Woodstock

imagesNell’agosto del ’69, Stan era appena ventenne

 

Nell’agosto del ’69, Stan era appena ventenne. Suo padre, Raymond Scott, era già uno dei più famosi ed apprezzati pionieri della musica elettronica e le sue note erano ben conosciute ad Hollywood, ampiamente utilizzate nei cartoni della Warner. Forse anche per questo, Stan si stava naturalmente avviando sulla strada di una carriera nel cinema, tanto da pensare di recarsi a Woodstock con un suo amico per girare un filmetto un po’ amatoriale. Aveva da poco visto Monterey Pop , film sul festival musicale californiano del 1967, ed era sicuro che anche a Woodstock sarebbe valsa la pena di girare qualche sequenza musicale.

Del resto, gli organizzatori dell’evento da mesi pubblicizzavano un elenco di presenze artistiche mostruose, il tentativo valeva tutto. Quando il regista Mike Wadleigh lo chiamò per proporgli di far parte dello staff tecnico del suo film l’adesione del giovane Warnow fu immediata. Un anno dopo, un Oscar arriverà a coronare quella scelta che lo vide, nei tre giorni di Woodstock, accanto ad altri filmaker in erba del calibro di Martin Scorsese come operatore di quello che resterà il documento principe del più grande evento rock della storia.
Ospite della 5° edizione del Biografilm, Stanley Warnow sarà presente alla rassegna bolognese come testimone e “autore” di Woodstock, come giurato e come regista di Deconstructing Dad , documentario in cui racconta l’epopea musicale e familiare di suo padre, Raymond Scott.

Per noi che non c’eravamo, è difficile immaginare cosa sia stata quell’esperienza, quel mezzo milione di giovani distesi in un immenso prato verde con al centro un palco fantascientifico da cui uscivano i suoni più belli del mondo. Mentre eravate in partenza per Woodstock, tu e il resto della troupe di Wadleigh vi aspettavate quello che sarebbe successo?
Da mesi gli organizzatori ci tempestavano di messaggi e pubblicità. Tutti si aspettavano un grande evento e i nomi dei partecipanti mettevano i brividi. Pensavo a qualcosa di simile ad altri appuntamenti musicali di quel periodo. Ma poi sin dal primo giorno l’energia che si respirava nell’aria e dietro il palco ci fece capire che Woodstock sarebbe stato diverso. Che stavamo per assistere a qualcosa che sarebbe passato alla storia.

Tu eri lì come cameraman per Wadleigh, quindi in una posizione privilegiata per guardare e ascoltare il concerto. Quali immagini ti sono rimaste nel cuore sino ad oggi?
Nel mio cuore e nei miei occhi ne ho ancora tantissime. Alcune indelebili, come quelle del mio gruppo favorito di allora, i Jefferson Airplane che suonano al tramonto la domenica o Jimi Hendrix che fa esplodere la sua chitarra il lunedì mattina, Crosby, Still, Nash e Young…stavo girando davvero a pochi metri da loro e avevo la pelle d’oca. E poi mi ricordo la litigata con un motociclista incazzato che voleva assolutamente salire sul palco con la moto e protestava perché lì ci potevano stare i tecnici, gli operatori, i musicisti e i bikers no.

Da anni tu lavori principalmente come montatore, operatore e regista di film musicali. Qual è il segreto per fare un buon matrimonio tra musica e immagini?
Per me la cosa più importante è rispettare i musicisti, la loro musica e l’esibizione, osservando con attenzione quegli elmenti in grado di catturare l’essenza della loro performance. Quindi, montare rispettando il ritmo della musica, che non vuol dire pedissequamente “andare a tempo”. Poi, ancora, trovare le immagini giuste per illustrare determinati suoni. E anche qui, evitando gli abbinamenti più scontati.

Arrivi al Biografilm con un lavoro su tuo padre Raymond Scott, “Decontructing dad”. Ci dici di cosa si tratta?
Di una esplorazione biografica nella vita e nel lavoro di mio padre. Un grande innovatore nel mondo della musica, pioniere del sintetizzatore, inventore dell’Electronium (macchina per la composizione ed esecuzione simultanea), compositore a Hollywood per la Warner e anima del “Raymond Scott Quintette”, gruppo che lo rese famoso e che metteva insieme una bizzarra amalgama di improvvisazione, jazz e musica da spartito.

Cosa rappresenta, per te, questo film?
Da una parte è stato un modo per andare ad esplorare il mio rapporto con mio padre, molto poco presente in famiglia, rintracciare le trame affettive, le relazioni e i rifiuti che fanno parte di ogni relazione padre-figlio. In senso più ampio, ho voluto raccontare la storia di un ebreo americano eccentrico e innovatore che ebbe un successo fulminante, poi cadde nel dimenticatoio e adesso sta attraversando, dopo la sua morte, un crescente riconoscimento del ruolo avuto nella musica del XX secolo.

Dedichiamo a Woodstock l’ultima domanda. Da quei tre-giorni diventati mitologia, sono passati 40 anni. Cosa è rimasto di quello spirito “peace, love and music” che alla tua generazione aveva dato l’illusione di poter cambiare il mondo, e seppellito poi dal mercato e le sue leggi?
Tutta la sensibilità e l’etica della cosiddetta contro-cultura dei Sessanta credo abbia segnato indelebilmente la nostra società che, dopo quel periodo, si trovò a convivere con una struttura decisamente meno formale, con una maggiore attenzione ai valori spirituali, ad una migliore e più equilibrata vita all’interno delle famiglie e via dicendo. Certo, a raggiungere questi obiettivi sono intervenuti anche il movimento femminista e le battaglie per i diritti civili. Ma ritengo che lo spirito dei Sessanta rappresenti il largo ombrello sotto il quale tutto questo ha potuto svilupparsi e crescere.

Roberta Ronconi

http://www.liberazione.it/

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