Vi racconto l’impero della cocaina

imagesÈ il petrolio bianco il vero miracolo del capitalismo moderno. Una ragnatela mondiale che ha nella camorra il suo terminale. E che dà ai clan un fatturato 60 volte superiore a quello della Fiat

 

Non esiste nulla al mondo che possa competervi. Niente in grado di raggiungere la stessa velocità di profitto. Nulla che possa garantire la stessa distribuzione immediata, lo stesso approvvigionamento continuo. Nessun prodotto, nessuna idea, nessuna merce che possa avere un mercato in perenne crescita esponenziale da oltre vent’anni, talmente vasto da permettere di accogliere senza limite nuovi investitori e agenti del commercio e della distribuzione. Niente di così desiderato e desiderabile. Nulla sulla crosta terrestre ha permesso un tale equilibrio tra domanda e offerta. La prima è in crescita perenne, la seconda in costante lievitazione: trasversale a generazioni, classi sociali, culture. Con multiformi richieste e sempre diverse esigenze di qualità e di gusto. È la cocaina il vero miracolo del capitalismo contemporaneo, in grado di superarne qualsiasi contraddizione.

I rapaci la chiamano petrolio bianco. I rapaci, ovvero i gruppi mafiosi nigeriani di Lagos e Benin City divenuti interlocutori fondamentali per il traffico di coca in Europa e in America al punto tale che in Usa sono presenti con una rete criminale paragonabile soltanto, come racconta la rivista ‘Foreign Policy’, a quella italoamericana. Se si decidesse di parlare per immagini, la coca apparirebbe come il mantice di ogni costruzione, il vero sangue dei flussi commerciali, la linfa vitale dell’economia, la polvere leggendaria posata sulle ali di farfalla di qualsiasi grande operazione finanziaria. L’Italia è il paese dove i grandi interessi del traffico di cocaina si organizzano e si strutturano in macro-strutture che ne fanno uno snodo centrale per il traffico internazionale e per la gestione dei capitali d’investimento. L’azienda-coca è senza dubbio alcuno il business più redditizio d’Italia. La prima impresa italiana, l’azienda con maggiori rapporti internazionali. Può contare su un aumento del 20 per cento di consumatori, incrementi impensabili per qualsiasi altro prodotto. Solo con la coca i clan fatturano 60 volte quanto la Fiat e 100 volte Benetton. Calabria e Campania forniscono i più grandi mediatori mondiali nel traffico di coca, in Campania sono avvenuti i maggiori sequestri d’Europa degli ultimi anni (una tonnellata solo nel 2006) e sommando le informative dell’Antimafia calabrese e napoletana in materia di narcotraffico, si arriva a calcolare che ‘ndrangheta e camorra trattano circa 600 tonnellate di coca l’anno.

La strada africana, la strada spagnola, la strada bulgara, la strada olandese sono i percorsi della coca infiniti e molteplici che hanno un unico approdo da cui poi ripartire per nuove destinazioni: l’Italia. Alleanze strettissime con i cartelli ecuadoregni, colombiani, venezuelani, con Quito, Lima, Rio, Cartagena. La coca supera ogni barriera culturale e ogni distanza tra continenti. Annulla differenze, nell’immediato. Unico mercato: il mondo. Unico obiettivo: il danaro. In Europa, ‘ndrangheta e camorra riescono più di ogni altra organizzazione a movimentare la cocaina. Spesso in alleanza tra loro, alleanze nuove e inedite tra gruppi a cui i media italiani tradizionalmente riservano un’attenzione marginale e cronachistica, lasciando che nel cono d’ombra generato dalla fama di Cosa Nostra continuassero a migliorare e trasformare le loro capacità di importazione e gestione della coca. I giovani affiliati della ‘ndrangheta, come emerge spesso dalle inchieste dell’Antimafia calabrese, ormai non la chiamano più col suo nome arcaico e dialettale, ma Cosa Nuova. E che Cosa Nuova possa essere l’adeguata definizione per un’organizzazione sempre più trasversale e in strettissima alleanza con i cartelli napoletani e casalesi della camorra è qualcosa in più di un semplice sospetto. Tra Sud America e Sud Italia sembra esserci un unico cordone ombelicale che trasmette coca e danaro, canali noti e sicuri, come se esistessero immaginari binari aerei e gallerie marine, che legano i clan italiani ai narcos sudamericani.

Una volta su una spiaggia salernitana ne avevo incontrato uno. L’unico che sembrava provare soddisfazione nel farsi chiamare narcos. Stravaccato sulla sdraio, ascelle aperte al sole, raccontava di sé con i silenzi giusti per alimentare la curiosità e non saziarla. Raccontava di sé senza dare nessun dettaglio che potesse divenire prova, faceva intendere ciò che era e lasciava che su di lui fioccassero leggende. Era uno che si diceva amico di un capo guerrigliero colombiano, Salvatore Mancuso, ne parlava come di una sorta di semidio, una potenza in grado di far muovere capitali immensi e di legare il Sud Italia alla Colombia con un unico indissolubile nodo scorsoio. Ma quel nome non mi diceva niente. Un nome italiano in Colombia, uno dei molti. Poi, qualche anno dopo, venni a conoscere ogni centimetro di leggenda e di inchiostro giudiziario. Salvatore Mancuso è il capo delle Auc (Autodefensas Unidas de Colombia), i paramilitari che da decenni dominano su oltre dieci regioni dell’interno della Colombia, contendendo paesi e piantagioni di coca ai guerriglieri delle Farc. Mancuso è responsabile di 336 morti tra sindacalisti, sindaci, pubblici ministeri e attivisti per i diritti umani: secondo le sue stesse ammissioni fatte al tavolo della commissione Giustizia e pace, istituita nell’ambito del negoziato tra i paramilitari e il governo del presidente colombiano Alvaro Uribe. Salvatore Mancuso è riuscito ad evitare ogni richiesta di estradizione sia negli Usa che in Italia, dove vorrebbero che venisse a rispondere delle tonnellate di coca esportate, perché per evitarle si è fatto arrestare. Condannato a 40 anni per una delle stragi più efferate della storia colombiana, quella di Ituango, attualmente collabora al processo di smobilitazione della guerriglia e per questo la legge 975 colombiana ha ridotto la sua pena a soli otto anni che sconta lavorando in una fattoria nel Nord del paese. Ma da lì in realtà continua ad avere una nuova postazione attraverso cui gestire la diffusione della migliore coca colombiana con i cartelli italiani. Sentir pronunciare il nome di Mancuso, per molti significa far affiorare ogni volta la voce di un testimone scampato a uno dei massacri compiuti dai suoi uomini delle Auc, un contadino che stringendo il microfono come se stesse spremendo un tubetto di dentifricio per farne uscire l’ultima stilla, disse in tribunale: “Cavavano gli occhi di chi osava ribellarsi con dei cucchiaini”. Migliaia di uomini al suo servizio, una flotta di elicotteri militari, e intere regioni da lui dominate, l’hanno reso un sovrano della coca e della selva colombiana. Mancuso ha un soprannome ‘El Mono’, la scimmia, evocato dal suo aspetto di agile e tozzo orango. L’inchiesta Galloway Tiburon coordinata dalla Dda di Reggio Calabria dimostra che con l’Italia ha il maggiore numero di affari. Possiede persino il passaporto italiano. L’Italia sarebbe la nazione più sicura per svernare qualora la Colombia divenisse troppo rischiosa. Mancuso è considerato in diverse inchieste dell’antimafia (Zappa, Decollo, Igres, Marcos) il narcotrafficante che più di tutti, attraverso le finestre dei porti italiani, riempie di coca l’Europa. Il governo italiano che riuscirà a portare Mancuso in Italia sarà l’unico in grado di poter dichiarare di aver fatto qualcosa di decisivo contro il traffico di cocaina, perché sino a quando lo si lascia in Colombia, ogni giorno sarà come giustapporre la firma ai suoi affari.

