Le colonne d’Ercole della vecchia Europa
Che cosa ci fanno cinquantaquattro indiani delle regioni del Punjab, dell’Haryana, di Delhi, accampati in condizioni disperate sulle alture boscose che si estendono tra i monti Hacho e Jebel Musa, estremità settentrionale del continente africano, là dove secondo il sapere antico si ergeva una delle due colonna d’Ercole, leggendario limite del mondo civilizzato? Tra le conifere che si ergono nel paesaggio arido e brullo, poco sopra il sentiero che conduce all’Embalse del Renegado, un bacino d’acqua dove i ragazzini del posto vengono a pescare e prendere il sole, allestite alla rinfusa su strette sporgenze pianeggianti, vecchie tende da campeggio, teloni in plexiglas tesi tra i rami alti degli alberi per riparare dalla pioggia, una poltrona riciclata dal pattume, delle panche, il fuoco a fiamma bassa. Dietro uno striscione, sfondo blu a caratteri bianchi:” Trenta meses en Ceuta, un años en el monte “
Ceuta è una piccola cittadina autonoma, poco meno di 80 mila abitanti. Enclave spagnola in territorio marocchino, come la gemella Melilla a 400 km di distanza più a est, è nota per essere stata nel recente passato una delle zone di maggior afflusso di migranti diretti verso il continente europeo.
«Dopo il picco del dicembre 2007», spiega il Dr. Valeriano Hoyos, direttore del locale CETI, centro d’accoglienza temporanea attivo dal 1999 per fornire assistenza agli stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno, «quando a rinforzare l’afflusso dalle regioni subsahariane e maghrebine si aggiunse l’immigrazione asiatica, coadiuvata dai cosiddetti trafficanti di uomini che, grazie anche alla corruzione dei militari di servizio in dogana, avevano trovato qui un facile canale di passaggio, oggi la situazione è molto più tranquilla: una severa epurazione interna della Guardia Civil e una maggiore collaborazione con il governo marocchino fanno sì che attualmente si possa parlare nell’ordine dei tre, massimo quattro nuovi clandestini alla settimana».
La città appare come un’isola-prigione, circondata da una doppia barriera di filo spinato alta sei metri che si estende da una parte all’altra del perimetro urbano, partendo dalla spiaggia nel quartiere musulmano di “El principe”, dove è situata l’unica presidiatissima via d’accesso al Marocco, fino all’estremità occidentale, nella frazione di Benzù. Sorvegliata 24 ore su 24 da telecamere, raggi infrarossi e torri di vedetta, la struttura è stata allestita nel 1997 per arginare l’afflusso incontrollato che si era protratto durante tutti gli anni Novanta.
A difesa della costa una sfilza di motovedette militari: in tutto, sul solo fronte spagnolo, 621 agenti della Guardia Civil e 548 poliziotti; dalla parte marocchina non è dato sapere:«Vi avverto,» esclama conciso l’ufficiale che ci accompagna lungo la borderline, «no foto ai visi dei militari, no alla barriera. Se vi beccano i poliziotti marocchini, sono problemi vostri. Quelli vi sequestrano l’attrezzatura e vi sbattono in prigione: dall’altra parte sognatevi i diritti umani!» Praticamente impossibile oltrepassare il confine: «Dai 2.125 accessi illegali del 2005,» precisa l’Ufficio stampa della “Delegazione del Governo Spagnolo in Ceuta” «conseguenza del 29 settembre dello stesso anno, quando oltre 500 tentarono contemporaneamente d’attraversare la barriera, si è passati ai 351 del 2008, con un decremento medio annuo circa del 45%.»
Furono proprio i fatti del 2005 che portarono alla ribalta internazionale gli enclavi di Ceuta e Melilla, quando, sotto il fuoco congiunto delle forze militari marocchine e spagnole, morirono diciotto persone e oltre cinquanta furono ferite. Una violenza a scopo “difensivo”, perpetrata contro individui disarmati e stremati da mesi di viaggio, non certo nuova, come testimoniano i report di “Médecins sans Frontières”; ma, come al solito, lo scalpore muore nel breve lasso di tempo in cui si esaurisce la mediaticità dei fatti. Il 7 marzo scorso Sambo Sadiako, 30 anni, senegalese, ha perso la vita nel tentativo di superare il muro difensivo: in quanti hanno parlato del suo torace dilaniato, imbrigliato, appeso a penzoloni, dell’atrocità della morte per dissanguamento in quella maglia di ferro che la Spagna e la Comunità Europea hanno voluto a difesa della propria “civiltà”?
Il CETI di Ceuta è una moderna struttura finanziata dal Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali spagnolo: 90 operatori per un totale previsto di 512 ospiti, anche se in passato è arrivata ad accoglierne fino a 800. L’attuale numero d’immigrati che alloggiano all’interno della struttura è di 380, tra i quali 21 minorenni.
