L’embargo che ostacola il cambiamento a Cuba

images13Il presidente Usa ha annunciato di voler imprimere «una nuova direzione» ai rapporti con l’isola, dove la situazione rende ormai inevitabile un cambiamento. Di Leonardo Padura Fuentes

Credo sia importante sottolinearlo: ci sono voluti diversi avvenimenti di risonanza mondiale per riuscire finalmente a intravedere la fine dell’embargo nordamericano contro Cuba.

 Senza la profonda svolta politica che sta vivendo l’America Latina, senza la travolgente elezione del primo presidente nero degli Stati Uniti (un uomo, tra l’altro, impegnato nel Cambiamento, nel suo senso più ampio) e senza il cataclisma della crisi economica e finanziaria che ha scosso le fondamenta del sistema capitalista, il tema del blocco/embargo decretato 47 anni fa contro Cuba avrebbe mantenuto per chissà quanto tempo le sue eterne caratteristiche: condannato da molti nei forum internazionali, denunciato dal governo cubano ma sofferto sulla propria carne dagli abitanti dell’isola, e sostenuto dalle amministrazioni nordamericane come presunto sistema di pressione per provocare cambiamenti politici all’Avana.
Ma le pretese trasformazioni preconizzate da Washington non sono arrivate, e la segretaria di stato Hillary Clinton ha dovuto riconoscere, alla fine, il fallimento della politica nordamericana verso Cuba. Il presidente Obama, nel suo intervento al quinto vertice delle Americhe, è andato anche oltre, affermando: «credo che possiamo imprimere alle relazioni tra Cuba e Stati Uniti una nuova direzione»… precisando che non parlava così solo per fare bella figura, in un incontro in cui i temi più ricorrenti erano l’assenza di rappresentanti cubani e il problema dell’embargo contro l’isola.
Anche se finora ci sono state più parole che fatti, è indubbio che nell’aria si respiri una nuova era. Non è un caso che dopo la deroga, decisa da Obama, delle restrizioni che colpivano i viaggi nell’isola dei cubani residenti negli Usa e l’invio di rimesse alle loro famiglie, e l’apertura alla possibilità di negoziare nuovi contratti per migliorare le comunicazioni di Cuba e con Cuba, il presidente Raúl Castro abbia dichiarato di aver espresso alla nuova amministrazione americana, «in pubblico e in privato», la disponibilità del suo governo a «discutere tutto, diritti umani, libertà di stampa, prigionieri politici…», con l’unica condizione che i colloqui fossero condotti «da pari a pari, senza gettare nessuna ombra sulla nostra sovranità…».
Ma il presidente Barack Obama, nemico della retorica, non è riuscito a sottrarsi alle formule consuete, e ha osservato che Cuba dovrà anche dimostrare una volontà di dialogo e di cambiamento per raggiungere la migliore intesa possibile tra i due paesi. Sembra dimenticare però che il blocco/embargo è stato addirittura un alleato politico del governo cubano: presentato come la causa delle molte e gravi carenze che affliggono il paese, gli ha garantito la solidarietà internazionale ed è servito per riaffermare la politica interna.
È dunque evidente che la sua eventuale eliminazione, pur favorendo diversi processi economici e sociali a Cuba (imprevedibili e dunque pericolosi per lo status quo), non è un’urgenza vitale per il governo cubano, che ha dimostrato di poter sopravvivere anche senza l’appoggio dello scomparso socialismo dell’est e perfino con l’inasprimento dell’embargo nell’era di George Bush.
Perciò, forse l’elemento più importante da considerare, nel panorama delle esigenze, è se i cambiamenti che prima o poi verranno introdotti nell’economia e nella società cubane saranno la risposta al nuovo clima di intesa, oppure una necessità dettata dalla realtà di un paese che ha un disperato bisogno di cambiamenti «strutturali e concettuali».
Seppure lenti, in ritardo, attenuati, sembra ormai inevitabile che i cambiamenti arriveranno. La proverbiale inefficienza economica dell’isola, che non è riuscita a soddisfare le tante esigenze del paese, neppure in settori come l’agricoltura; il degrado sociale che si manifesta nell’emarginazione di alcune fasce della popolazione e nella spinta ad emigrare di tanti giovani; l’incapacità dell’ingranaggio produttivo di risolvere problemi come quello degli alloggi (si calcola un deficit di oltre mezzo milione di case, mentre una città come l’Avana si popola di rovine pericolanti); la riconosciuta incongruenza tra stipendi statali e costo della vita, sommata alla trappola finanziaria della presenza di due monete e due economie che si guardano senza capirsi; o la necessità di permessi di entrata e di uscita per i cubani in partenza e in arrivo a Cuba, sono solo alcune delle realtà che reclamano a gran voce nuove politiche, perché pesano sulla vita quotidiana degli abitanti dell’isola e minacciano il futuro del sistema sociale molto più del blocco/embargo.
Negli ultimi 20 anni, Cuba ha vissuto la fase denominata all’inizio degli anni ’90 «periodo speciale in tempo di pace», per dare un nome meno doloroso a ciò che in realtà è stata una crisi generalizzata. E sebbene negli ultimi tempi molte delle conseguenze della crisi siano state alleviate (la somministrazione di farmaci e il trasporto urbano all’Avana, per esempio) e altre superate (i blackout che erano arrivati a durare 16 ore al giorno), non possiamo dimenticare che tutta una generazione di cubani è cresciuta sotto gli effetti devastanti di questa congiuntura. Alle carenze materiali è andato sommandosi il degrado sociale di importanti settori, evidente in diverse realtà come la disoccupazione volontaria, il riemergere della prostituzione, la proliferazione di tribù urbane di giovani, la perdita di valori etici, la corruzione.
Cuba deve cambiare, e non per una mano protesa oltre lo stretto della Florida, ma per le mancanze e le necessità che le sono proprie. E forse adesso gli Stati Uniti, da una prospettiva più realistica, capiranno che l’eliminazione o la riduzione dell’embargo può essere il modo migliore per favorire questi e altri cambiamenti nel suo vicino dei Caraibi.

(Copyright IPS)
(Traduzione di Francesca Buffo)

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090429/pagina/11/pezzo/248717/

Una Risposta to “L’embargo che ostacola il cambiamento a Cuba”

  1. emiliano Says:

    penso che tutto quello, che è stato scritto, sia tutta verità. lo so perchè conosco bene qul paese.mi sembra molto difficile, che tutto possa cambiare con facilità ma spero, che un giorno, questa gente possa asssaporare il sapore della liberta.

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