Il contributo fondamentale della criminalità organizzata italiana sta nella mediazione dei canali e nella capacità di garantire continui capitali d’investimento. I capitali con cui la coca viene comprata si definiscono ‘puntate’. E le puntate dei clan italiani arrivano prima di ogni altro concorrente: puntuali, corpose, in grado di permettere ai produttori di avere garanzie di vendite all’ingrosso e persino di liberarli della necessità di trasportare il carico sino a destinazione. L’operazione Tiro Grosso coordinata dai pm Antonio Laudati e Luigi Alberto Cannavale, compiuta nel 2007 dai Carabinieri del nucleo operativo provinciale di Napoli e che ha visto la collaborazione di Polizia, Guardia di Finanza e la partecipazione di decine di polizie europee, della Dea americana e della direzione centrale per i Servizi antidroga diretta dal generale Carlo Gualdi, costringe a cambiare in maniera radicale lo sguardo sulle vie della coca. Emerge la nascita di una nuova figura, il broker, e lo spostamento dell’asse internazionale dei traffici dalla Spagna a Napoli.

Dopo gli attentati dell’11 marzo 2004, la Spagna decretò il massimo rigore alle frontiere, cosa che si tradusse nell’aumento esponenziale dei controlli di porti e autoveicoli. E così il paese che prima era considerato dai narcos un enorme deposito dove poter stoccare cocaina alla sola condizione che non fosse destinata al mercato interno, ora come snodo di scambi diventava problematico. Tutta la droga finisce quindi dirottata in altri porti come Anversa, Rostock, Salerno. La coca vi arriva dopo che le puntate sono state decise, e a partecipare alle puntate non sono solo i clan, ma anche i corrieri, i broker stessi e chiunque voglia tentare la strada dell’investimento in questa sostanza alchemica che rende cento volte il costo iniziale. In un’intercettazione fatta dai carabinieri di Napoli all’interno dell’operazione Tiro Grosso, Gennaro Allegretti, accusato di essere un corriere, sta preparando un viaggio in Spagna e chiama un suo amico per farlo partecipare alla ‘puntata’. Dall’alta parte del telefono, l’amico appena uscito dalla banca, sa di non avere molti liquidi e quindi vorrebbe tirarsi indietro:

“Tu lunedì cosa devi fare?! Perché io domenica già devo stare preparato… se tu mi dici di no… io domenica notte mi metto nella macchina e me ne vado. lunedì all’alba ce ne andiamo”.

“Penso di no, perché ora sono andato in banca, quasi sicuro di no”.

“Compà… non ti perdere sempre i tram, non perderlo. ha partecipato mezza Italia: ma che tieni da vedere. entri il mese prossimo con tre milioni in più”.

I broker si incontrano negli alberghi di mezzo mondo, dall’Ecuador al Canada e i migliori sono quelli che fondano società di import-export. Trattano con i produttori come Antonio Ojeda Diaz che da Quito a Guayaquil – questo è quanto rivela sempre Tiro Grosso – organizzava i suoi contatti con gli italiani attraverso ditte di import-export con la Turchia. A Istanbul arrivavano solo i contenitori, mentre la coca sbarcava a più tappe durante le soste nei porti italiani e tedeschi. Le modalità del traffico gestito dai broker napoletani sono sterminate. Dalle scatolette di ananas sciroppato dove la coca è nascosta a mo’ di cuscinetto tra una fetta e l’altra, ai caschi di banane dove le palline di coca venivano cucite nel corpo di ogni singola banana. I mediatori sudamericani come Pastor o Elvin Guerrero Castillo spesso vivono direttamente a Napoli, e gestiscono i loro affari direttamente da qui. In Italia il numero uno come broker, secondo le accuse, è Carmine Ferrara, di Pomigliano. Riusciva secondo gli inquirenti a gestire le puntate più importanti. Lui stesso si vanta della sua bravura in una intercettazione: “Tutti vogliono lavorare con me.”. Le puntate sono raccolte dai diversi clan, Nuvoletta, Mazzarella, Di Lauro, i Casalesi, Limelli, gruppi spesso rivali tra di loro, ma che riescono ad accedere alla coca attraverso gli stessi broker. La forma del traffico è semplice e aziendale. Broker che mediano con i narcos, poi i corrieri che trasportano e poi i ‘cavalli’ che sono gli uomini affiliati che la passano ai vari sottogruppi dei clan e infine i ‘cavallini’ che la danno direttamente ai pusher. Ogni passaggio ha il suo guadagno, ma la coca oggi è passata dai 40 euro al grammo del 2004 ai 10-15 nelle piazze più importanti d’Italia. Altro capitolo sono le piazze nel cuore di Napoli, la capitale dello smercio. Il meccanismo dei broker è fondamentale per i produttori di coca: non sono affiliati, non hanno conoscenza se non sommaria delle strutture organizzative dei clan e quindi anche se arrivano a parlare, non sanno dei clan, e il clan non sa di loro. Se i broker vengono arrestati, rimarrà il cartello criminale pronto a divenire interlocutore di nuovi broker, e al contempo se una famiglia viene smantellata, i broker continueranno ad avere i loro interlocutori senza subire altro danno che un cliente perso. Si rivolgeranno ad altre famiglie o a nuove famiglie che emergeranno. Si leva una brezza di scandalo momentaneo quando vengono diffusi certi dati inquietanti: come il fatto che oltre l’80 per cento delle monete italiane risulta tracciato di polvere di coca o che le fogne di Firenze contengono più residui di quelle londinesi. Ma che sia la coca il motore primo dell’economia criminale e che questa, l’economia criminale, sia la più florida delle economie del nostro tempo, su questo molte procure ci lavorano in silenzio da anni e spesso con risorse inadeguate.