«L’80%» continua il Dr. Hoyo, «proviene dalle regioni subsahariane; il resto dall’Algeria, dalla Siria, dall’India e dal Bangladesh». A motivo di accordi speciali con il paese d’origine, i clandestini di nazionalità marocchina vengono direttamente rispediti in patria.
Il centro fornisce assistenza sanitaria, giuridica e didattica in previsione di un eventuale futuro permesso di soggiorno. All’interno gli uffici amministrativi, un ambulatorio, un grande refettorio, la cucina, tre aule didattiche, la biblioteca, la lavanderia, una piccola palestra, un campetto da calcio e i dormitori. «Il CETI non è un carcere!» ci tiene a precisare il direttore. All’ingresso viene fornita una carta verde che identifica l’immigrato come ospite temporaneo. Senza questo documento, le forze dell’ordine possono richiederne l’immediata espulsione dal territorio nazionale:«Ovviamente, per il bene di tutti, è richiesto il rispetto del regolamento e degli orari interni. In caso contrario, la carta verde viene ritirata e il soggetto allontanato».
«Le condizioni di salute degli assistiti», osserva il Dott. Sergio Gonzalez Lopez, responsabile sanitario del centro, «differiscono dalle storie personali: spesso è in relazione al paese di provenienza e alla durata del percorso migratorio, che può variare da un mese, nel caso degli algerini per esempio, all’anno e oltre per coloro che provengono dalle aree subsahariane. Malnutrizione, disidratazione o malattie dell’apparato digestivo dovute al consumo di acque non potabili sono la norma in questi casi, per non parlare delle infermità causate da sforzi immani, dai lunghi tratti percorsi a piedi per vie impervie, dai maltrattamenti subiti durante il viaggio».
Stanley, 25 anni, è originario dell’Uganda. Accanto siede David, 30 anni, dal Sudan. Sono nuovi. Hanno passato la doppia trincea insieme, scavando una fossa nel terreno. Nei loro occhi il terrore. Non sanno ancora se fidarsi, parlano sotto voce, sussurrano. Dalla loro terra sono scappati per la guerra e mai avrebbero immaginato che il cammino fosse anche più arduo e pericoloso. David racconta dei giorni in prigione, delle percosse, degli inganni dei trafficanti che, promettendo l’”Europa dei diritti”, lo hanno abbandonato alla frontiera con Ceuta, ai limiti di una terra che è ancora geograficamente Africa. Stanley mostra i lividi inflitti dalla polizia marocchina: per ogni tentativo fallito, botte e poi carcere, oppure l’abbandono in mezzo al deserto e il cammino che ricomincia verso l’agognato mondo civilizzato.
«L’ambulatorio interno» spiega il Dott. Lopez, «ha lo scopo di fornire una copertura che funzioni da filtro tra assistenza primaria e secondaria. In particolar modo si cerca di evitare quello che successe alla fine degli anni Novanta quando l’afflusso massiccio d’immigrati aveva portato al collasso la struttura ospedaliera cittadina, con risentimento della popolazione locale. Oggi i nostri ospiti sono visitati all’arrivo e viene fornito un soccorso di base durante tutto il periodo di permanenza; in questo modo hanno a che fare con l’ospedale municipale solo in caso di necessità urgente».
L’Avvocato Romero Aliaga del CEAR, “Commissione Spagnola per l’Aiuto al Rifugiato”, e l’Avvocato Blanch Cardín della Croce Rossa Internazionale assistono legalmente gli immigrati del centro. «Ogni settimana» spiega il primo, «riuniamo tutti i nuovi arrivati, illustriamo loro la situazione da un punto di vista giuridico, li informiamo su come procedere, quali le possibilità, i diritti e i doveri. Poi attestiamo tramite colloquio individuale e questionario la veridicità delle informazioni fornite, in modo tale da vagliare la possibilità effettiva di una richiesta di soggiorno»
«Attualmente,» continua Cardìn, «le uniche possibilità per entrare in Spagna come cittadini extracomunitari sono l’asilo politico o la protezione umanitaria, e per tal motivo la maggior parte degli assistiti mente riguardo al paese d’origine: in genere dicono di venire dalla Somalia, o da altre aree notoriamente instabili, ma in realtà ci accorgiamo ben presto che non conoscono le nozioni base di quei paesi, la valuta per esempio o le principali città, i nomi dei fiumi».
