Il Paradiso Perduto di John Milton o la Divina Commedia di Dante rivelano un genio assoluto e assolutamente fuori norma, saremmo disposti a crederli dei libri “rivelati”? La storia terrena di Maometto assomiglia a quella di un genio poetico fuori dai canoni (e come tutti i geni all’inizio è incompreso), che non si accontenta di scrivere un’opera magnetica e magistrale, ma vuole che essa venga venerata come testo sacro. Nella civiltà umana non esiste un gesto tanto clamoroso: la Bibbia è un’antologia della grande letteratura ebraica, ci sono romanzi santissimi e testi normativi, poesie abissali, brani profetici, sapienziali e sussidiari di storia d’Israele. Soprattutto, c’è una sorta di contraddittorio: paddock di scrittori superbi, il Vecchio Testamento vi irrita e tira da tutte le parti, ciò che dice Geremia lo scardina Giobbe, il grido dei Salmi è temperato dal motto buono per ogni occasione dei Proverbi, e Kohèlet scombina l’intero castello teologico.
Il Nuovo Testamento sopperisce all’apparente deficienza estetica con l’evento colossale del Dio-Uomo, con la furia filosofica di San Paolo che fa esplodere praterie psichiche, plasma il magma dell’inconscio anticipando di un paio di millenni Dostoevskij e Nietzsche. Ma Maometto da che lato lo pigli? Comunque sia, il romanzo è Mediorientale. Basta leggere la Genesi e l’Esodo, accontentarsi della stupefacente sura di Giuseppe, «la più bella storia», o becchettare tra le centinaia di piccoli e grandi novelle, aneddoti, favole disseminate nel Corano, per farsene una ragione (per gli accademici ci si rivolga all’Erich Auerbach di Mimesis), e arrivare velocemente a George Eliot e Charles Dickens, Lev Tolstoj, Thomas Mann e Saul Bellow.
Ma Maometto da che lato lo afferri? Nella Bibbia sono uno, nessuno e centomila, lui è un uomo solo e dileggiato, un profeta di diamante, è ovvio (ma nel tempo antico funzionava al contrario rispetto a noi: eri pazzo se non vedevi demoni e dèi ovunque, sotto ogni pietra e panca), ma soprattutto uno scrittore che tenta il libro assoluto (il Corano gronda di riferimenti al “libro”, tutto è “libro”, compilazione, scrittura, l’uomo una lettera imperfetta, l’umanità una frase incisa per caso da una mosca sull’unghia di Dio).
Cos’è Maometto? Un incrocio tra Joseph Smith, il creatore dei Mormoni (ma l’abisso estetico è grottesco), e William Blake (qui esteticamente ci siamo quasi), che di certo vedeva se stesso più come Isaia che come Shakespeare? Lasciamo il genio all’insondabile.
Indosso il colbacco del critico letterario: come si comporta lo scrittore Maometto? Shakera la grande letteratura del suo tempo, la Torah, i Vangeli con condimento misto di apocrifi (il che manda in brodo di giuggiole il critico vero Harold Bloom, «Il Corano esercita su di me un fascino particolare: esso mi appare, infatti, come il più grande esempio di ciò che, da circa un quarto di secolo, chiamo “l’ansia dell’influenza”»), ma estremizza e universalizza il tutto (anche Dio, intoccato e intoccabile, inavvicinato), s’inventa una poesia enigmatica e violenta, che sorprende il cuore di ogni lettore.
L’effetto è proprio quello che ci descrive Pietro Citati in un libro ripubblicato da poco, La luce della notte (Adelphi, Milano 2009), «La prima impressione che ci lascia il mondo islamico è di essere molto più vasto di quello ebraico-cristiano». Non è un caso che il Corano sia anche il fondamento della letteratura ebraica e non solo, evoca poemi meravigliosi come il Mathnawi di Jalal alDin Rumi e la poesia di Hafez, ma anche il Diwan di Goethe e l’ammirazione di Pusˇkin, che traduce da par suo alcune sure.
