Il teatro di Jean Racine, il libertino amico di re e devoti

imagesEscono in un unico volume per i Meridiani di Mondadori le tragedie dello scrittore e drammaturgo francese

Finalmente possiamo leggere, con testo a fronte, il teatro di Jean Racine (1639-1699). E’ da poco uscito un Meridiano Mondadori, intitolato Jean Racine, Teatro , curato dal noto studioso di Marcel Proust, Alberto Beretta Anguissola, con una presentazione di René Girard e le traduzioni di Giovanni Raboni – a cui si deve l’idea – di Mario Luzi e di poeti come Maurizio Cucchi, Luciano Erba, Milo De Angelis e Riccardo Held.
Il tomo consta di millenovecento e sessanta pagine, di cui trecento di fittissime note stilate dal curatore. Raccoglie dieci tragedie, sia le profane che le sacre, provviste ognuna di una presentazione dell’autore, a volte davvero esaustiva.

 Jean Racine, come è noto, morì a sessanta anni di un probabile tumore al fegato. Educato dai “solitari” di Port-Royal, fu protetto a lungo dal re Luigi XIV e dalla regina. Dopo la rappresentazione del suo capolavoro Fedra trascorsero ben dodici anni di silenzio, a cui seguì la conversione del suo teatro, che da profano aspirava al sacro, senza essere obbligato, come accadde al nostro Torquato Tasso, di riscrivere le sue opere precedenti. Firmò in tutto undici tragedie e una commedia e quello che leggiamo è il suo teatro come ci è pervenuto, cominciando da La Tebaide , un esordio considerato acerbo e qui tradotto con altrettanta acerbità da Milo De Angelis, e seguitando con Alessandro il Grande , tradotto con fluidità da Maurizio Cucchi, Andromaca , doppiato da par suo da Mario Luzi, I querelanti , felicemente tradotto da Cucchi, Britannico , tradotto da Riccardo Held, Berenice , nella bella versione di Giovanni Raboni, Bajazet ben tradotto da Luciano Erba, Mitridate nella versione di Milo De Angelis, Ifigenia , tradotta da Held, Fedra nella splendida versione di Giovanni Raboni, Ester , tradotta da Luciano Erba con finezza e Atalia , superbamente tradotta da Giovanni Raboni. Quello che affascina ancora oggi di Racine, non sono tanto i contenuti, che potrebbero essere letti in chiave moderna, ma la misteriosa semplicità dei suoi versi, la musicalità classica, di una lingua come quella francese che proprio nel Seicento, veniva unificata e che sarà parlata allo stesso modo fino ad oggi, a differenza dell’italiano che è stato unificato recentemente dalla televisione.
Ci voleva un proustiano come Anguissola per ricostruire le atmosfere in cui sono nati questi capolavori, citati nella Recherche a man bassa, che hanno ispirato, come è noto, almeno i versi di Charles Baudelaire, per dirne solo uno. Il saggio introduttivo di Anguissola sembra nei suoi capitoli somigliare a quinte teatrali, che si aprono davanti al lettore con la voce del critico che ci accompagna. E’ noto come Racine dopo un leggero appannamento settecentesco – ma Voltaire ebbe modo di apprezzare, non solo di criticare – fu additato come esempio nell’Ottocento, sia dai romantici che dai parnassiani che dai simbolisti, suscitando nel secondo Novecento una diatriba tra Roland Barthes e Picard, quella stessa che diede luogo alla comparsa della “nouvelle critique”. Raramente un autore teatrale aveva convinto re e regine che facevano rappresentare i suoi drammi nei loro teatri privati, suscitando invidie e vere e proprie guerre da parte di altri autori che si chiamavano Molière e Corneille. Erano i rivali acerrimi di un poeta più fortunato di loro che, pur essendo un libertino e mettendo in scena le passioni più sanguinose e contraddittorie, passava per un amico dei devoti e dei giansenisti. La fonte dell’ispirazione di Racine era il teatro greco per le tragedie profane e la Bibbia per quelle sacre. La sua riscrittura dei testi, poniamo di Euripide, però non somigliava alla riscrittura quasi totale di Plauto delle commedie di Aristofane. Racine citava versi classici, immessi dentro la sua particolare semplicità e anche le storie che prendeva dai grandi tragediografi greci erano riviste e tagliate a suo gusto, secondo la dottrina della verosimiglianza, che suscitò allora un dibattito famoso, e quella della essenzialità della scenografia. Racine dava indicazioni comprese in una sola frase, per vivere il suo teatro aveva bisogno di una stanza, di un divano e di poco altro. Entravano gli attori e le attrici, di cui una era la sua amante che poi avrebbe fatto avvelenare, e cantavano quei meravigliosi versi come fossero usignoli. Nella sua presentazione al volume Girard si sofferma sui tre ingredienti del teatro raciniano, la passione amorosa, la violenza estrema e la mitologia, dando torto a Barthes e alla critica psicanalitica,che vedono perversione e masochismo in Racine, riducendolo a un poeta maledetto ottocentesco o a un disossato decadente.