Il procuratore Franco Roberti, capo del pool anticamorra dell’Antimafia di Napoli, viso spigoloso, fortemente mediterraneo, taglio d’occhi orientale, un passato alla Procura nazionale antimafia, da molto tempo e prima d’ogni emergenza ribadisce, ricorda, sottolinea, con l’ostinazione di chi vuole guardare al di là del momento critico, dov’è che risiede davvero il problema. Nelle conferenze stampa delle più importanti operazioni antidroga coordinate dal suo ufficio delinea senza mezze misure la situazione grave, gravissima cui si deve far fronte. “A Napoli si ammazza quasi esclusivamente per la droga. La cocaina scorre a fiumi e genera guadagni favolosi. I clan si combattono per il controllo dei traffici. Se un clan investe un milione di euro in una partita di coca, ne ricava in brevissimo tempo almeno quattro. Quadruplica il guadagno rispetto al costo in un tempo microscopico”. Solo per Tiro Grosso gli affari dei broker napoletani spaziavano dalla Spagna (Barcellona, Madrid, Malaga) e poi Francia (Marsiglia e Parigi), in Olanda (Amsterdam e L’Aia), Bruxelles in Belgio, Münster in Germania e poi corrieri e contatti in Croazia, ad Atene e poi a Sofia e Pleven in Bulgaria, a Istanbul in Turchia, e infine Bogotà e Cucuta in Colombia, Caracas in Venezuela, Santo Domingo e Miami negli Usa.

I corrieri utilizzati erano tutti rigorosamente incensurati, e viaggiavano su auto modificate. E la modifica delle auto era sofisticata fino all’inverosimile. La coca e l’hashish venivano preparati come un letto steso appena sopra l’asse dell’auto su cui poi montare il corpo del veicolo. Nelle officine napoletane di Quarto, Agnano, Marano, il meccanismo usato è, come dicono i meccanici, ‘a’ kamikaze’. Come i kamikaze hanno mutato per sempre la strategia militare contemporanea sbaragliando ogni difesa effettiva, perché fino ad allora ci si basava sull’assunto che l’attaccante cercasse di salvarsi, allo stesso modo i narcotrafficanti hanno compreso che l’unico modo per salvarsi dai posti di blocco era organizzare carichi che per scovare bisogna smantellare l’auto stessa. Cosa impossibile per qualsiasi pattuglia. Una volta, durante un’operazione di sequestro di un’automobile, pur sapendo con certezza che vi fosse della cocaina, i carabinieri non riuscivano a trovarla. Smontata l’auto pezzo per pezzo, non si individuava la coca. I cani la sentivano, ma non riuscivano a localizzarla, si agitavano confusi e schiumando dal naso. La coca era nascosta in forma cristallizzata nei fili della parte elettrica dell’auto. Solo un elettrauto esperto avrebbe potuto scovarla, scoprendo più fili del necessario. Per il trasporto si usano le famiglie dei trafficanti. Sono il modo migliore per distribuire i carichi. Le famiglie reali, non metaforicamente i clan, ma proprio i familiari incensurati e che fanno i mestieri più disparati. Gli si offre un weekend in Spagna e 500 euro a testa per il viaggio. L’avvocato pagato in caso di arresto, ovviamente. Una famiglia incensurata – padre madre e bambina – che parte il sabato o la domenica mattina e fa il viaggio, non insospettirebbero nessuna pattuglia. Sulla Roma-Napoli la scorsa primavera i carabinieri fermarono una famiglia che viaggiava su una Chrysler, spaziosa e ben caricata su un letto di 240 chili di cocaina. Quando hanno arrestato i genitori, un sottufficiale non riusciva a togliere dalle braccia della madre una bambina completamente disperata e in lacrime. E i volti di questi trafficanti della domenica erano increduli come di chi non si è reso conto sino in fondo di cosa stava facendo.

La Chrysler sembra costruita apposta per i trafficanti che la foderano. Sopra le gomme, nei vani dei finestrini che spesso non possono essere abbassati ma che tracimano di coca. Negli anni ’80 era la Panda, ora invece non c’è trafficante che non desideri la Chrysler nel proprio parco macchine. Ogni auto di trafficante è protetta da un sistema di staffette che segnalano se ci sono posti di blocco e si organizzano di modo che a ogni uscita la staffetta avverte se uscire o proseguire sull’autostrada. Non parlano mai per telefono dell’arrivo o della partenza del carico e neanche loro sanno tutto il percorso, sanno solo in quali città hanno delle basi e a queste basi fanno riferimento solamente una volta arrivati. Una volta giunti a destinazione segnalano la loro presenza, così che sarebbe troppo tardi per gli inquirenti andare e sequestrare, se hanno ascoltato la conversazione. Una scheda telefonica per ogni viaggio. Poi si butta. In un’intercettazione un trafficante al casello di Caserta Nord si accorge che lo stanno aspettando i carabinieri e che l’hanno beccato e allora temporeggia dinanzi al casellante chiamando subito gli altri: “Mi hanno bevuto. chiamate l’avvocato, stutate tutti i cellulare fate fermare tutti quanti”. Quando sono pedinati, i corrieri, le staffette cercano di seminare le auto civetta dei carabinieri e preparano camion in alcune piazzole di sosta, che aprono il ventre dei loro autotreni caricano la macchina e partono. Anonimi. Camion tra altri camion. È così difficile travolgere il sistema di staffette che nell’aprile scorso per bloccare una macchina i carabinieri sono dovuti atterrare con un elicottero sull’autostrada verso Capua per fermare un corriere.

