amicizia».
Adesso tornano in libreria, dopo tanto, troppo tempo, I miracoli di Val Morel, dove la forma narrativa dell’ex voto s’accoppia all’erotismo sadico, alle fantasmagoriche incursioni nell’orrore (altro che le innumerevoli, e molto presunte, provocazioni marchettisticamente blasfeme dei nostri giorni). E Almerina commenta così, secca, con laica ironia: «Del resto Santa Rita da Cascia è la santa dei miracoli impossibili…».

Nemmeno un miracolo, invece, avrebbe concesso a lei la grazia di leggere Dino prima del suo addio.
«Me lo proibiva. Probabilmente non voleva contagiarmi con le sue inquietudini… Ma era proprio inflessibile. Anche per gli articoli, sa, per gli elzeviri! Tutte le mattine ci portavano il Corriere.

Allora lui apriva la porta, lo ritirava, tagliava la pagina dove c’era il suo pezzo e mi consegnava il giornale».

Dino annuisce ancora, mi par di intuire. Però dalla finestra-palco sullo spettacolo insolitamente limpido, alpino, della città, va in un’altra stanza, molto piccola, il sancta sanctorum del suo fervore creativo. Lo seguiamo.
«Azzurra, cara, vieni (Azzurra è quasi nera, una micia bellissima, anche se le manca una zampa). L’ho salvata a Cortina tre anni fa, l’avevano investita… Ecco, guardi, in questi scaffali ci sono i suoi libri più cari (Nietzsche in tedesco, Arthur Rackham, i classici russi che erano i suoi preferiti)».

Ma un grande ritratto della madre ne ostruisce la vista. Allora Almerina prende il quadro e lo deposita a terra.
«Adesso stai qui, tu, e non dare fastidio».

Sovraeccitati contro la noia

gennaio 27, 2012

Guido Vitiello per “Il Corriere della Sera

Un nuovo Flaubert che volesse censire i luoghi comuni del nostro tempo dovrebbe far caso a una domanda che ricorre come un ritornello in televisione, sui giornali, ovunque: «Che cosa prova in questo momento?». La si rivolge indifferentemente al superstite di un disastro navale e alla reginetta neocoronata di un concorso di bellezza, alla madre cui hanno ucciso il figlio un’ora prima e alla concorrente cacciata da un reality. La risposta, per lo più, è: «Un’emozione fortissima». E allora, come in un rito spiritico, dietro il tendaggio delle immagini televisive fa capolino il fantasma dell’autenticità: le lacrime, le grida, il cuore in gola stanno a garanzia che qualcosa è accaduto di vero e di vivo. Ai moralisti nostri contemporanei questo botta e risposta offre un’occasione di più per biasimare un giornalismo frivolo o sciacallesco. Ma un antropologo catapultato da Marte penserebbe più prosaicamente che i popoli della Terra hanno lo strano bisogno di sottoporsi a un continuo check- up emotivo per assicurarsi di essere vivi.

Christoph Türcke non viene da Marte, più banalmente dalla Bassa Sassonia, ma il suo libro La società eccitata (Bollati Boringhieri) ha il merito di porsi domande che si porrebbe qualunque marziano di buon senso. Perché leggerlo in Italia? Perché la sovraeccitazione è il filo che lega eventi tragici e farseschi. La telefonata che sta ipnotizzando in questi giorni il nostro Paese tra il capitano fellone della nave Costa — semi-affondata a pochi metri dall’isola del Giglio — e il comandante modello, come la telefonata-scherzo che, nel 1990, annunciava a Sandra Milo che il figlio era in fin di vita all’ospedale («Ciro!» urlò lei disperata, in diretta). Nelle prime pagine Türcke cita una freddura che circolava negli anni Sessanta a proposito di un rotocalco avido di sangue e sciagure: «Bild è stato il primo a parlare con il cadavere». Se oggi la battuta ci fa meno ridere, è perché il sensazionalismo non è più affare di gazzettini scandalistici, detta legge a tutto il sistema dei media: è l’unica via per penetrare «nel sensorio ipersaturo di stimoli dei contemporanei». Neppure è un’esclusiva dell’informazione: la ricerca dello shock, dell’emozione violenta, in una parola della «sensazione», Türcke la vede all’opera nella pubblicità e nell’intrattenimento, nella pratica del piercing e nelle stragi più insensate, tra i tossicomani e i fondamentalisti. Non si salvano neppure gli intellettuali, che per trapassare la corazza protettiva di un pubblico assuefatto procedono a colpi di slogan e aforismi puntuti.