I personaggi di Racine sono re e regine dell’antichità, attanagliati da fortissimi tormenti amorosi, da passioni inconfessabili, da odi sanguinosi, che volgono a vendette atroci. Senza il potere non potrebbero vendicarsi a dovere, è stato scritto, ma è anche vero che delitti simili in ambienti di popolo ci sono sempre stati e ancora oggi impazzano. Anche da noi i delitti non riguardano soltanto la passione, la gelosia ma anche il denaro e il potere e non soltanto in contesti mafiosi. Certo quei potenti avevano un altro stile di vita, non somigliano a quelli di oggi, che ricopiano la commedia all’italiana, film di quinta categoria, nonostante il loro conto in banca. Si trattava di corone imperiali, non di presidenze delle repubbliche, a volte occupate da borghesi tra i più ignoranti d’Europa. Al centro del dramma vi è sempre una confessione, un “aveu”, come quello del romanzo di Madame La Fayette La principessa di Clèves , in cui la protagonista confessa al marito di avere un amante. La confessione come quella di Fedra per Ippolito, sconvolge tutti i piani del potere e porta i protagonisti alla morte, quasi che la passione senza il controllo della ragione diventi qualcosa di mostruoso, di tribale. Non di rado c’è un sacrificio, anche umano, come quello di Ifigenia. Ogni tragedia aveva un riferimento, una “applicazione” come si diceva allora, all’attualità degli amori di corte che oggi sfuggono, ma che scatenavano invidie e odi nei confronti di Racine. Le donne, spesso madri, sono vittime della passione, essendo considerate oggetto d’amore da esseri senza scrupoli, tarlati dall’esercizio del potere assoluto. Il corpo bellissimo di alcune regine ad esempio, scatenano voglie nelle famiglie reali. Infatti è la famiglia che domina in queste tragedie, dove il padre spesso somiglia a quello dei Fratelli Karamazov di Dostoevskj, depravato e arido. Il set è granguignolesco e pulp, più Seneca che Sofocle, nonostante la verità, che per Racine è pur sempre cristiana. Se la ragione è sconfitta dal tormento amoroso, quella che vince su tutto è pur sempre la poesia, la semplice e misteriosa poesia di Racine che non somiglia affatto a quella degli involuti poeti di tanto Novecento. Anche la follia di Oreste sarebbe solo un contenuto se non ci fossero quei versi sublimi a narrarla. Racine fu rimproverato da Corneille per aver fatto diventare un re come Bajazet un gigolò parigino, di non aver ben contestualizzato i suoi eroi e qualcun altro ha parlato di salotti reali simili a quelli di Gozzano tra le cose di pessimo gusto, dove si chiacchiera di passioni furiose, che però nascondono i tonfi dei corpi morti, assassinati o suicidi poco importa. Come se quello di Racine fosse, da una parte, un teatro crepuscolare e, dall’altra, un teatro della crudeltà alla Artaud o una rappresentazione dell’erotismo nero alla Bataille. Non che non ci siano nel teatro raciniano suggestioni di questo tipo ma raffreddarlo e metterlo sotto vetro come gossip della nobiltà, mi sembra davvero troppo. Si perderebbe, non mi stancherò mai di affermarlo, la sua grande poesia. Omosessualità, bisessualità, atmosfere da menage a trois, eros scatenato, corpi estremanente seduttivi che catalizzano l’attenzione di padri e figli, sono cose che sembrano di oggi, soprattutto la sublime contraddizione di chi si voleva devoto pur amando donne maritate, rubando attrici agli amici, usando il suo corpo per affascinare le donne di ogni tipo, ma Racine non è Pasolini, con tutto il rispetto. Viene da lontano, da quel secolo che non a caso fu detto d’oro, da una Francia che, non a caso, da allora, divenne il faro artistico del mondo intero.

Renzo Paris

http://www.liberazione.it/

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Una Risposta a “Il teatro di Jean Racine, il libertino amico di re e devoti”

  1. bertolini brenno Dice:

    Voglio precisare che la Princesse di Clèves confessa sì al marito (celebre aveu) ma di avere un trasporto amoroso verso il duca di Nemours e non già di essere la sua amante, cosa che non sarà nemmeno dopo la morte del marito. Se poi mi si vuole dire che “confessa di avere un amante” si intende per “innamorato” alla francese, obietto che l’espressione in italiano suona oggi molto diversa.

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