I metodi per depistare sono sfiancanti. Un auto, pedinata per Tiro Grosso, prima di giungere dalla Spagna a Napoli ha fatto il seguente giro: parte da Ventimiglia, va a Genova, poi torna a Ventimiglia, poi va a Roma, poi torna a Firenze, poi va a Caserta e poi a Napoli. Tutto arriva a Napoli, ma da Napoli può anche ripartire. Pistoia, La Spezia, Roma, Milano e poi Catania. I nasi imbiancati d’Italia tirano coca battezzata a Napoli. Non c’è luogo dove la coca trattata dai broker napoletani non giunga. Non c’è gruppo criminale che non medi con loro. La mafia turca ha chiesto urgentemente coca ai broker napoletani offrendo armi in cambio. Le indagini per smantellare il brokeraggio di coca sono complicatissime. Gran parte del meccanismo del contrabbando è stato metamorfizzato in traffico di coca. Infatti i Mazzarella – è emerso dalle indagini – hanno concesso ai broker i loro ‘capitani’, ossia gli scafisti che negli anni Ottanta trasportavano le bionde, ora dai porti marocchini e spagnoli portano tutto a Napoli, Mergellina, Salerno. Un scafo Squalo 3 prima di essere usato era necessariamente testato dai ‘capitani’ napoletani. I napoletani continuano a essere inafferrabili nella gestione dei traffici per mare, gli introvabili fratelli Russo, i boss nolani eredi dell’impero che fu di Carmine Alfieri, secondo informative dei carabinieri, fanno latitanza su navi, non toccano mai terra, sempre in giro, per Mediterraneo e oceani.

Napoli è città che distrae, la microcriminalità e le faide danno imperativi che non riescono a concedere tempo ai grandi affari dei clan e delle borghesie della coca. E questa è una certezza che i broker conoscono bene. Ma non è sempre così. E per comprenderlo bisogna incontrare il colonnello Gaetano Maruccia, il comandante provinciale dei Carabinieri di Napoli. La prima volta che lo incontrai, ebbi l’impressione di discutere con uno stratega competente e impassibile, ma al tempo stesso ci ritrovai lo slancio del capitano Bellodi de ‘Il giorno della civetta’. Qualità inconciliabili che parevano invece trovare sodalizio in un uomo capace di tenere insieme le contraddizioni fra ciò a cui non si può venir meno in nessun momento e a nessun costo, e ciò che si fa perché dietro al dovere resta ad agire il motore vivo di una scelta. Pugliese d’origine con sangue calabrese, un passato in Sicilia e a Roma, somiglianza al Brando maturo, capelli bianchi tirati indietro, una voce da basso. Immancabile sigaro a lato della bocca, e nel suo studio uno strano aggeggio che sbuffa ogni tanto un profumo che tende ad annullare il tanfo del tabacco. Mi stupì che riuscisse a inquadrare il problema strutturale del territorio in una situazione dove c’è un perenne rincorrere l’emergenza, l’imperativo della quotidianità, l’ossessiva richiesta di soluzioni quotidiane e immediate. Maruccia invece ha idee chiare: “È fondamentale comprendere come il mercato legale sia non soltanto infiltrato dai capitali generati dalla coca, ma fortemente determinato da questi capitali. E capire queste determinazioni è il compito più complicato. Le nostre ultime indagini dimostrano che Napoli è uno snodo centrale del traffico internazionale di coca, ma anche un punto di partenza per il riciclaggio, il reinvestimento, la trasformazione della qualità del profitto del narcotraffico in qualità economica legale. Scoprire i traffici, i canali di arrivo, le molteplici tecniche attraverso cui la cocaina e l’hashish giungono qui è un lavoro fondamentale, ma è solo la prima parte e forse persino la più semplice del lavoro. Sono le trasformazioni che dobbiamo capire: dobbiamo capire, come la polvere bianca diventi tutto il resto. Commercio, aziende, costruzioni, flussi bancari, gestione del territorio, avvelenamento del mercato legale. Si parte da questa macroeconomia da smantellare e poi i micro e medio crimini avranno vita difficile e agiranno senza speranza di crescita. Ma il percorso dev’essere questo e non il contrario”.

I risultati del Comando provinciale dei Carabinieri di Napoli sono molteplici. Per ultimo, l’intero clan dei Sarno, potente nel racket e nella coca, che gestiva un traffico di armi con l’Est usando come copertura i bus delle badanti, è stato aggredito con 70 arresti. E anche il meccanismo del narcotraffico a Scampia è stato affrontato non soltanto con gli arresti di massa dell’ultimo livello, ossia dei pusher, ma con la distruzione dei fortini attraverso cui i clan difendono la piazza con un metodo nuovo e d’impatto, cioè affiancando centinaia di uomini per presidiarla e impedendo così ogni ipotesi e velleità di rivoltarsi. Maruccia non ha alcun sogno di palingenesi, soltanto sa vedere oltre il caos, oltre la coltre di dati singoli che piovono su una realtà che si vuole troppo spesso schiacciata nel sottosviluppo criminale e che invece cova potenzialità criminal-imprenditoriali enormi. “È innegabile che la loro capacità di fare impresa della coca, sia la loro maggiore qualità. Trasformare una periferia disastrata come l’area nord di Napoli in un’industria florida seppur criminale è una capacità criminale con cui dobbiamo confrontarci e che dobbiamo in ogni modo smontare come si smontano gruppi industriali e finanziari e non combriccole di briganti. Abbiamo di fronte la più importante azienda del territorio e temo non solo di questo territorio, anzi dell’intero paese. Quando si tratta di affrontare i problemi di Napoli non si tratta di rimanere entro i confini regionali, ma anzi risorse, mezzi, attenzione non bastano mai perché i percorsi partono e a volte terminano qui, ma coinvolgono i confini dell’intera nazione e spesso del mondo intero. L’importanza di una sempre più efficiente cooperazione internazionale non è determinante solo per il narcotraffico, ma dev’essere trasversale, deve colpire i capitali di investimento che i clan fanno in ogni parte del mondo. O si parte da questa consapevolezza o si ragionerà sempre in modo parziale”.

Impensabile quindi continuare a osservare la coca come una dinamica esclusivamente criminale, la cocaina diviene una forma attraverso cui comprendere l’economia europea che non possiede petrolio, quello nero, e diviene sicuramente una porta d’accesso per comprendere l’economia italiana. Basterebbe seguire le tracce degli investimenti di coca dei broker campani e calabresi per comprendere dove si orienteranno in futuro i mercati legali. La coca, la magnifica merce, l’innominabile valore aggiunto della vita quotidiana di migliaia di persone e l’impronunciabile talento criminale dell’economia italiana, non può che essere raccontata come un modello metaforico usato per lo zero nel pensiero matematico. Traslando quello che disse Robert Kaplan “guarda lo zero non vedrai nulla, guarda attraverso lo zero vedrai l’infinito”, sembra imperativo affermare: “Guarda la coca e vedrai solo della polvere, guarda attraverso la coca e vedrai il mondo”.