Mi sono dimenticato qualcosa? Certo: Maometto non è solo uno scrittore e un profeta, ma pure un guerriero. Ergo: al posto di restare sdraiato sul desco come William Blake o come un mistico misconosciuto ma dal potentissimo fascino, il Profeta conquista città, è un politico di platino. E questo si vede in controluce nel suo libro straordinario. Come nel valzer, faccio un passo avanti e due indietro. In Occidente, che è la terra sotto l’egida di Ulisse, cioè della curiosità, esistono un mucchio di traduzioni del Corano. In Italia è più facile trovare il Corano in una traduzione efficace che la Bibbia (domina sempre e comunque la versione ufficiale, della Cei), al di là di quella pionieristica di Alessandro Bausani (Rizzoli), ci sono quelle di Gabriele Mandel (Utet) e di Antonio Ravasio (Rusconi): io preferisco quella di Hamza Roberto Piccardo (Newton&Compton, 1994), che possiede delle appendici interessantissime (in una sono riportati tutti i 99 Nomi di Allah, da Al-Ghaffar, “Colui che tutto assolve” a Ad-Darr, “Colui che Nuoce”). Ma si può leggere criticamente il Corano? Non sia mai, dice l’occidentale buonista e facilmente suggestionabile, pronto però a squadernarti le più svariate teorie del complotto e dell’intrigo a proposito del Nuovo Testamento.
Mikahil Piotrovskij è un armeno, un islamista nonché il direttore del Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo e in poco più di 200 pagine scandaglia per noi Le visioni del Corano (Marietti 1820, pp.230, E25,00), spiegandoci il testo dei testi. Così scopriamo, ad esempio, che Maometto nei primi tempi e tentativi della sua predicazione «sperava di ottenere il riconoscimento della “sua autenticità” agli occhi dei giudei e dei cristiani», e lo si vede dal modo affettuoso con cui tratta gli eroi della Bibbia, da Mosè a Giuseppe, da Noè a Maria e Gesù. Il contatto non diede frutti, e lo si vede in alcuni passi del Corano, dove «è tipico il motivo della condanna dei giudei, sia di quelli del passato sia di quelli contemporanei di Maometto, che non si erano dimostrati degni del loro profeta». Lato cristiano della questione: se Gesù è venerato come profeta nobilissimo, Maometto è però drastico su alcuni punti, come la Crocefissione («non l’hanno né ucciso né crocefisso, ma così parve loro. […] Per certo non lo hanno ucciso») e la dottrina della Trinità («Non dite “Tre”, smettete! Sarà meglio per voi. Invero Allah è un dio unico. Avrebbe un figlio? Gloria a Lui! A Lui appartiene tutto quello che è nei cieli e tutto quello che è sulla terra: Allah è sufficiente come garante», faccio riferimento per questi brandelli alla sura IV, An-Nisa, “Le donne”).
Esempio lampante: la preghiera. Prima ci si orientava verso Gerusalemme (città sacra dei giudei e dei cristiani), poi la rotta muta: «durante il primo soggiorno a Medina, i musulmani volgevano la loro preghiera in direzione di Gerusalemme. A partire dal secondo anno dell’égira la Caaba diventò qibla (ovvero la direzione verso la quale bisognava rivolgere la preghiera), assumendo il ruolo di principale tempio dell’islam».
Eppure, il Corano non lascia scampo, la sua forza (squisitamente letteraria: altri commenti li lascio ai fedeli) seduce più di un santo. Prima del decantato “discorso storico” di Barak Obama in Egitto, infatti, c’è stato quello di Sua Mascellosa Sovranità il Duce Benito Mussolini, un po’ più in là, in Libia. Ce lo ricorda un articolo di Elio Vittorini (!) del 4 aprile 1937, pubblicato su Il Bargello, che esordisce con «Mussolini ha preso in mano la spade dell’islam e tutto il mondo islamico guarda a lui», e chiude auspicando un «abbandono di fiducia di tutti gli arabi nelle mani universalizzatrici di Mussolini». Potenza suprema del Profeta.
agosto 3, 2009 alle 6:58 am |
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