Franca Rame e Dario Fo

imagesLA STOCCATA

 

Ma perché non hanno dato il Nobel a lei? Leggendo le prime pagine di Una vita all’improvvisa (Guanda, 317 pagg., 17,50 euro), la raccolta di memorie che Franca Rame ha affidato a Dario Fo, qui nel ruolo di «spalla», si viene precipitati in un mondo che vanta alcuni secoli di Storia. Il mondo della commedia dell’Arte, degli artisti girovaghi, delle compagnie ambulanti. Un mondo in cui i figli degli attori dormivano nelle casse dei costumi. Quando i «guitti di talento» arrivavano in un paesino, «tipo Parabiago, si affittava una casa per le famiglie, si faceva visita alle autorità, e si incontravano anche i proprietari dei teatri, fosse quello del prete o di un gestore, e via che si debuttava».
Fatte le dovute differenze, nei primi capitoli del volume della Rame spira lo stesso sublime venticello che aleggia in certi villaggi del Willhelm Meister. Poi, ad un certo punto, succede qualcosa. Succede che Franca sposa Dario ed entrambi decidono di mettere in scena la lotta di classe. In realtà, accadrà il contrario: la coppia schiaccerà le dinamiche sociali sulle poche regole del teatro di improvvisazione.
Niente di più facile, Marx aveva fatto la stessa cosa. E già: è quasi un luogo comune vedere nel proletariato che trionfa sulla borghesia una versione laica della Provvidenza, che a volte subisce delle sconfitte ma alla fine vince sempre. Mentre in pochi hanno notato che il materialismo storico è anche la trasposizione, sul piano della realtà, della fiaba. Un eroe buono da una parte, un oppositore dall’altra; e poi i ruoli di contorno dell’alleato, dell’amico infido, del servo fedele. Cosa c’è di più teatrale e allo stesso tempo di più marxista?
Naturalmente in questo caso gli eroi sono loro, Fo e la Rame. Sfogliate, sfogliate: trecento pagine senza mai l’ammissione di un dubbio o di un errore. Le ragioni dell’avversario? Semplicemente non esistono. I nemici hanno torto al cento per cento, oppure rappresentano degli intralci, che se educati potrebbero essere prima liberati delle loro catene e poi arruolati nell’esercito giusto. E i nemici sono tanti: i benpensanti, i nazifascisti, la Rai di Bernabei, il censore Andreotti, i «compagni» per finta… Attenzione, sono nemici scelti bene. Cyrano non mangerebbe mai pasta e fagioli con loro. Il problema è che anche se lo volesse, non potrebbe. Sono, infatti, maschere, sagome bidimensionali. Perché, certo, a volte la vita «assegna i ruoli». Ci impone la parte del mascalzone, o quella dell’amico leale. Persino, se siamo fortunati, quella del protagonista. Ma questo non vuol dire che dietro non c’è niente. D’accordo, abbiamo dimestichezza con le maschere. Ma non siamo solo maschera. D’accordo, talvolta la Storia assomiglia a un teatro, lo sospettava già Shakespeare. Ma non è solo un teatro.
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