Salò, il mito del male minore. Come si smonta una leggenda

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Le quinte propongono l’immagine di un’Italia ridotta come la Polonia, preda bellica devastata. Su cui infierisce Adolf Hitler, più esagitato del solito. Deciso a farla pagare cara all’alleata fellona. Al centro, una commovente aureola di nobiltà morale cala e incornicia la testa nuda di Benito Mussolini. E il suo ultimo parto, la Repubblica di Salò. Buono, il capo dei fascisti. Sino ad affrontare il sacrificio. Ad immolarsi sull’altare di uno stato inesistente per salvare la patria dalle feroci ritorsioni dei nazisti, ansiosi di vendetta per il tradimento dell’8 settembre. E’ il mito revisionista pompato da un consistente filone storiografico, che insignisce di presunta dignità intellettuale un’ammirazione per il dittatore che in Italia non si è mai spenta.

 Vulgata che racconta come il capo dei fascisti, rocambolescamente liberato sul Gran Sasso proprio dai nazisti, si sarebbe eroicamente posto come argine alla furia del sodale.
A colpi di documenti, ripercorsi con acribia e riorganizzati in una ricostruzione conseguente, una studiosa fa impietosamente a pezzi il mito apologetico. E porta in scena un Mussolini piccolo piccolo, schiavo della propria megalomania, marionetta impotente nella mani di Hitler. Un commediante in attesa di un Godot, la sospirata repubblica sociale, che esisterà solo nei suoi altisonanti sproloqui. Monica Fioravanzo, docente di Storia Contemporanea della facoltà di Lettere dell’università di Padova, ha raccolto le conclusioni del suo lavoro in un volumetto agile ( Mussolini e Hitler. La Repubblica sociale sotto il Terzo Reich , Donzelli, pp. 216, euro 16), che unisce al rigore dell’indagine il merito di una esposizione chiara e avvincente.
Buono. Anzi, “troppo buono” nelle recenti parole di un avvocato difensore della statura del senatore Marcello Dell’Utri. Il Potere crea di continuo leggende che lo giustifichino e lo esaltino agli occhi dei sudditi. Mussolini il buono è una di queste favole, che continua a essere moneta corrente in Italia. Con un disinvolto colpo di spugna sull’omicidio degli avversari politici, sulla soppressione delle libertà civili, sui crimini contro l’umanità, dai gas asfissianti usati in Etiopia alle aberranti leggi razziali. Buono anche nell’ultima avventura politica. In cui il dittatore defenestrato gonfia il petto e si ingegna di replicare il successo dell’Italia littoria.
Un mito di cartapesta, «costruito sulla base di un documento falsificato – scrive Monica Fioravanzo – non senza il conforto di una certa memorialistica di parte fascista, propensa a reinterpretare spontaneamente l’esperienza vissuta con la Repubblica di Salò come adempimento di un dovere patriottico». La chiave è nelle mani di un nuovo personaggio. L’ambiguo giornalista Carlo Silvestri del Corriere della Sera . Nemico acerrimo di Mussolini all’epoca del delitto Matteotti. Convertitosi d’incanto e divenuto uno dei più fanatici sostenitori del dittatore. Con cui ebbe diversi colloqui tra l’ottobre ‘43 e l’aprile ’45. Pagine e pagine fitte di una stenografia speciale, che poi lui stesso avrebbe bruciato per evitare interpretazioni erronee. Appunti fantomatici che fanno da pietra angolare alla lettura revisionista.
Quando venne prelevato da Otto Skorzeny a Campo Imperatore, e condotto a Rastenburg da Hitler, Mussolini era ben deciso a rientrare in gioco. In volo, ricorda lo stesso Skorzeny, «sviluppò con tutti i dettagli il piano per l’organizzazione del suo nuovo partito e del nuovo regime». In più, aveva un conto aperto con Pietro Badoglio e soprattutto con il re che, dopo avergli aperto le porte di Roma nel 1922, lo aveva scaricato il 25 luglio 1943. La Fioravanzo riporta, tra decine di altri, un passo del diario di Joseph Goebbels, ministro tedesco della Propaganda: «Mussolini è deciso ad assumere nuovamente in prima persona le questioni, […] è deciso ad abbattere la monarchia […] vuole fare del partito fascista di nuovo il centro dell’elaborazione politica».
Erede e interprete pedissequo di una cinica tradizione diplomatica, che richiede qualche migliaio di morti da buttare sulla bilancia per poi sedersi al tavolo delle trattative e imporre le proprie ragioni morali, Mussolini aspirava a riproporsi, dietro lo scudo dell’Asse, come leader di una potenza mondiale. Più che ambizioso, era penosamente velleitario. Limite patologico che i tedeschi sfruttarono per il loro tornaconto. Avevano bisogno di qualcuno che tenesse sotto controllo quella porzione d’Italia che ancora restava nelle loro mani, assicurasse l’ordine pubblico e l’amministrazione civile. Un governo fantoccio era la soluzione ideale.
Ma la Germania non allentò mai le redini sul collo dell’alleato, di cui poco si fidava. E a cui assestarono fin dal primo momento un sonoro ceffone. La sovranità della Repubblica sociale venne pesantemente limitata; con la scusa delle zone di operazioni, i nazisti affidarono l’Alpenvorland (con le province di Bolzano, Trento, Belluno) e la Adriatisches Küstenland (Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e la provincia slovena di Lubiana) a due commissari austriaci, che sempre trattarono il capo della Repubblica sociale con freddezza e non lo vollero mai tra i piedi. Del resto nei piani di Hitler, scrive Goebbels nel diario, il Veneto sarebbe stato annesso al Reich.
La Rsi ebbe autonomia limitatissima anche nei territori che formalmente amministrava e non riuscì mai a organizzare un vero e proprio esercito. Il controllo tedesco era occhiuto, ferreo. E i nazisti arraffavano quanto gli occorreva, comprese le riserve auree della Banca d‘Italia. Mussolini, però, continuava imperterrito a sognarsi di nuovo in groppa al cavallo bianco su cui nel 1937 era entrato a Tripoli. Convintissimo, fino a pochi giorni dalla fine del conflitto, che la Germania avrebbe estratto dal cilindro l’arma miracolosa in grado di rovesciare le sorti della guerra. Fede grottesca in un ordigno fine di mondo alla Stranamore: ancora un Godot che non sarebbe mai entrato in scena.

Giuliano Capecelatro

http://www.liberazione.it/

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