Il reportage di Luigi Offeddu

images50Immigrazione musulmana delle città europee: Rotterdam

 

ROTTERDAM — Da questo scalone di marmo, nel municipio, scendeva cent’anni fa Louis Botha: generale boero, primo capo del governo sudafrica­no fondato sull’apartheid, venuto in visita alla ter­ra degli antenati.

 E da questo stesso scalone, oggi, fra i busti degli ammiragli che dominarono i mari coloniali, si affaccia il «nero» Ahmed Abulateb, na­to e cresciuto nel Rif marocchino, musulmano pra­ticante, figlio di un imam: eletto sindaco della cit­tà, 48 anni, l’Obama del Nord Europa. «Incredibile — ha commentato Geert Wilders, il vate dei popu­­listi in testa a tutti i sondaggi — è come se un olan­dese divenisse sindaco della Mecca». Ma non è la Mecca, questa. È il primo porto del mondo, Rotter­dam, città-laboratorio, 600mila abitanti al 46% im­migrati da altri continenti. Ogni mese, 400 nuovi immigrati. E nel 2012, ha comunicato ieri il Comu­ne, gli immigrati saranno più degli olandesi «nati­vi ». È «la diga sul fiume Rotte», questo significa il nome, che ha fatto saltare molte altre dighe cultu­rali e sociali. Sempre un passo avanti a tutti: quan­do ad Amsterdam i «coffeeshop» degli spinelli e le ragazze in vetrina erano una rarità, qui erano già una tradizione; e quando a L’Aja non si vedeva una ragazza velata, qui (nel 1962!) era già aperta una moschea.
Ora le moschee sono 4. E Abulateb è solo la con­ferma finale. Botha è stato l’inizio. Lui, o Willem Schalk e i 342 che salparono sulla nave Dordrecht nel 1658, per il Capo di Buona Speranza. Se mai ci fu una società basata sulla razza, fu la loro. Il loro apartheid, il non «mescolarsi» ad altre etnie, fu una fede. Ribadita, secoli dopo, dalla genetica: gli scienziati hanno studiato 230 persone, non impa­rentate fra loro, residenti in Sudafrica e colpite dal­la Corea di Huntin­gton, una malattia ge­netica del sistema ner­voso; ripercorsi gli al­beri genealogici per 14
generazioni, si è visto che discendevano tutti da 5 famiglie vissute 400 anni fa in rigido apartheid, al Capo. Ma se queste sono le radi­ci, come ha potuto na­scere qui la capitale del­l’integrazione? «Do­manda mal posta — di­ce Henri, studente di Scienze sociali nell’uni­versità intitolata a Erasmo —. La rovesci: con un porto così, e con un impero coloniale, da Curaçao a Sumatra, che un giorno si è rovesciato tutto qui, come non avrebbe potuto succedere?».
E così eccola, la macedonia etnico-sociale. Pri­ma regola: la polizia è dappertutto. Secondo: ciò che non è proibito, è consentito; ma se fai qualco­sa di proibito, sono guai. Quasi ogni mese viene sfrattata una «ragazza in vetrina», o un cof­fee- shop: «Non colpiamo gli utenti, ma la crimina­lità », spiegano al comando della polizia.
Nei giardini, gli impiegati in pausa divorano cartocci di aringhe (piatto nazionale olandese) e bumbu-bumbu, spezie indonesiane; i ragazzi pat­tinano sull’onda dell’hindipop (versione asiatica dell’hip-hop). Passa in bici una ragazza velata, e intorno a lei una coppia su tre è mista. Bianchi, neri, tutti cittadini olandesi. Ma non automatica­mente: in Olanda chi vuole la residenza permanen­te deve superare un corso di integrazione, lingua e cultura civica, che dura 3 anni. Se non vieni dal­la Ue, devi pagare 270 euro: «E io l’ho fatto», dice orgoglioso Dong-Tai, venditore di frittelle cinesi, uno dei tanti.
Non sempre la macedonia etnica ha funzionato bene. Quando, anni fa, l’immigrazione musulma­na giunse al culmine, proprio da Rotterdam si le­vò la voce di Pim Fortuyn, che nei musulmani in­dicava una minaccia mortale. Lo uccise un esalta­to, e quella ferita non si è rimarginata. Però il labo­ratorio è ancora aperto.

Luigi Offeddu per “Il Corriere della Sera”

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=2&sez=120&id=29294

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