Sollevato qualche dubbio sull’attendibilità del test, a maggior ragione per il livello culturale degli intervistati – «Il 27% degli ospiti, il 74% se si considera solo la comunità femminile, è analfabeta»; aveva onestamente dichiarato in precedenza il Dr. Hoyo, «lo 0,4% ha titoli universitari, ma quasi sempre sono disertori o perseguitati politici la cui concessione del visto è garantita dalla Convenzione di Ginevra…» -, l’Avv. Aliaga mostra dei prestampati con una cinquantina di domande estrapolate da internet: un misto di nozioni da Wikipedia e Google, tradotte nei più disparati idiomi per mezzo di vocabolari online dalla dubbia accuratezza. Dalla Somalia dice di venire Matthiew, 28 anni, fermo in piedi sulla soglia della stanza che ospita altri sette inquilini. Racconta di essere scappato perché cattolico in un paese per il 99% musulmano. Non è dato sapere se i suoi occhi abbassati indicano la vergogna per una situazione di sofferenza o un atteggiamento menzognero: sta di fatto che effettivamente in Somalia l’apostasia, il non riconoscimento della fede ufficiale, è punita con la pena capitale.
All’interno del centro s’insegna lo spagnolo: fa parte del programma d’integrazione con il paese ospitante. Le classi vengono divise a seconda del livello d’alfabetizzazione e dell’origine linguistica, o meglio dell’idioma francofono o anglofono che i colonizzatori europei hanno imposto alle comunità occupate nei secoli precedenti:«All’inizio c’è il massimo della collaborazione» confessa uno degli insegnanti, «e i ragazzi sono seriamente motivati dalla prospettiva d’imparare un nuovo idioma», la nuova lingua, l’illusione di una nuova vita, «ma purtroppo, a mano a mano che il tempo passa e le speranze d’ottenere il permesso di soggiorno si affievoliscono, l’entusiasmo diminuisce inesorabilmente».
Sul muro dell’aula magna due enormi fiocchi di carta con tante scritte rosse: in evidenza ” 1° Diciembre: Dia Mundial del SIDA “, giornata mondiale contro l’AIDS. È luogo comune credere che l’immigrato sia portatore di malattie veneree: indagini statistiche condotte dal CESTIM, “Centro Studi Immigrazione Onlus”, rivelano invece che «sono più le malattie che i migranti prendono nel paese di immigrazione», a motivo delle precarie condizioni di vita a cui sottoposti, «che quelle che portano con sé dal paese di emigrazione».
«In realtà il problema è d’informazione. Molti di loro non sanno nulla d’HIV o AIDS e certe parole fuori dal tempo di alcune autorità religiose non aiutano affatto» confessa il Dr. Hoyo, mostrando il cesto con i preservativi gratuitamente messi a disposizione dal distretto sanitario. «È per questo che, con l’aiuto della Croce Rossa Internazionale, abbiamo istituito dei corsi d’educazione sessuale; e i risultati sono stati assolutamente eccezionali, se si considera la precarietà della situazione: la percentuale di sieropositivi all’interno del centro è molto inferiore che nella società all’esterno!» Un anno e dieci mesi di permanenza nel CETI e i sogni che crollano giorno dopo giorno si proiettano nei lineamenti del volto stanco, affranto, disperatamente rassegnato di Mark, 28 anni, dalla Repubblica del Benin, Africa Occidentale:«Sempre meno sono quelli di noi che ottengono la “yellow card”, il permesso d’accedere al continente. Non ce la facciamo più ad aspettare inermi, senza lavorare, senza fare nulla!»
«Il governo spagnolo è diventato molto restrittivo:» specifica l’Avv. Cardín, «solo il 10% ottiene il visto e in genere si tratta di casi estremi, come i profughi iracheni o curdi, le vittime di discriminazione sessuale e religiosa, o soggetti che necessitano comprovati trattamenti medici non possibili nei paesi d’origine. Per gli altri c’è solo l’attesa del rimpatrio».
In realtà il processo non è così semplice:«Fino a qualche tempo fa» continua il direttore Hoyo,«le procedure d’ammissione o espulsione si risolvevano nell’arco di novanta giorni, sicché il CETI era veramente solo una struttura d’appoggio iniziale; attualmente i tempi si sono così dilatati che abbiamo molti casi di persone in attesa qui da oltre due anni».
«Il problema» prosegue il delegato della Croce Rossa, «è che, una volta accertata l’illeggibilità dell’individuo, il passo successivo è il trasferimento al centro di permanenza temporanea». La “prision antigua”, un vero e proprio centro di detenzione nella città portuale di Algeciras, aldilà dello stretto di Gibilterra, nella Spagna continentale. «Se per inadempienze burocratiche o per appelli alla sentenza sollevate dai legali dell’immigrato, il rimpatrio non avviene entro 40 giorni, la legge prevede la concessione della libertà in loco, ovvero sul territorio europeo» Quindi, onde evitare ciò, nell’incertezza, le autorità preferiscono lasciarli sul suolo afro-spagnolo più tempo possibile.