Roberto Saviano

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/vi-racconto-limpero-della-cocaina/1533128//0

Una Risposta a “Vi racconto l’impero della cocaina”

  1. vincenzo andraous Dice:

    DALLA CONFERENZA NAZIONALE SULLE DROGHE A TRIESTE ALLA RIEMERGENZA

    Una vita spericolata, un eufemismo, una semplicizzazione, che non aiuta a venire a capo del problema, una esistenza bruciata, calpestata, eppure quanti giovani in quel “voglio una vita spericolata “ hanno trovato un inizio senza più fine, senza più arrivo, l’illusione di una meta raggiunta quando invece si trattava di un punto di partenza.
    Con l’imprudenza di una canna, il respiro attraente di una sniffata, una alzata di spalle alla pazienza, un palcoscenico virtuale, scompaiono i valori importanti, la fiducia in se stessi e negli altri.
    Ogni volta che violenza e disattenzione miscelano un futuro senza paletti a difesa, ogni volta che accade qualcosa di brutto a un ragazzo, e il mondo adulto rimane indietro rispetto al pianeta degli adolescenti, e fenomeni come bullismo, droga, devianza, scardinano le certezze in bella fila, su piedistalli di cartone, è un comando a dare veramente una mano, ad incontrare il male con il bene della coerenza, quella che non dà il fianco alle interpretazioni, alle giustificazioni, alle facili conclusioni.
    Alla Comunità Casa del Giovane vengono a trovarci studenti, associazioni, esperti e uomini politici, è nostra consuetudine svolgere un tour negli spazi adibiti a laboratori, nei corridoi delle strutture di nuova generazione, accompagnando gli occhi e il cuore verso dimensioni umane che occorre ritrovare, non solo nei riguardi degli utenti ospitati, ma di coloro che intendono crescere insieme attraverso una presenza utile e dignitosa.
    Quando la realtà soccombe all’immaginazione e l’incredulità non consente sollievo, l’impatto con la scoperta di avere un figlio preso in mezzo dalla violenza esercitata da un bullo, dal gruppo dei pari che ricerca emozioni forti, rompendo e distruggendo, senza disporre di alcuna uscita di emergenza, è proprio nelle stanze della Casa del Giovane che sovvengono alcune risposte mancanti, interrogandoci sull’ascolto di storie clandestine che sottovoce raccontano di un giorno vissuto svogliatamente, nel rinculo rabbioso che offre lo sballo, l’annullamento di ogni più intimo colloquio, di ogni sofferenza e di ogni salita da affrontare.
    Forse non sono più sufficienti i tanti cinque in condotta di cui sentiamo parlare, le sospensioni e le sanzioni comminate, per rendere plausibile il valore della civicità, dell’educazione, adesso è giunto il momento di alzare il viso e lo sguardo in alto, nei riguardi di un mondo giovanile sempre più inondato di notizie e sempre meno consapevolizzato, sempre più spintonato verso un mercato delle deleghe, dei diritti acquisiti senza sudore.
    Di fronte a un giovanissimo che sceglie di curare il proprio delirio di onnipotenza con la droga, il gruppo schierato a difesa del fortino che non c’è, con il freddo di una lama tra le dita, per tenere lontano il mondo percepito come avversario da odiare e colpire, sarà bene non rimandare un intervento educativo che ricomponga un equilibrio, riporti ordine nella relazione da mantenere e custodire.
    E’ auspicabile invitare le nuove generazioni a mettere il naso e i piedi nei corridoi di una comunità per rendersi conto che la realtà è che la persona incontra la droga, perché spinta da qualcuno a consumarla, e che non esiste droga come esperienza positiva in una botta di nulla che esclude ottusamente.
    Nei silenzi di questa comunità c’è intenso l’incontro con la riemergenza dalle situazioni più difficili e superficialmente concluse senza speranza.

    LA PEDAGOGIA DELLA NONNA OSSIA DEL BUON ESEMPIO

    Gli incontri con le classi di una scuola media secondaria sono terminati, anche quelli con i genitori e gli operatori, per tirare le somme, per tentare un bilancio sulla ricaduta avuta sui ragazzi, per prevenire gli atteggiamenti bullistici ed aiutarli ad entrare in possesso degli strumenti necessari a non risultare vittime né complici.
    Non è semplice disegnare una linea di confine netta, tra ciò che è una responsabilità imprescindibile nell’esser genitori, e una collettività sclerotizzata dai miti mediatici, dai maledetti per vocazione.
    Eppure rimanere alla finestra, abbarbicati a una linea mediana sonnolenta, a un trespolo di cera vicino a un fuoco che divampa, equivale a cadere a nostra volta, e, come ci ha detto qualcuno, “ chi rimane accomodato alla balconata a osservare indifferente, non è un individuo innocuo, ma una persona inutile”.
    Forse nei riguardi dei più giovani, non si è solamente inutili, ma anche esempi pericolosamente induttivi a sgretolare il valore della solidarietà e autorevolezza.
    Atti preventivi in azioni secondo coscienza, stili educativi e comportamenti equilibrati, per arginare nei giovanissimi gli atteggiamenti prevaricanti, violenti, dentro le classi a studiare metodi e dinamiche affinché nessuno rimanga isolato, ma spesso si mette in fuori gioco il disagio dei minori.
    Da una parte si invoca l’isola felice del proprio angolino ben gestito, dall’altra si tenta di inquadrare il bullismo e il disagio relazionale degli adolescenti, la loro maleducazione e trasgressione, con la violenza, la devianza, il conflitto stesso.
    Ma questa operazione confonde la pratica della violenza che elargisce sofferenza e tragedie, con la dinamica del conflitto che invece va a monte del problema, senza per questo cancellare le persone.
    Per l’ennesima volta al bullo, alla vittima, ai complici caduti nella rete omertosa, rispondiamo con una difesa a oltranza delle nostre casate, dei nostri confini, come a voler sottolineare che non c’è nulla da sapere che già non sappiamo, tranne che arrabbiarci a nostra volta se veniamo additati tra gli imputati, tra quanti alimentano questo fenomeno con la loro irrappresentabilità educativa.
    Un grande amico e pedagogista nell’incontrare il mondo dei cosiddetti grandi, per un momento ha lasciato da parte gli accessi scientifici alla ragione, consigliando ad ognuno di ritrovare l’umiltà necessaria per affinare la “pedagogia della nonna”, quella pratica unica e insostituibile tutta dentro il concetto del “buon esempio”, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, del fare bene o al meglio delle tue capacità, se pretendi che faccia altrettanto anche tuo figlio.
    Essere genitore significa conoscere il proprio figlio, essendo presenti, disponibili, non abituandoci e non abituandolo a NON creare mai problemi, ma a ricevere un amore speciale, dunque a essere entrambi degni di stima, affinché non esistano abissi insondabili, dialettiche cifrate, parole non più leggibili, causate dal desiderio di avere tutto “misurato” al nostro sentimento, rischiando così di non considerare gli avvenimenti fuori dalla nostra ottica, riducendo la distanza dai giochi più feroci, dove quasi sempre è il più giovane a perdere la partita più importante.

