Cinema

imagesSpike Lee ‘filma’ Kobe Bryant

 

Chissà come si dice Kobe a Reggio Emilia. Anche se lui, con quella faccia un po’ così e tante lingue sciorinate, ne ha fatta un bel po’ di strada, da quando era un pupo nella città del Tricolore. L’ultima versione del nostro l’ha immortalata nientemeno che Spike Lee, proprio lui, il regista che ha il pallino del basket. “Kobe doin’ work” si chiama la fatica dell’artista che ama i New York Knicks del nostro Danilo Gallinari.

E Kobe, manco a dirlo, è proprio lui, Bryant. L’asso dei Los Angeles Lakers, una delle icone della Nba moderna, insieme a pochissimi altri: LeBron James, Kevin Garnett, Carmelo Anthony. Un documentario per raccontare da vicino l’uomo che da solo tiene alto l’onore dei gialloviola, mica una squadra qualsiasi nel firmamento della pallacanestro-industria americana. Tifa Lakers, infatti, grossomodo, tutta Hollywood, non foss’altro perché i Lakers giocano alle Staples Center, e prima giocavano a Inglewood, praticamente sotto alla mitica collina.

C’erano tutti anche stanotte, nella diretta sul satellite, a vedere i Lakers in gara 2 di semifinale ovest contro i Denver Nuggets: non sono bastati 32 punti di Kobe a evitare la sconfitta allo Staples Centes, la serie ora è in parità e per trovare la reginetta che si giocherà l’anello contro i campioni dell’est ci vorrà parecchio, la sensazione è quasi una certezza

Un giorno insieme al divino Kobe, con 30 telecamere a immortalarlo in una giornata tipo, durante i play-off dello scorso anno. In presa diretta, col vocione di Kobe in sottofondo, le parole e le opere (tiri, entrate e schiacciate) del 30enne giocatore che è cresciuto nella terra di Ligabue, mentre suo padre giocava a basket in Italia ed era una più che discreta macchina da canestri. Non sta zitto un attimo, Kobe, quando corre, quando salta e quando sta seduto in panchina. Borbotta come una macchina da caffè, anzi, dà consigli, fa battute, incita e tira le orecchie. Lo fa in tutte le lingue del mondo, perché “i Lakers sono un po’ come le Nazioni Unite, ci sono sloveni, spagnoli, francesi, gente che viene dappertutto”, un po’ il simbolo della Nba dei tempi nostri che è una fabbrica di pallacanestro e di dollari con filiali in tutto il mondo.

«Bello, Sasha!», urla dalla panchina Kobe per un canestro di Vujacic, stellina slava pescata dai Lakes proprio in Italia, a Udine, perché quando la ruota gira, proprio non si sa dove si ferma. Lo sfotte anche, sempre in italiano, “sei più grosso di me e hai paura ad entrare in area”, perché la lingua dei padri non si dimentica, e lui è cresciuto a pane, basket e parmigiano tra la Via Emilia e il Far West. È passato in mezzo a porte molto più strette di una finale del campionato, come l’accusa di violenza carnale che per un’estate lo ha messo a cuocere davanti a tutti gli americani.

Bella idea, buon lavoro, merita un cinque alto, in stile Nba, Spike Lee che non ha paura di uscire dalle cose della vita e raccontare quei giganti da vicino. Nella cultura americana, lo sport è vita, ma le telecamere piazzate addosso a Bryant raccontano solo quello che si può già intuire: un guascone di carisma, pieno di tic, molto simile ai suoi fan che vanno in delirio e comprano le magliette gialloviola col numero 24 sopra. Siamo lontani anni luce dai reality, insomma. Per vederlo da vicino non lo hanno portato su un’isola deserta insieme ad altri naufraghi del ventunesimo secolo. È nella sua Los Angeles, sul suo campo di gioco, tra i suoi tifosi, con la moglie e i figli che lo aspettano a fine partita, e un’enorme fuoristrada per ficcarsi nel traffico della metropoli a partita vinta, anzi stravinta.

Sarebbe bello prima o poi vedere che qualcuno imita Spike Lee anche dalle nostri parti, magari qualche collega altrettanto famoso dietro alle cineprese. Campioni da togliere dal piedistallo e mettere in mezzo a noi ne abbiamo tanti anche qui, e si può essere impegnati anche andando a canestro, come dimostra il maestro americano.

Salvatore Maria Righi

http://www.unita.it/news/84967/spike_lee_filma_kobe_bryant

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