La società moderna vive uno stato di eccitazione perpetua, febbrile, s’intossica di stimoli senza curarsi di dar loro un senso. Il tema non è nuovo, ma oggi è inaggirabile. Vent’anni fa il sociologo Gerhard Schulze aveva scritto un libro, Die Erlebnisgesellschaft, su una «società dell’esperienza» in cerca della sensazione forte fine a sé stessa, e ben prima c’erano state le pagine di Georg Simmel sul bombardamento sensoriale della metropoli e quelle di Walter Benjamin sullo shock come forma dell’esperienza moderna. Certo, c’è tedesco e tedesco. A differenza di Benjamin e delle sue folgorazioni aforistiche, Türcke tende più al tipo del filosofo sistematico, che se si trova per le mani una buona intuizione non si contenta di svolgerla nella forma lieve dell’essai: prima scava nelle profondità abissali della sua idea per dissotterrarne il fondamento primordiale (quel genere di cose che il tedesco esprime con l’intraducibile parolina Ur); poi, sul terreno così dissodato, innalza un imponente grattacielo concettuale — i piloni portanti sono, in questo caso, Marx, Freud, Benjamin e il situazionista Guy Debord — con il rischio di intimidire il lettore profano. Che però, in questo caso, farà bene a non scoraggiarsi: la favola parla di lui, e dei suoi antenati che vissero all’alba della modernità.

A quell’epoca, la «mobilitazione totale» del sistema nervoso suonava ancora come una promessa: era il segno di un mondo nascente. Ma tutto quel dimenarsi, che nell’industrioso Ottocento pareva diretto a un fine, da qualche decennio è un meccanismo che vortica a vuoto, generando una frenesia senza scopo. Torna alla mente uno dei dipinti newyorkesi di Mondrian, Broadway Boogie-Woogie (1943), un reticolo pulsante di lineette e quadratini gialli, rossi, blu, capace di evocare insieme i ritmi sincopati del jazz, il codice morse dei telegrafi e la veduta aerea di una metropoli illuminata: lo spirito della modernità in compendio. Eppure, a rivederlo bene, notiamo che quelle linee e quelle luci compongono un circuito chiuso, autoreferenziale, una misteriosa e indecifrabile segnaletica primitiva. «Il rivoluzionamento ipertecnologico lascia trasparire chiari segni di una regressione all’arcaico», suggerisce Türcke, persuaso che l’umanità stia tornando a una fase primordiale della percezione.

Non siamo abbastanza tedeschi per seguirlo in questa scampagnata ancestrale, né abbastanza filosofi per apprezzare la sua archeologia del concetto di «sensazione». Ma c’è una parola più comune che abbiamo cercato invano scorrendo le sue pagine: noia. Possibile che la grandinata di stimoli sotto cui viviamo non abbia nulla a che fare con la noia? Türcke avrebbe fatto bene a rileggere un vecchio saggio di George Steiner che s’intitolava appunto The Great Ennui. Vi era descritta la «grande noia» dei letterati ottocenteschi, saturi di letture e di chimere, divorati dai demoni del vuoto mentre tutt’intorno regnava l’ottimismo affaccendato dei positivisti e dei liberali. Quel senso di paralisi interiore culminò nel grido profetico di Théophile Gautier: «Meglio la barbarie della noia!». I poeti si misero allora a coltivare fantasie di catastrofe, si tuffarono nelle antichità più orgiastiche, si volsero all’oppio e all’assenzio. Che la moderna ricerca della «sensazione» sia figlia di un ennui altrettanto grande?

Come le rane degli esperimenti di Galvani, siamo percorsi di continuo da spasmi e contrazioni, e tutto il nostro mondo tecnologico sta lì a somministrarci scosse elettriche. Ma quelle rane, per quanto agitassero convulsamente le zampe, erano già stecchite e sezionate. Chissà che non fossero morte di noia.
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gennaio 27, 2012

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gennaio 26, 2012

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gennaio 26, 2012

Zakhòr, l’imperativo del ricordo nella tradizione ebraica

gennaio 26, 2012

Cecilia Nizza per “Il Corriere della Sera”