Oltre alla richiesta d’asilo, un lavoro regolare per un periodo minimo di tre anni garantirebbe anch’esso il diritto di cittadinanza, ma, nonostante Ceuta, a motivo della natura di porto franco e dei vantaggi concessi ai cittadini per disincentivarne lo spopolamento, abbia un tenore di vita assai alto, le prospettive per i clandestini sono nulle, dal momento che alla comunità musulmana locale sono già affidate attività manuali e di fatica:«Sappiamo che qualche ragazza si prostituisce,» confida l’Avv. Cardín, «mentre altri immigrati prestano aiuto all’uscita dei supermercati o nei parcheggi per pochi centesimi; alcuni poi lavorano in nero con guadagni che rasentano la schiavitù».
Singh è “fortunato”: fa il garzone tuttofare in un negozietto in centro; in nero, ovviamente, per 5-7 euro al giorno. È uno dei 54 ragazzi che hanno deciso di abbandonare il centro e di rifugiarsi nella boscaglia. «Dopo la visita dell’ambasciatrice indiana a Ceuta, alla fine del 2007» spiega Gurpreet, il portavoce dei “ribelli”, «la situazione è degradata: quasi il 50% dei nostri connazionali sono stati rimpatriati e, di conseguenza, abbiamo scelto di salire quassù in segno di protesta. In realtà speravamo che tutto si risolvesse in breve tempo, ma è passato un anno e siamo ancora qua!». A Ceuta, da oltre un secolo, vive una piccola comunità indiana, un’élite che gestisce attività commerciali e finanziarie di primo piano. Un lungo muro di cinta costeggia per più di un chilometro la strada che conduce all’accampamento clandestino: è Villa Sajnani, di proprietà di una nota famiglia indù, “spagnola” da oltre tre generazioni. «Bella vero? Nessuno di noi è mai stato invitato dentro», sussurra Singh tra l’orgoglioso e l’ironico,
Gurpreet è diplomato in Business Economy. Nel 2004 è partito per Adis Abeba, con la garanzia di un visto per l’Europa. Giunto in Etiopia, i suoi documenti sono stati confiscati e mai restituiti; poi il viaggio in carovane d’esuli, alla mercè delle mafie locali, rinchiuso in lugubri e oscure prigioni:«Hai mai visto qualcuno morire accanto a te per la fatica? O per l’acqua mischiata con il petrolio e la sabbia con il riso?» Per Gurpreet, per Singh, per Pardeep, la cui moglie e i due figli aspettano notizie nella natia patria, per gli altri cinquantuno sui monti, non c’è alternativa:«Dopo tutto quello che abbiamo passato, tornare indietro a mani vuote è fuori discussione».
«Vedi quelle case oltre il mare?» continua indicando le sagome bianche che s’intravedono oltre la leggera foschia, «Ecco, quella è la “peninsula iberica”» A meno di 13 km, aldilà dello Stretto di Gibilterra, Algeciras, Spagna, Europa. «Noi non ci muoveremo se non per andare dall’altra parte, a qualsiasi costo» Perché desiderano così ardentemente l’Europa? C’è la crisi, non c’è lavoro, nemmeno per gli europei. «Lo sappiamo. È quello che racconta ogni giorno la televisione», risponde Smart Jackson, che incontriamo il giorno dopo poco fuori dal CETI, «ma poi guardiamo il vostro pattume, i vostri rifiuti! Vedi, noi, con la metà di quello che voi buttate, potremmo sfamare famiglie intere, per giorni e giorni!». «Non vogliamo l’elemosina, non vogliamo i vostri viveri e non vogliamo le vostre tende: chiediamo solo un lavoro che ci restituisca la dignità di un’esistenza che oggi voi ignorate», aggiunge Gurpreet.
Sulla litorale che costeggia la spiaggia di “El Benitez” in direzione centro, una fila disomogenea di uomini e donne cammina svogliatamente e disincantata avanti e indietro, in attesa dello scoccare delle ore 23.00, l’ora del rientro “volontario”. L’anzianità di permanenza sull’isola si misura dall’entusiasmo con cui salutano, quasi sempre senza risposta, i volti chiari e pallidi degli autoctoni che incrociano.
Ceuta: terra di nessuno e di tutti; porto dov’è difficile entrare, impossibile uscire; 434 anime, giorno dopo giorno in aumento, tenute sospese in attesa di ricominciare a vivere. Quale il futuro? Quali le speranze d’integrazione?
«Ogni mattina,» racconta il Dr. Hoyo «in fondo alla strada passa la corriera che porta alcuni minorenni del centro a scuola». L’obbligo scolastico è imprescindibile per la società spagnola, per la Comunità Europea, al di là di qualsiasi etnia, religione o provenienza: «Non esistono classi separate, non vogliamo certo crescere degli esclusi per poi vederli ritorcersi contro». Ma le scuole di Ceuta portano i propri studenti a visitare il centro dove vivono alcuni dei loro compagni?«No, non è mai successo».
Riccardo Valsecchi