| Drento Regina Coeli / ce sta ’na campana / possino ammazzallo / chi la sona». Con la callaccia, un vento lento, gommoso, arriva l’estate romana. E una volta ancora, irrimediabilmente, dal vecchio carcere appollaiato sul Gianicolo a guisa di avvoltoio, giunge l’irridente ritornello amaro. I detenuti affidano messaggi e imprecazioni alla torpida corrente aerea, la callaccia, giustappunto. Studiosi come il Ceccarius, come il Salierno hanno decifrato durante anni i messaggi dei carcerati, soffermandosi in particolare su Regina Coeli. Persino Bobbio s’è dedicato al pianeta galera che «funziona come un ospedale dove ci si facesse ricoverare non già per guarire ma per maggiormente ammalarsi o per morire». Così il nostro Filosofo, attento soprattutto alla «realtà spicciola», la più spietata in definitiva.
Le Brigate Rosse le ha dissolte la Storia, ma per contrappeso ha preso vigore, s’è aggiornata, la delinquenza diremo classica: il furto nelle case. I giornali sono pieni di cronache allarmate. L’ultimo colpo di mano della neodelinquenza romana (la rapina notturna in casa di Renzo Arbore, un attore-artista fra i più amati) è sinanco diventato oggetto di dibattiti pubblici – la gente comincia ad avere paura, vuol capire, invoca la «mano dura» e per immediata conseguenza se la piglia con gli extracomunitari tutti.
Il Vecchio Cronista ricorda la migrazione dei disoccupati del nostro Sud. Occuparono il nordico mercato del lavoro con determinazione. Una presenza spesso massiccia di calabrotti invece di far sfracelli venne sapientemente irreggimentata da rigorosi datori di lavoro (bruschi ma onesti), la Fiat in primis, e relativamente presto gli immigrati dal Sud si inserirono nella non certo facile realtà piemontese. Oggi è diverso poiché chi sbarca in Italia quasi sempre non cerca lavoro bensì bottino. In teoria apposite strutture dovrebbero far da filtro ma il personale specializzato è scarso e non sempre all’altezza. I nostri funzionari impiegati a far rispettare la legge non caveranno un ragno dal buco se certi governi foresti anziché disciplinare il fenomeno dei migranti – con umanità, non con intrallazzi – praticheranno il giuoco delle tre scimmiette: non vedo – non sento – non parlo. Noi italiani fummo emigranti onesti (il gangsterismo è un capitolo diverso) che grazie alla lungimiranza di (grandi) uomini come Fiorello La Guardia divennero cittadini americani. Esemplari. Altri tempi, situazioni diverse: oggi la Storia non conosce misericordia, il carcerato è abbandonato a se stesso, vittima del bisogno e della rabbia. Napoli-Poggio Reale è il carcere più affollato d’Europa. I detenuti sono 2700, i posti-detenuti ammontano a 1300. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, condivide i generosi sforzi del Guardasigilli Alfano, giovine e motivato, ma dice che «la soluzione non è quella di costruire nuove prigioni» bensì di «introdurre sanzioni alternative alla detenzione».
Chi ci governa deve capire che il problema-carceri è una bomba a tempo, ipse dixit Enrico Sbriglia direttore del carcere di Trieste. «Non voglio fare il profeta di sventura ma la situazione è tremenda». Bisogna muoversi, prima che sia troppo tardi.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6140&ID_sezione=&sezione= |
Chi canta a Regina Coeli
Le Brigate Rosse le ha dissolte la Storia, ma per contrappeso ha preso vigore, s’è aggiornata, la delinquenza diremo classica: il furto nelle case. I giornali sono pieni di cronache allarmate. L’ultimo colpo di mano della neodelinquenza romana (la rapina notturna in casa di Renzo Arbore, un attore-artista fra i più amati) è sinanco diventato oggetto di dibattiti pubblici – la gente comincia ad avere paura, vuol capire, invoca la «mano dura» e per immediata conseguenza se la piglia con gli extracomunitari tutti.
Il Vecchio Cronista ricorda la migrazione dei disoccupati del nostro Sud. Occuparono il nordico mercato del lavoro con determinazione. Una presenza spesso massiccia di calabrotti invece di far sfracelli venne sapientemente irreggimentata da rigorosi datori di lavoro (bruschi ma onesti), la Fiat in primis, e relativamente presto gli immigrati dal Sud si inserirono nella non certo facile realtà piemontese. Oggi è diverso poiché chi sbarca in Italia quasi sempre non cerca lavoro bensì bottino. In teoria apposite strutture dovrebbero far da filtro ma il personale specializzato è scarso e non sempre all’altezza. I nostri funzionari impiegati a far rispettare la legge non caveranno un ragno dal buco se certi governi foresti anziché disciplinare il fenomeno dei migranti – con umanità, non con intrallazzi – praticheranno il giuoco delle tre scimmiette: non vedo – non sento – non parlo. Noi italiani fummo emigranti onesti (il gangsterismo è un capitolo diverso) che grazie alla lungimiranza di (grandi) uomini come Fiorello La Guardia divennero cittadini americani. Esemplari. Altri tempi, situazioni diverse: oggi la Storia non conosce misericordia, il carcerato è abbandonato a se stesso, vittima del bisogno e della rabbia. Napoli-Poggio Reale è il carcere più affollato d’Europa. I detenuti sono 2700, i posti-detenuti ammontano a 1300. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, condivide i generosi sforzi del Guardasigilli Alfano, giovine e motivato, ma dice che «la soluzione non è quella di costruire nuove prigioni» bensì di «introdurre sanzioni alternative alla detenzione».
Chi ci governa deve capire che il problema-carceri è una bomba a tempo, ipse dixit Enrico Sbriglia direttore del carcere di Trieste. «Non voglio fare il profeta di sventura ma la situazione è tremenda». Bisogna muoversi, prima che sia troppo tardi.
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Etichette: carceri
This entry was posted on luglio 3, 2009 at 10:36 am and is filed under commenti. Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta, o mandare un trackback dal tuo sito.