Il concetto di Zakhòr nella lingua ebraica
Di tutte le facoltà che l’uomo possiede, sicuramente la memoria è la più fragile, incerta, ingannevole. D’altra parte, l’essere umano si costruisce sulla memoria, senza la quale, come nel caso dei malati di Alzheimer, è come un albero senza radici. Proprio per questa sua labilità, la tradizione ebraica impone l’obbligo del ricordo, indicato con il termine Zakhòr. Questa parola ricorre per lo meno 169 volte nel testo biblico, in tutte le sue declinazioni e anche nel suo opposto, l’oblio. Ricordare e non dimenticare, di fatto, diventano sinonimi. La parola Zakhòr, “ricorda!”, è un imperativo di seconda persona singolare, che rimanda alla radice ZaKHaR (apparentata secondo i linguisti moderni a DaKHaR, “penetrare”, “pungere”, “infiggere”), che significa “maschio”, opposto a NeKeVà, cioè “foro”, “femmina”. ZaKHaR è quindi una cosa piantata nel cuore, che rimanda a SaKHaR, “chiusura”, simile al concetto di qualcosa che è custodito nel cuore, come se fosse una scatola ( La scrittura consonantica). «Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore tuo Dio nel luogo che avrà scelto … e non si presenterà a mani vuote» (Deuteronomio, 16, 16). Commentando questo passo, che prescrive l’obbligo di tre pellegrinaggi all’anno al Santuario di Gerusalemme per portare offerte al Signore, alcuni Maestri invece di leggere “maschio” leggono “colui che ricorda” ( Bibbia, Torà, Talmùd). Significa che solo colui che risponde all’imperativo della memoria può accedere al sacro, avvicinarsi al Signore. Il rituale (pellegrinaggio e offerta al Santuario) ha significato solo se si combina con una visione etica della vita, fondata sul ricordo, che deve profondamente penetrare nella coscienza. Presentarsi davanti al Signore altro non è che guardare in sé, profondamente e sinceramente. E la memoria è la porta che consente questa presa di coscienza. Lo Zakhòr ebraico è un concetto religioso e riguarda quindi non solo l’uomo, ma anche Dio: è un imperativo che li lega in maniera indissolubile. E su questo imperativo si fonda la sopravvivenza del popolo ebraico e della sua identità, nonostante gli esili, le persecuzioni, i tentativi di sterminio, l’assimilazione. Di fatto per la tradizione ebraica la storia coincide con la memoria e, come si vedrà più avanti, è legata alla rivelazione divina, non sentita come fattore “mitico”, ma come presenza effettiva nella vicenda umana. La storiografia, come strumento principale di registrazione degli avvenimenti, qui non c’entra. Il senso della storia e il suo rapporto con la memoria In genere, quando parliamo di storia pensiamo alla storiografia, intesa come scienza che, attraverso la ricerca di documenti, testimonianze, si prefigge di ricostruire il passato di una certa civiltà. E quanto più questa è lontana dal presente, tanto più si ricorre all’apporto di altre scienze, quali l’archeologia, la paleontologia, la geologia, l’etnologia ecc. Al contrario, ai primordi della civiltà, il tempo mitico è sentito più del tempo storico, che acquista significato solo se si trasforma in mito. Nelle civiltà dell’Estremo Oriente, tempo e storia sono considerati illusori e la conoscenza autentica, da cui scaturisce la salvezza, avviene proprio in virtù di questa consapevolezza. Per il mondo greco la storia è ricerca, conoscenza, ma non le è mai stato attribuito un significato universale, una visione globale, una benché minima trascendenza. Per lo stesso Erodoto, considerato il primo storico, fare storia significa innanzitutto salvare la memoria dall’inesorabile erosione del tempo, cercare nel passato esempi edificanti e lezioni morali, ridare gloria a quanti con le loro azioni se la sono meritati. Il senso della storia è un’invenzione tutta ebraica. Per la prima volta si concepisce che nella storia avviene l’incontro tra umano e divino che mette fine al concetto deterministico della natura e dell’universo, dando vita alla dialettica tra le sfide lanciate dal divino e i tentativi di risposta dell’uomo. Il senso della storia nell’ebraismo sta proprio in questa interpretazione rivoluzionaria del divino. La storia si definisce nella dialettica permanente tra la volontà divina di un creatore onnipotente e il libero arbitrio dell’uomo, tra l’obbedienza e la rivolta. Il tempo mitico dell’Eden finisce con il “peccato” di Adamo ed Eva che scelgono di entrare nella storia, portando con sé però anche Dio. Da quel momento, il passato non è più collocato in un tempo mitico, ma si innesta in quello storico. Così Mosè può annunciare al popolo l’imminente liberazione dalla schiavitù dall’Egitto, non in nome del Dio creatore del cielo e della terra, ma in nome del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, uomini in carne e ossa, che la Bibbia colloca in contesti geografici precisi, di cui definisce con precisione la genealogia. E ancora, il primo comandamento, nel suo riferimento al Dio unico, lo indica come «Colui che ti ha fatto uscire dall’Egitto». Quindi Israele comprende chi è Dio da quello che ha fatto nella storia.
