Gaza

By sottoosservazione

AH0420DCA2A4ECJCAZ4IJEBCAK6HD11CA25BBCQCAB4IJFFCA129DVRCAE7R8XYCA2B50PYCAF7JJOTCAE25C1DCAPO1FSWCATGI1V8CAFVRGTFCAVX0CNCCAUFPCS4CAF3G15JCATIX9O4CA6U4WEZGaza sei mesi dopo: Onu e case di fango

 

GAZA — Case così, non s’erano più viste. Con le colonne, le cupole. Pure le decorazioni. Tutte di fango. Sabbia, acqua e fantasia. A Gaza hanno co­minciato a costruirle in marzo, quand’era chiaro che gli israeliani non avrebbero mai lasciato passa­re il cemento, il vetro, l’acciaio che temono serva a fabbricare razzi. «Cent’anni fa, le case di fango le facevamo anche qui — racconta il geometra Ah­med Taha, un 42enne tutto preghiera e betoniera —. Le tirava su il mio bisnonno. Ma era il tempo degli Ottomani. E nessuno ormai si ricordava la tec­nica ». Poi saltò fuori uno di Hamas, Ziad Zaza, mini­stro di un’Economia che non c’è. Ho fatto i cantieri nello Yemen, rivelò Ziad all’amico Ahmed: là è tut­to di terra seccata, so come si fa. Il geometra e i suoi operai hanno imparato subito. E ora scarriola­no, impastano, edificano fra le macerie di Zeitun.

