Qui non si fa più credito

imagesGli imprenditori accusano, i banchieri negano. Chi ha ragione? Ecco, da nord a sud, una ricognizione su chi lesina soldi al sistema, chi taglia il fido, chi fa il furbo, chi aumenta i costi. Mentre le denunce alle prefetture si rivelano un flop

 

Giulio Tremonti ne aveva fatto un cavallo di battaglia, arrivando a sfidare in campo aperto il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. La stretta creditizia, il freno tirato dalle banche nel concedere nuovi prestiti “è il rischio dei rischi”, aveva tuonato il ministro dell’Economia. Da qui l’idea di aprire un canale privilegiato per le denunce contro i più avari fra gli istituti di credito. Da metà aprile, i comportamenti ritenuti scorretti possono essere segnalati con uno speciale modulo prestampato, da inviare comodamente via e-mail o attraverso la posta tradizionale al prefetto di ogni provincia. È una forma di “controllo territoriale e sociale”, ama ripetere Tremonti.

Due mesi e mezzo più tardi, alle prefetture di segnalazioni ne sono però arrivate pochine. ‘L’espresso’ ha potuto raccogliere i dati relativi a dodici regioni, alle quali si aggiungono le province di altri quattro importanti capoluoghi: il totale fa circa 270 denunce (vedi tabella nella pagina a fianco). Se si considerano le prefetture che non hanno fornito i dati, è lecito supporre che non si superino di molto le 400 segnalazioni. Un risultato modesto, se si considera che l’entità dei prestiti concessi dalle banche alle famiglie e alle imprese tocca i 1.334 miliardi di euro.

Se i numeri delle denunce sono sottili ovunque, non mancano differenze da una prefettura all’altra. Il record lo ha stabilito probabilmente il prefetto di Bari, Carlo Schilardi, che nella sola provincia ha raccolto 55 segnalazioni: “Il motivo è chiaro: il costo del denaro in Puglia è più alto rispetto al centro e al nord Italia”, dice Schilardi. E tre clienti su quattro, spiega, riescono ad accedere ai prestiti solo a tassi elevati, più del 13 per cento annuo.

Il mini-boom di Bari è però un caso isolato. In tutta la Calabria le denunce sono state solo dieci, in Veneto circa il doppio: a dispetto delle migliaia di imprese della regione, “sono stati soprattutto i privati a reclamare per situazioni personali, come il mutuo non concesso”, dicono in prefettura a Venezia. In Lombardia di segnalazioni ne hanno contate 55, mentre nelle Marche si sono fermati a 14. Tra queste, nessuna è arrivata da quelle botteghe di pelletteria e di calzature che costituiscono il fiore all’occhiello dell’artigianato locale. A Palermo, in una Sicilia dove le banche raccolgono risparmi per 48 miliardi e finanziano l’economia regionale – tra aziende e famiglie – con prestiti per soli 25, le proteste inoltrate al prefetto Giancarlo Trevisone sono state appena sette.

Tra le denunce, non mancano quelle che appaiono immotivate agli occhi degli stessi prefetti: “Lo strumento della segnalazione, però, non è inutile: i vertici delle banche sanno che le istituzioni mantengono gli occhi aperti sul loro operato. E questa consapevolezza può rappresentare un deterrente nei confronti di quegli istituti che, con la crisi in atto, potrebbero eventualmente approfittarne”, dice Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano.

Se il mezzo flop iniziale dei prefetti si trasformerà in un successo, si vedrà. Intanto, però, la stretta sui prestiti bancari è un dato di fatto. Lo ha ammesso Draghi durante l’ultima assemblea della Banca d’Italia: il crollo delle vendite accusato dai settori produttivi e “l’irrigidirsi dell’offerta di credito bancario” in atto rischiano di mandare in “asfissia finanziaria anche aziende che avrebbero il potenziale per tornare a prosperare dopo la crisi”.

In effetti, parlare di stretta creditizia generalizzata è sbagliato. Come ha osservato Draghi, diverse aziende usciranno rafforzate dalla recessione. Altre, invece, soffriranno terribilmente. Il governatore ha citato anche dei numeri. Nell’universo delle 65 mila imprese italiane con oltre 20 dipendenti, saranno circa 5 mila (con un totale di un milione di addetti) quelle “finanziariamente più solide” che potranno trarre vantaggio dalla crisi. Più o meno altrettante, però, sono quelle che vedono “prosciugarsi i flussi di cassa”, ha spiegato Draghi. Un fenomeno che sta falcidiando numerose tra le 500 mila aziende manifatturiere che invece hanno meno di 20 dipendenti, più esposte al taglio degli ordini e al ritardo dei pagamenti. “Quando un grosso cliente ha iniziato a non pagare più, mi sono trovato per la prima volta nella necessità di utilizzare il fido di 100 mila euro che il Credito Bergamasco mi aveva concesso. Ma mi è stato subito revocato”, racconta un imprenditore di Lumezzane che produce stampi in alluminio.

Una vicenda simile a molte altre: “La banca con cui lavoravamo da 25 anni, un grande istituto, nel 2007 ci aveva promesso un finanziamento da 140 mila euro per costruire una scala in vetro ordinata da un grande centro commerciale della provincia di Brescia”, ricorda Alberto Carminati, titolare della Iglass di Cesano Maderno, l’azienda brianzola che ha costruito le fiancate in vetro del ponte di Santiago Calatrava a Venezia. “Quando i mercati sono crollati, la banca mi ha comunicato che non se ne faceva più niente: hanno rischiato di farmi fallire”, si sfoga Carminati, che alla fine i soldi li ha ottenuti da una banca più piccola.