    NUOVE DROGHE E VECCHI MERLETTI

    Cocaina e spinelli, nuove droghe e vecchi merletti, sembra questo il leit motiv con cui i giovani si distinguono a scuola, nella strada, nella vita.
    E nonostante il mondo dei grandi, degli educatori, dei genitori, sia consapevole del proprio passato, ci si dimentica che forse o semplicemente siamo cambiati noi nel frattempo.
    Droga si, droga no, punire non punire, in carcere, no in comunità, un coacervo di brutte e belle intenzioni, di mappature pedagogiche, di prosa della sordità, ognuno a elevare il proprio ruolo e la propria competenza sopra il disagio che imperversa nei ragazzi.
    Disagio, trasgressione, devianza, droga, un modo autistico di interpretare le emozioni, disuniti dall’inganno delle parole adulte, dagli agguati predisposti dalle casate educative, prosopopee e dubitosità senza misure, in una sorta di consueta delegittimazione, di malanno intellettuale.
    E ’ proprio un bel vedere e un bel sentire per cercare di evitare contatti devastanti con droghe sempre nuove che invadono il mercato, la pratica sta nell’ addomesticare le “ curiosità e gli obblighi gruppali” dei più giovani, sino al momento dell’accidente che non consente uscite di emergenza. Ma nonostante la sofferenza che trasuda ogni singola esperienza di dipendenza da sostanze, da uno sniffing, da una striscia cocaina, da un buco di eroina, o da lacche e colla di ultimissimo grido, regna incontrastata la regina della conflittualità dialettica, della dialogica furbesca, di una nuova destinazione all’inferno delle speranze, attraverso la menzogna elargita senza alcun dettaglio a tutela, affermando che esistono droghe alternative, droghe che non sono considerate tali, droghe normali.
    E’ un dialogo generazionale defraudato di onestà e valori condivisi, a fronte di una produttività che non ammette casse mutue né una dimensione del tempo fruibile, affinché sia possibile generare una reciprocità di maturazione culturale e affettiva.
    Sul fronte delle prime linee contro l’uso e l’abuso delle sostanze, c’è davvero molto da dire e fare, soprattutto c’è da non accasciarsi sui fallimenti che la vita ci occasiona senza preavvisi, c’è da fare i conti con il proprio vissuto e con quello di tante altre persone anonime, che aggiungono ragioni e intensità sufficienti a proporre riflessioni che contengono le risposte mancanti.
    A 13 o 14 anni la canna tra le dita, il fumo nelle narici, uno stile di vita appena iniziato, salire su un’auto lasciata incostudita, prenderne possesso e con normale divertimento partire all’avventura.
    In tre ragazzi sopra quella macchina a fumare e ridere, a calare giù di gusto, a pensare di non essere fatti, anzi di stare bene e lontano dai guai.
    Tre ragazzi e la strada che diventa stretta, la notte scambiata per il giorno, d’improvviso la musica è finita, il rumore del motore spento, le risate smorzate in gola, i pensieri paurosamente interrotti.
    A 13 o 14 anni ci si esprime con l’esibizione di qualche scaltra giustificazione, di scuse zoppe, per non accollarsi una responsabilità precisa, ma forse, quell’albero non sarebbe passato inosservato, forse quell’ostacolo così ovvio non sarebbe stato interpretato come un semplice impedimento, forse se non ci fossero state le canne a fumarsi il residuo di cervello, forse da quella macchina non ci saremmo trascinati fuori soltanto in due, perdendo per sempre, per tutto il tempo che rimarrà da vivere, un pezzo importante di noi stessi.

    UNA SOMMA DI INGIUSTIZIE DELLA GIUSTIZIA

    Il pianeta dei resoconti filmografici, delle sintesi romanzate, a detta di tutti è una realtà drammatica, indescrivibile per disumanità e somma di ingiustizie della giustizia.
    Il carcere è diventato un lazzaretto disidratato, dove è sempre più difficile impegnare la morale, l’etica, l’onestà dei valori auspicati, mentre è sempre più facile sparare sulla croce rossa di un indulto concesso senza alcuna preparazione né formazione, tanto meno coperture finanziarie adeguate, peggio, rese inadeguate dall’immobilismo burocratico.
    Un contenitore di numeri inqualificabili, di uomini invisibili a cui non è consentito per “legge non scritta”, di essere tali nella propria dignità.
    E’ di questi giorni l’amara constatazione da parte di autorevoli operatori penitenziari : siamo costretti a pensare unicamente al posto letto “chiuso” in una cella, cioè a sistemare su un materasso maleodorante, posizionato per terra, o su un letto a castello alto tre metri, più persone.
    Un posto letto chiuso in una cella, dove tutto può essere condiviso, persino il nulla, il vuoto, la follia di una inaccettabilità, in una discarica disposta a macerare diritti e doveri acquisiti, ma cancellati dalla memoria giuridica e sociale di un intero paese, sempre più influenzato dall’ideologia fai da te.
    In questa punteggiatura dell’esclusione appare sempre più ostico ribadire l’urgenza di formare persone e idee per umanizzare il penitenziario, per umanizzare la pena, per umanizzare una giustizia detenuta anch’essa, e quindi mal interpretata di conseguenza.
    Conduttori di aree pedagogiche e della sicurezza, “ obbligati a pensare soltanto al posto letto”, di fronte a questo sfinimento di intenzioni e volontà c’è il rischio di perdere contatto con la realtà che circonda e umilia le persone che sopravvivono nei perimetri della vergogna, i quali rimangono illusoriamente simboli della corretta punizione, della auspicabile rieducazione, della speranza a recuperare alla collettività uomini migliori.
    Eppure dentro quei posti letto chiusi in una cella, non c’è più traccia di grida e sussulti di indignazione per i troppi ragazzi che decidono di togliersi la vita, di risocializzarsi in un’altra “occasione”, non si odono esternazioni aspre né si contraggono scomposti i rimorsi per questo silenzio colpevole.
    Anzi si parla di laboratori teatrali, ergoterapici, formativi, di impegno a tutto tondo per creare benefiche intrusioni catartiche, terapeutiche, ma forse con più onestà intellettuale bisognerebbe parlare di intrattenimento veloce, in molti casi di perditempo studiato a tavolino.
    Carcere duro, carcere flessibile, carcere che ancora non c’è, se non quello del contenitore dove ognuno reclama qualcosa ma nessuno espropria l’utopia che contamina e corrode il fare competente di tanti operatori.
    Forse non è importante spendere parole che richiamano alla responsabilità, forse è sufficiente comprendere che “il carico di castigo della pena si stempera nel momento in cui si riconosce il primario interesse della collettività a rispettare la dignità della persona reclusa, assicurandole condizioni di vita improntate a criteri di umanità”.
    E checchè se ne dica, ciò non può esser interpretato come una mera concessione.