 Quattro mesi di lavoro. Duemila mattoni al giorno, tagliati e rosolati sotto il sole. «Ci sono dei vantag­gi », dice il geometra. Si possono scavare fondamen­ta di non più d’un metro e mezzo. E costruire al massimo tre piani. E sfamare il triplo dei muratori che servono a una casa normale: naturalmente, so­lo gente fidata e fedele al movimento. «Alla fine co­priamo con un impasto di pietre, così da fuori sem­brano abitazioni come le altre». E se piove? «Deve cadere acqua come bombe, per distruggerle».
Dall’era del Piombo Fuso all’era del Fango Essic­cato. In sei mesi. Chiusa al mondo, dimenticata dal mondo, la Striscia campa come sa. L’altroieri, Bene­detto XVI ha chiamato la comunità internazionale alla «ricostruzione d’una terra ancora una volta ab­bandonata a se stessa». Ieri, una nave di pacifisti che volevano forzare il blocco da Cipro è rimasta nel porto. Ormai ne parlano, se ne occupano solo loro. Una puntatina di Tony Blair, una visitina di Jimmy Carter: gente che non conta molto. Il resto è silenzio. Da qualche settimana è comparsa una stra­na malattia, sulla pelle di migliaia di persone: un po’ di detergente, l’unica terapia, e si vedrà. Hanno anche girato un cartoon, «Fatenah», sulla storia ve­ra d’una donna malata di tumore che gli israeliani non fanno uscire dalla Striscia: credete che abbia avuto la stessa pubblicità di «Valzer con Bashir»? E vi ricordate le tonnellate d’aiuti spedite a gennaio da tutti i continenti, nella commozione per i bambi­ni massacrati? Nelle botteghe di Han Yunis, trovi qualche sacco di riso della Thailandia, i pacchi del World Food Program a prezzi da mercato nero. Bri­ciole: centinaia di tonnellate, cibo e medicinali, so­no ancora stoccate nei magazzini di El Arish, la cit­tadina egiziana a 40 km dal valico di Rafah. Sei me­si dopo l’operazione Piombo Fuso, il grosso è mar­cito. E i doganieri di Mubarak, nella generale indif­ferenza, hanno deciso di bruciarlo.
La prigione a cielo aperto più grande del mondo è ben sorvegliata, da israeliani ed egiziani. E gli aiu­ti diventano strumento di pressione politica. C’è un matrimonio, quando arriviamo nella vecchia zo­na industriale di Jabalya, uno dei sobborghi di Gaza City rasi al suolo. Si sposano Fahdi e Muna, 36 anni in due, nipoti d’un capotribù del paese, Abed Rab­bo. La cerimonia è minima, un vassoio di dolci e succo d’arancia: al 55enne Abed, per ricevere i cin­quemila del clan sono rimasti solo un divano scas­sato e un telo di plastica dell’Unrwa, piazzati davan­ti alle macerie di casa. Ogni invitato porta in dono ai Rabbo quel che è rimasto della sua, di casa: un mattone, un wc, un cavo, un pezzo di finestra, una piastrella. Fahdi e Muna ci stanno costruendo la lo­ro stanza, attaccata a un palazzo di sfollati.
«Eravamo contadini — dice il patriarca —. I cam­pi, è impossibile lavorarli: i canali d’irrigazione so­no distrutti, ci sono le mine». Un metro cubo d’ac­qua desalinizzata costa 10 euro e, quando li hai, li spendi per bere: «Se vuoi piantare un limone, lo pa­ghi tre volte il suo prezzo. Una volta eravamo un giardino. Adesso, in tutta Gaza è impossibile trova­re un albero da frutta. Hamas ha dato qualche sol­do dopo la guerra, per tenere tutti buoni. Poi, ba­sta. Aiuti e lavoro, solo ai suoi».
Le più grandi aziende della Striscia, le sole che offrono impiego, sono due: l’Onu, 16 mila stipen­diati, e Hamas che dà un salario a 13 mila famiglie. I veri centri di potere. In un mondo chiuso dove un poliziotto prende 250 euro al mese, un colon­nello 600. In una situazione che favorisce immagi­nabili abusi: il dirigente delle Nazioni Unite che ge­stisce anche un hotel per le delegazioni straniere, l’irreprensibile del movimento islamico che oltre­confine fa affari con gli israeliani… Ali Abu Shahla, classe 1946, ha tre diversi biglietti da visita e aveva una fabbrica di costruzioni con 30 dipendenti (ora sono tre): «Allo staff di Blair, inviato del Quartetto per il nostro rilancio economico, ho chiesto di rin­novarmi la tessera da imprenditore. Guardi qui: numero 911576742. È scaduta il 31 dicembre. Era il mio lasciapassare per fare contratti in Israele. Non mi hanno nemmeno risposto». L’unica com­messa che l’impresa di Abu Shahla ha in ballo, è per ricostruire la scuola d’un villaggio distrutto. Ma non a Gaza: in Afghanistan.
Nei dopoguerra, si sa, c’è chi sta meno peggio. E magari fa pure qualche soldo. Ci sono le case dei signori di Hamas, misteriosamente scampate alle
bombe. C’è la Banca Nazionale Islamica, nuova di zecca: applica la sharia, che vieta di fare soldi coi soldi, ed è il salvadanaio degli stipendi, o la cassa­forte dei tunnel, un’economia mai doma. Il merca­to di Rafah lo chiamano Port Said, perché è come il duty free egiziano. Porta sottoterra latte israelia­no (2 euro al litro), carburante (prezzo raddoppia­to), computer (350 euro), cellulari (200), frigorife­ri (400) e cose carissime come frutta, giocattoli, cioccolata, merendine. Porta anche Valium e pillo­le antidolorifiche, richiestissime. Gente che fa sol­di, i padroni dei tunnel: 50 mila dollari e ti offrono la partnership, «sei mesi e rientri dell’investimen­to ». Gente che ha i ganci giusti: quando il mercato andava giù, prima della guerra, bastava una chia­mata ai soci delle Brigate Qassam, che lanciavano un razzo su Sderot e facevano chiudere dagli israe­liani i valichi, rivitalizzando l’economia sotterra­nea.
Ogni tanto, la macchina s’inceppa. Com’è succes­so a Ihab Kurdi, detto «il Madoff di Gaza»: anche lui aveva pensato d’applicare lo schema di Ponzi, a modello il re di Wall Street, e offriva interessi addi­rittura del 100 per cento a chi investiva su merci che dovevano ancora arrivare. Convincente, Ihab: gli imam, i capi islamici, interi quartieri s’erano de­cisi a versare. La guerra, i blocchi hanno fatto salta­re la piramide d’investimenti. Decine di famiglie so­no finite sul lastrico, qualcuno ha perso 200 mila dollari. In aprile, quando la truffa era ormai scoper­ta, è esplosa la rivolta di piazza. E il furbetto del minareto è finito in galera. Promette che restituirà. Come e quando, non si sa. Gli hanno pignorato la casa, intanto. Che non è di fango.

Francesco Battistini per “Il Corriere della Sera”

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