Tra gli imprenditori che hanno accusato il colpo, c’è chi – piuttosto di rivolgersi al prefetto – è andato direttamente alla Guardia di Finanza. “L’ottobre scorso un nostro cliente non è più stato in grado di pagarci fatture per 30 mila euro, 4 mila dei quali mi erano stati anticipati da Unicredit”, racconta Cristina Erbifogli, titolare della Mondo Colore di Capriano Del Colle, nel bresciano, “Dopo varie traversie avevamo accettato un piano di rientro in otto mesi imposto dalla banca. All’ultimo momento, però, mi hanno chiesto una liberatoria nella quale si sosteneva, contrariamente al vero, che eravamo stati noi a rinunciare agli affidamenti e che il loro operato nei nostri confronti era sempre stato legittimo. Abbiamo rifiutato, perché in questo modo non avremmo mai potuto rivalerci nei confronti della banca”, racconta Erbifogli.

Che siano i grandi istituti ad aver stretto maggiormente i cordoni della borsa lo ha certificato la Banca d’Italia nell’ultima relazione. Lo scorso marzo, per la prima volta da tempo, i prestiti erogati dalle cinque maggiori banche (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte Paschi, Banco Popolare e UBI Banca) sono diminuiti rispetto al mese precedente, scendendo del 2 per cento circa. Tutte le banche, ovviamente, dicono di fare pienamente la loro parte. Unicredit, in particolare, sostiene di aver messo a disposizione delle micro-imprese circa 4,8 miliardi di finanziamenti e di aver accolto positivamente tre richieste su 4. “Se ci sono bravi imprenditori con buone idee che pensano di non aver credito dalle loro banche, vengano da noi: abbiamo messo da parte molte decine di miliardi di liquidità che non riusciamo a dare”, ha detto invece il numero uno di Intesa, Corrado Passera.

Tuttavia la percezione che le banche siano attente a non prestare quattrini a chi non è certo di poterli restituire è diffusa. Le banche si riservano l’ultima parola e non esitano a dire no. Temono che la crisi economica riverserà sui loro bilanci perdite micidiali legate ai prestiti che non saranno onorati: “Non si può chiedere alle banche di allentare la prudenza nell’erogare il credito; non è nell’interesse della nostra economia un sistema bancario che metta a rischio l’integrità dei bilanci e la fiducia di coloro che gli affidano i propri risparmi”, ha detto il governatore Draghi.

Molti imprenditori, abituati a farsi rincorrere dai direttori di agenzia che fino a pochi mesi sgomitavano per prestare denaro facile, sono spiazzati: “L’anno scorso abbiamo ottenuto un contratto da un’azienda svizzera per la fornitura di una macchina utensile da 500 mila euro. Il pagamento è garantito dalla banca del cliente, ma non riusciamo a trovare un istituto che ci apra la linea di credito necessaria per terminare i lavori”, racconta un imprenditore di Ponzano Veneto, località famosa per la sede della Benetton, socio di una media impresa che da 40 anni realizza macchine automatiche per grandi gruppi industriali.

Se gli impianti si fermano, poi, le conseguenze rischiano di durare a lungo. Ne sa qualcosa Fabio Borsellino della Ciprogest di Termini Imerese. Nata alla fine del 2007 sulle ceneri di una ex filiale della Parmalat, l’azienda è un piccolo gioiello di tecnologia. Produce succhi di frutta di alta qualità e lavora gli scarti delle arance per farne mangimi, fertilizzanti e derivati per l’industria farmaceutica. Per partire Borsellino aveva pianificato un investimento da dieci milioni di euro con un piano sostenuto dal Credito Valtellinese, partner nell’operazione. Con la stretta creditizia, però, il progetto è stato rimesso in discussione e per i 79 dipendenti è arrivata la cassa integrazione. “Ora il peggio sembra passato”, dice Borsellino. Ma per tornare a pieno regime occorre aspettare in autunno la raccolta degli agrumi.

C’è infine il caso di chi, salvi i finanziamenti, si è comunque visto aumentare a dismisura il costo dei conti correnti. Tutto parte dai limiti che il governo ha imposto alle commissioni per chi va in rosso (il cosiddetto massimo scoperto). Le banche dicono di aver modificato l’intero impianto delle commissioni creando una “nuova struttura di prezzo più semplice e trasparente” al fine di “permettere ai clienti di fare i confronti più agevolmente”. Sabrina Rizzo, titolare della Verniciatura Tecnica Pievigina, nel trevigiano, i confronti li ha fatti con tutte le 8 banche con le quali lavora: Intesa, Unicredit, Banca della Marca, Banca di Cividale, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Popolare di Verona, Antonveneta. Risultato? La commissione sul massimo scoperto è stata sostituita da nuove commissioni. C’è chi la chiama ‘commissione di affidamento’, ‘commissione sulla disponibilità creditizia’, ‘commissione sul fido accordato’. “Chi come me finora non aveva dovuto pagare un euro grazie a un massimo scoperto inesistente”, spiega la titolare della Vtp, “potrebbe arrivare a spendere fino a 34 mila euro l’anno”.

Luca Piana e Stefano Vergine

hanno collaborato Piero Messina e Paolo Tessadri

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/qui-non-si-fa-piu-credito/2102793//0

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2 Risposte to “Qui non si fa più credito”

  1. Banamex Sucursales Says:

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  2. Amor Says:

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