Funzione dello Zakhòr
Nel libro di Giosuè3 si parla dell’ingiunzione rivolta ai capi tribù di porre delle pietre per ricordare il passaggio del fiume Giordano all’entrata nella Terra Promessa. Ma poiché la memoria ebraica si esprime nel tempo piuttosto che nello spazio, queste pietre hanno lo scopo di sollecitare le domande dei figli ai padri e di sollecitare questi a trasmettere loro il ricordo di quell’evento, attraverso il racconto. E, dato che la storia non si ripete, le sue varie fasi non potranno essere rivissute se non attraverso il racconto di generazione in generazione, al punto che ognuno dovrà sentirsi come se vi avesse partecipato. Solo da questa continua trasmissione può nascere una memoria vitale, condivisa, una memoria vissuta sempre come presente. Il racc onto dell’uscita dall’Egitto La cena pasquale (Pésach è il nome ebraico della festa pasquale, la sua radice PaSaCH significa “saltare”) segue un rituale ben preciso chiamato Séder (ordine), durante il quale si legge un libro, la Haggadà, che non a caso si traduce con “racconto”, in cui si ripercorre la “storia” del popolo ebraico dal momento in cui Abramo abbandona la sua terra natale in Mesopotamia per andare «verso la terra che ti mostrerò» (Genesi, 12, 1). Durante la cena pasquale che ricorda l’uscita dall’Egitto del popolo ebraico, si recita sempre questo passo: «In ogni generazione ognuno deve considerare come se fosse lui stesso uscito dall’Egitto», a significare che ognuno deve rivivere in prima persona quell’evento, riaffermando così il legame tra l’individuale e il collettivo. È interessante notare che la Haggadà sceglie per raccontare la storia del popolo ebraico, da Abramo all’uscita dall’Egitto, un passo del Deuteronomio (26, 6-10) in cui gli avvenimenti sono narrati da «colui che porta le primizie al Tempio», da una persona cioè che non ha partecipato direttamente agli eventi. L’uscita dall’Egitto rappresenta il momento fondante della nascita della storia degli ebrei come popolo e il suo ricordo è il fondamento della loro fede e della loro esistenza ( Quattro sono i ricordi che l’ebreo deve conservare).
Memoria e oblio
Ma la memoria è anche selettiva. Non si può ricordare tutto. Anzi, la conoscenza avviene anche attraverso un processo di reminiscenza di ciò che si è dimenticato. Lo storico Yerushalmi porta l’esempio di due patologie simili nella loro opposizione. Se la perdita della memoria è grave, lo è altrettanto un eccesso di memoria, per cui non avviene mai la sedimentazione di ricordi precedenti, ma nella mente del malato affiorano tutti contemporaneamente, provocando uno stato confusionale. Ora, il divieto di dimenticare, nella tradizione ebraica, riguarda tutto quanto può interrompere quella trasmissione che assicura la sopravvivenza identitaria, in sostanza, l’etica e la legge. Un esempio: del potente re di Giuda, Manasse, la Torà si limita a dire «Fece ciò che è male agli occhi del Signore». Nulla di più. Ciò che conta è non dimenticare come si è svolto il passato. L’unico caso in cui è prescritto l’obbligo di cancellare un ricordo si riferisce ad Amalèk.
Lo Zakhòr e il Giorno della Memoria
Nella società ebraica secolarizzata dei nostri giorni si è persa questa nozione tradizionale di memoria. Questo vale soprattutto per la Shoah, che ha costituito una cesura delle sue forme originarie, di cui fa parte anche il valore vitale dell’oblio. Se fino ad allora, ogni evento, ogni catastrofe successivi al racconto biblico venivano interpretati in base a quel modello che vedeva comunque la presenza divina, con Auschwitz si è imposto il principio che nessun oblio è consentito. E del dovere di memoria si sono fatti carico i sopravvissuti, anche se a volte questa memoria è muta, per l’impossibilità a tradursi in linguaggio, a causa degli orrori che hanno ucciso, come dice Elie Wiesel, la parola.