    “ MI CALO E BASTA TUTTO QUI”

    In discoteca, al pub, alla festa sulla spiaggia, la droga “cala”, e un’altra ragazza è stramazzata a terra, in coma, senza tanti complimenti.
    Questa volta la causa del decesso è l’MDMA, meglio conosciuta come ecstasy.
    E’ incredibile come dopo anni e anni di over-dose, di esplosioni chimiche, di implosioni biologiche, siamo qui a manipolare le parole, a violentare la ragione, a abusare della compostezza di una coscienza annichilita.
    C’è una maledetta disinformazione che parte da una comunicazione sonnolenta, ripetuta senza scalfire alcuna emozione, spesso didattica, già vecchia, troppe volte elargita da cattedre impolverate che nulla consentono alla possibilità di liberare la libertà, nel senso di immaginare un percorso di vita denudato dai falsi miti e dalle false aspettative, soprattutto da quella falsa normalità, che maschera nei migliore dei casi una avvenuta dipendenza.
    “Non mi calo” per essere contro, per trasgredire e stupire con rumore, “ mi calo” per essere pronto a dire, a fare, a pensare svelto e non dormire.
    “Mi calo e basta tutto qui”.
    Dieci, mille, diecimila a sbomballarsi, a muoversi in gruppo, in cerchio, in abissi capovolti, ma resi avventurosi, per l’incapacità di parlare, di fare i conti con le parole, che hanno un nome, una storia, persino una vita presa a calci nel sedere.
    Questa nuova sostanza è peggio delle altre, non sei in giro come un tossico, additato e contuso dallo sdegno benpensante, no, è magica pasticca che consolida la tua presenza nel consorzio sociale, che nasconde il peso dell’impegno lavorativo, che rende più dolce la linea mediana di una vita banale.
    Un nuovo stile di vita, tutti dentro un cubismo astratto, dove ognuno sbanda allegramente, per rendere meno assordante il dovere della puntualità, della costanza, della propria professionalità, in all’erta per l’inizio della nuova settimana, pungente e rancorosa per quella appena conclusa.
    E’ necessario riflettere su come stanno emergendo queste nuove sostanze, nelle nuove resistenze sociali, non sempre riconducibili al disagio psicologico, al malessere sociale, a comportamenti violenti e deficit emozionali.
    Noi adulti preferiamo conservare la nostra integrità e capacità di educare, caricando i nostri interventi sul versante antisociale dei giovani, ma non facciamo al problema droga un buon servizio di prevenzione, non capiamo che oggi, per la stragrande maggioranza dei ragazzi, “calarsi” è normale, semplice, non è protesta di alcuno né di alcunché, è solamente un modo per stare comodi, tra fatica e divertimento.
    E’ semplice perché è lì a portata di mano, non è mai lontana dalle solitudini imposte dal mercato, non crea ansie di irreperibilità né di prestazione, è intesa come una normale e semplice sfida a morire nel silenzio più gettonato, quello degli adulti così irresponsabilmente predisposti a imitarne il distacco generazionale.

    DAL MITO DELLA TRASGRESSIONE

    A 14 anni non si pensa al carcere, ti ci trovi “dentro” improvvisamente e ne sei respirato e concluso. Sì, ti ci trovi dentro ed é davvero troppo tardi. L’età più bella improvvisamente devastata nell’incontro affascinante e frontale con il mito della trasgressione.
    Io me lo ricordo bene, ero impegnatissimo a fare vedere alle autorità di essere un duro, e quando mi stavano portando nel “mio” primo carcere dei minorenni ho pensato ” ecco sto per iniziare finalmente”.
    E’ tutto accaduto in una vita precedente? No, é stato ieri.
    Quando vago con la mente tra questi fotogrammi impolverati e ingialliti dal tempo, rivedo la mia immagine scomposta e inquieta, mentre i pensieri mi cadono addosso e raccoglierne i cocci è un’ardua impresa.
    Gli anni sono trascorsi, uno dopo l’altro, passo dopo passo, uno scarpone chiodato dopo l’altro, fino a giungere a ‘quell’urlo” che ha squarciato la notte.
    Qull’urlo che ho tenuto compresso in me, sorvegliato a vista dalla mia incredulità, contenuto nei miei tormenti, divenuto un dono prezioso da custodire.
    Svegliarmi nel buio, nel mezzo di una tempesta silenziosa, e due occhi bellissimi scrutarmi, scuotermi. Due occhi lucidi e profondi come l’anima che traspare al di là della coscienza, della ragione che indaga e accusa. Con le mani fredde ed il cuore in gola, il respiro che non esce, il dolore nei polmoni salire alla gola e fare fatica a respirare.
    Affannosa ricerca di boccate d’aria mute, imprigionate, incatenate in attimi intensi di vuoto e di pieno, di vita sospesa.
    Due occhi come lune inchiodate, un volto che non conosco, ma che sento tutt’intorno.
    Due occhi che piangono, rimangono aperti e si distendono verso di me.
    Nel silenzio di pietra della cella, I’urlo fuoriesce e taglia di netto il sentiero praticato a occhi bendati, sgretola le abitudini consolidate, i sussurri che impongono i piedistalli e le parole a paravento che non stanno scritte da nessuna parte.
    L’urlo esce, assorda, mi discosta e cancella la mia cella, le altre celle, i muri e gli steccati.
    L’urlo si espande, rimbalza, si piega, prosegue e non smette la sua corsa, neppure quando sono caduto in ginocchio, spossato, svuotato di me stesso.
    Quegli occhi sono sempre lì, velati di pianto, addolciti da un sorriso leggero, come a voler ridurre la distanza siderale che mi separa da questo reale intorno.
    Occhi grandi, lucenti, lacrime che parlano di una tristezza felice, di una gioia che non conosco e invece vorrei avvicinare, occhi che rimangono a osservare la mia sorpresa, la mia fragilità.
    Occhi bellissimi vestiti di speranza, sguardi che consentono di ricostruire e ritrovare l’uomo, sebbene nella fallibilità umana.
    Quella notte sono rimasto in ginocchio tanto tempo, in una sorta di terra di nessuno, sbattendo il viso contro una specie di cortina fatta di barriere materiali e psicologiche, costretto fors’anche dalla mia ostinazione a vivere del mio, in una tragedia che non ha fine, con un passato che assomiglia ad una sera senza luce dove non si può leggere, solo ricordare.
    L’urlo ora s’é disperso, quegli occhi tanto amati sono svaniti.
    I giorni, e gli anni si inseguono testardi, mi adagio sul futuro che per me é già oggi, in un presente contenuto nel passato, poiché ogni volta che si progetta qualcosa si modifica e si rilegge il proprio passato con occhi e sguardi nuovi.
    EDUCARE SIGNIFICA NON TIRARSI INDIETRO

    Quel giorno la professoressa di Italiano tentava di spiegarci che il destino non è una mera fatalità, bensì siamo noi a tracciarne il senso.
    Aveva ragione da vendere, ma io non volli acquistarne neppure un grammo, tant’è che le lanciai una matita, colpendola alle spalle.
    “Chi è stato?”. Il silenzio fu l’ unica risposta.
    Venne il Preside, minacciò la sospensione per tutti, se non fosse saltato fuori il colpevole, ma il mutismo non consentì dialogo, mentre io mi sentivo fiero della mia bravata, e protetto dal silenzio dei compagni.
    Oggi so che fu un errore, scambiare quel silenzio per una forma di solidarietà, oggi che nella Comunità “Casa del Giovane”, mi è capitato di assistere a qualcosa di simile: una storia ripetuta, senza che alcuno riesca a coglierne l’insegnamento.
    Un minore ne ha combinata una delle sue, e i coetanei continuano ad ammiccare, tacere, e, peggio, acconsentire, ma scoperto e punito giustamente il colpevole, gli amichetti “solidali” si rigano il volto di lacrime.
    E’ sottile, quasi invisibile, il confine che separa il sentimento della solidarietà dall’omertà, ma quest’ultima non ha parentela con ciò che nasce spontaneo verso l’altro, perché la solidarietà è un sentimento che nasce con forza, con amore, con verità, per poi ritirarsi senza clamori. Invece l’omertà è un mezzo per rendere sicura la prepotenza e la prevaricazione.
    L’omertà è viltà, per coprire l’ignoranza, è una subcultura che consente di far pagare ad altri il prezzo della propria inadeguatezza.
    Ecco che allora diventa prioritario, urgente, intervenire e comprendere che è certamente una sola la via da seguire, cioè quella del sentire il richiamo della solidarietà vera, quel sentimento che ci induce a farci avanti, a non nasconderci, per poter essere responsabili del bene di ciascuno, ammettendo gli errori e cercando di comprenderne il peso.
    Non so se oggi, come ieri, questi fraintendimenti dolorosi che assalgono i giovani sono il risultato di una ingiustizia sociale, che moltiplica i casi di emarginazione, di protesta e di disagio.
    Però sono certo che non saranno sufficienti solo le parole, solo i libri, a salvare chicchessia dal proprio destino.
    Ho imparato che educare significa non tirarsi indietro, ma avanzare con il bagaglio delle proprie esperienze, come somma degli errori, per porsi a diga di ogni facile conclusione: perché solo in questa direzione può esistere una politica sociale che possa partorire giustizia, ricordando che il diritto alla vita e alla tutela di ogni minore passa attraverso un’azione collettiva, dove nessuno può chiamarsi fuori.
    Un’azione che è anche fatica, ma va affrontata giorno dopo giorno.
    LO SPINELLO DEL BULLO
    Le file di sedie sono tutte occupate, la classe è schierata nel grande salone della Comunità Casa del Giovane di Pavia.
    Si è conclusa da poco la visita guidata nei laboratori, il dibattito prende il via dopo la visione di un video, in cui il Responsabile Don Franco Tassone, disegna le tante vite bruciate nella frazione di uno sparo.
    Nel salone è scomparso il brusio disturbante, ora c’è tensione dell’ascolto, c’è voglia di capire, di confrontarsi, di accorciare una distanza, e c’è pure chi ha voglia di fare il maledetto per forza: “ mi scusi Vincenzo, non sono d’accordo con lei, io fumo qualche canna, ma non sono certamente un tossicodipendente, credo che l’hascish non faccia male“.
    Droghe leggere, droghe pesanti, quali allora le differenze, se a perdere sono sempre i più giovani, quelli che in leggerezza hanno iniziato e con pesantezza si sono perduti.
    I tempi mutano, noi cambiamo, e le droghe si misurano con le nostre debolezze, si ammodernano sulle nostre fragilità, cambiano abito mentale nelle nostre rese.
    Così è stato venti trenta anni fa per l’eroina-droga-protestataria, così è ai giorni nostri per la droga bianca o in pillole, quella che non consegna più gli uomini ai pugni dritti nello stomaco, ma rende i più giovani attori formidabili di storie inventate da scrittori invisibili.
    Giovani rubati in corse folli contro il tempo che non basta mai, per poi rimanere inchiodati ai bordi di qualche rettilineo, o per buona sorte su qualche sedia a rotelle, fino a diventare vecchi per i rimorsi.
    Il fumo delle sigarette brucia i polmoni fino a morire di cancro.
    Il vino ubriaca fino a morire alcolisti.
    Qualche spinello non brucia i polmoni, non rende alcolisti né drogati, ma in quel volo che fa ridere intontiti c’è la sonnolenza della ragione, c’è il via libera della stanchezza che non placca alla discesa, ma avventura senza attenzione, alla disavventura già prossima.
    Forse quel ragazzo non ha ancora compreso la differenza tra una vocazione di bullo per forza e il coraggio di scendere dal palcoscenico, fare un passo indietro e comprendere che responsabilità e credibilità, provengono dal vissuto conquistato, sperimentato, dalla conoscenza delle lacerazioni e dagli ideali, non certamente da uno spinello.

    Vincenzo Andraous
    responsabile servizi interni
    Comunità Casa del Giovane Pavia

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