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò quei piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto il cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. Elie Wisel, La notte

La differenza rispetto al passato è in quella assenza di Dio, sentita da quelle vittime cresciute nel solco della tradizione come lo scandalo maggiore, e nella nascita della figura del sopravvissuto-testimone, solo depositario di quella memoria, laddove la tradizione ebraica ha insegnato che ognuno deve farsi testimone tra passato e presente, per non interrompere la trasmissione di generazione in generazione sui cui si fonda l’identità ebraica. Oggi viviamo paradossalmente in un’epoca in cui si dà grande importanza alla memoria. Da quando è stato istituito il Giorno della Memoria delle vittime della Shoah, altre giornate sono state stabilite per ricordare avvenimenti che hanno sconvolto la storia del XX secolo, creando quella «mistica della memoria», come la definisce lo storico Georges Bensoussan, che rischia di portare all’esatto contrario dello scopo che si prefigge, cioè a un’amnesia collettiva. Proprio per le forme spettacolari che ha assunto, questa memoria tende ad avvolgere i crimini compiuti di un’aura arcaica e ancestrale, isolandoli dal loro contesto storico reale, facendo così dimenticare che furono il prodotto più violento della nostra modernità. Tuttavia, un fatto inaspettato sembra interpellare la coscienza ebraica contemporanea laicizzata e reinserire il dovere di memoria della tragedia recente nel solco della tradizione. Il 27 gennaio 1945, giorno in cui Auschwitz fu liberato dall’Armata Rossa, era un sabato. Dai tempi del ritorno dall’esilio babilonese nella Terra di Israele, nel VI secolo E.V., il sabato avviene la lettura pubblica della Torà, il cui testo è suddiviso in un numero di sezioni (parashòt) tali da coprire il ciclo di un anno. Ebbene, quel sabato, il brano in questione era quello dell’uscita dall’Egitto e del ricordo di ciò che fece Amalèk. Che significato dare a questa che sembra essere una coincidenza? Nel momento della massima sofferenza, quell’episodio archetipico, con il suo messaggio di vita e di liberazione, ma anche con il suo monito a non dimenticare chi si è reso responsabile di tanto male, indica come la memoria di quel tragico evento non debba esaurirsi nella sola celebrazione, ma penetrare nell’intimo e nell’anima di ognuno di noi. Zakhòr non è forse un imperativo di seconda persona?

Online la lista degli ebrei finiti nei lager

Antonio Carioti per “Il Corriere della Sera”

Sono online da oggi, all’indirizzo www.nomidellashoah.it . Adulti, anziani e bambini, maschi e femmine. Sono i nomi e i dati anagrafici dei circa 7.200 ebrei italiani che vennero deportati dai nazisti durante l’occupazione tedesca dell’Italia tra il 1943 e il 1945.
In grande maggioranza perirono nei lager, meno di un migliaio riuscirono a salvarsi: «A differenza di quanto hanno fatto siti analoghi realizzati in altri Paesi (Israele, Francia e Olanda), abbiamo deciso di mettere sul Web anche i dati dei sopravvissuti, perché furono comunque perseguitati e deportati» precisa Liliana Picciotto, autrice del Libro della Memoria (Mursia) che costituisce la base da cui è partita questa iniziativa del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) per il giorno che celebra l’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dei sovietici, il 27 gennaio 1945. Mancano al momento gli ebrei dell’isola greca di Rodi (all’epoca possedimento italiano), che furono deportati in massa: sono altri 2.000 nomi che dovrebbero aggiungersi nel corso del 2012: «In agosto siamo andati a Rodi e abbiamo raccolto i dati: si tratta solo di avere il tempo di elaborarli».
Sempre quest’anno l’elenco delle vittime italiane sarà consegnato, nel corso di una cerimonia ufficiale, al sacrario israeliano dell’Olocausto, dove è stato allestito, all’interno del sito www.yadvashem.org, il Database of the Shoah Names Victims, in cui si possono già consultare i dati di circa tre milioni di persone sterminate.
Il sito italiano si apre con una schermata di circa ottanta nomi, scritti in corsivo: «È il nostro omaggio alle vittime — spiega Liliana Picciotto — una sorta di monumento digitale. Ogni giorno la homepage cambierà, con nuovi nominativi in ordine alfabetico, fino a completare l’elenco. Poi si ricomincerà da capo. Invece alla maschera di ricerca per trovare i singoli individui abbiamo dato una forma sghemba, in modo da esprimere il senso di disagio che si prova di fronte a un crimine così immenso: c’è anche la copertina del Libro della Memoria, come segno di riconoscimento nei confronti dell’editore Mursia, che si prese molti anni fa l’impegno di pubblicare il mio lavoro».
Di ogni vittima si trovano la data, il coniuge, il luogo d’arresto e quello di deportazione. Per una parte è disponibile anche la fotografia. «Il sito — precisa Liliana Picciotto — non è rivolto soltanto agli studiosi, che potranno facilmente accedere ai nostri dati da ogni parte del mondo, ma anche ai parenti dei deportati, nella speranza che possano fornire ulteriori notizie sui loro cari e magari foto di famiglia in cui siano effigiati, per arricchire la documentazione e dare ancora di più il senso di quella spaventosa tragedia».

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