“Il 1972 fu un anno di cambiamento per i democratici”
«Il 1972 fu un anno di cambiamento per i democratici. La convention di Chicago del 1968 aveva lasciato ricordi amari. I poliziotti del sindaco Daley roteavano i manganelli tra la folla, gli uomini della Guardia Nazionale puntavano i lanciagranate all’altezza del Congress Street Bridge. Però nulla di tutto questo avrebbe avuto peso se non fosse stato per il risultato delle elezioni. Hubert Humphrey, il candidato scelto dal vertice del partito, subì una batosta che segnò uno spartiacque. Trecentouno a centonovantuno. Fu questo il conteggio elettorale, il più squilibrato dai tempi di Franklin Delano Roosevelt e Alf Landon. Richard Nixon era alla Casa Bianca, Robert Kennedy e Martin Luther King erano morti. Il paese era nelle mani degli altri».
Inserito nel 2000 dal New Yorker nell’elenco dei «20 writers for the 21st century», Ethan Canin si autodefinisce come «ossessionato dalla politica», al punto che America, America , appena pubblicato da Ponte alle Grazie (pp.512, euro 19.50) con la traduzione di Massimiliano Manganelli, si legge come un romanzo ma anche come una sorta di piccolo trattato di storia americana. Biografie e storie personali dei protagonisti raccontano, come in un collage di vecchie foto ingiallite e dagli angoli un po’ mangiati dalla polvere e dal tempo, una storia vecchia di più di trent’anni ma che continua a parlare alla memoria del “grande paese”. Un politico democratico, amato dai suoi elettori ma dalla vita privata piuttosto burrascosa, un giornalista cresciuto in una famiglia povera e diventato in qualche modo il biografo della comunità, ricchi e poveri che scandiscono con le loro vicende, amori e passioni il mutare verso il peggio dell’America. Una deriva del sogno americano che proprio in questi ultimi mesi l’elezione di Barak Obama sembra aver arrestato.
Nato nel Michigan nel 1960 e cresciuto in California, Ethan Canin è uno dei protagonisti della letteratura americana degli ultimi anni. Nel 1996, la prestigiosa Granta lo ha inserito nella classifica dei migliori scrittori americani, e il suo penultimo romanzo, Carry Me Across the Water è stato definito dal Daily Telegraph il migliore del 2001. Prima di America America nel nostro paese sono già stati pubblicati Imperatore dell’aria (1989) e L’amico di New York (2000). Canin ha anche sceneggiato diversi film: Blue River (1995), Emperor of the Air (1996), Beautiful Ohio (2006), The Year of Getting to Know Us (2008) oltre a Il club degli imperatori , uscito nel nostro paese nel 2003.
Non a caso Canin è stato scelto dal festival Narrazioni, giunto alla sua quarta edizione e in programma fino a domenica alla Fortezza Medicea di Poggibonsi, per indagare “lo stato dell’Unione”, in occasione del 4 luglio, in una serata (inizio alle ore 19,00) dal titolo “Indipendence day?”. Abbiamo incontrato Canin alla vigilia della sua partecipazione al festival toscano.
La vicenda attorno a cui ruota “America, America” è dell’inizio degli anni Settanta. Lei era bambino all’epoca, come ha ricostruito il clima e la storia di quel periodo e a quali personaggi reali si è ispirato?
All’inizio, quando ho cominciato a scrivere la prima traccia del romanzo pensavo “in piccolo”, volevo solo raccontare una storia d’amore. Poi, via via, nel mezzo ci sono stati due anni di lavoro ma anche la tragedia dell’11 settembre, ho cominciato a dare un impianto più politico alla vicenda, l’ho arricchita di una serie di elementi e di riferimenti alla realtà americana di quel periodo e al “carattere” americano nel suo complesso. Quanto ad ispirarmi a personaggi reali, beh, mi è sempre interessato approfondire la figura del senatore Ted Kennedy, fratello di JFK, che credo abbia marcato il declino del liberalismo nella storia degli Stati Uniti. Mi spiego: credo sia stato senza dubbio uno dei politici più liberali che l’America abbia avuto, e per questo è stato sempre apprezzato, ma la sua vita privata, specie in gioventù, è stata piuttosto hard, beveva si drogava e ha perfino ucciso una donna in un incidente stradale nell’estate del 1969. Mi interessava ispirarmi alla sua figura controversa per girare al lettore un quesito che appartiene in qualche modo all’intera storia del mio paese: come dobbiamo giudicare un uomo che ha delle grandi idee e è magari un grande politico, ma ha poi delle gravi pecche sia nel carattere che nei comportamenti?
Anche quella raccontata nel libro era una fase di svolta della storia americana, all’inizio dei ‘70 dopo la presidenza di Kennedy e quella di Lyndon B. Johnson arriverà Nixon e l’affermazione della destra. Quale il confronto con la politica statunitense di oggi?
Beh, in effetti, si tratta di un paragone per così dire all’inverso. Questo perché mentre nel 1972 Nixon ha vinto le elezioni probabilmente imbrogliando, Obama si è affermato davvero nel paese. Magari qualche altro candidato prima di lui non aveva fatto lo stesso… Nel 1968 c’era stata la Convenzione democratica a Chicago, in un contesto di violenze e di scontri che segnò un po’ l’inizio della crisi dei democratici e della sinistra americana. Oggi quella cultura e quelle speranze che allora subirono una drammatica sconfitta sono ripartite, e tutto questo grazie a Obama.
Lei ha raccontato di aver interrotto per due anni la stesura del romanzo dopo la tragedia dell’11 settembre. Oggi qual è il clima che si respira negli Stai Uniti?
Si può parlare di un “cambio epocale” della cultura e della società americane. I giovani ora sono molti diversi da quelli del 2001. Da un lato la crisi ha prodotto un peggioramento delle condizioni di vita di molti ma ha anche portato alla riscoperta dei valori umani, e tra questi della solidarietà: si è finalmente capito che il denaro non può essere il fine ultimo dell’esistenza. Dall’altro la guerra in Iraq, costruita su una gigantesca menzogna della presidenza Bush, ha fatto cambiare opinione a molte persone sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo: in molti hanno capito che si è trattato di un terribile errore. Obama da questo punto di vista è più il prodotto e il risultato di questo cambio di clima che non la sua causa. Il nuovo presidente incarna pienamente la profonda trasformazione in atto nel paese.
La guerra del Vietnam fa da sfondo a “America America”. E proprio in questi giorni i soldati americani hanno cominciato a ritirarsi dalle città irachene. Quale differenza di percezione c’è stata nella società americana rispetto a questi due conflitti?
Si tratta di una differenza sostanziale perché all’epoca del Vietnam c’era ancora la leva obbligatoria, mentre oggi quello americano è un esercito di professionisti. I politici hanno capito che senza la leva ci sarebbero state molte proteste in meno e che le loro guerre sarebbero passate senza troppi problemi. Inoltre in questo modo i figli dei deputati e dei senatori, i figli dei ricchi, non corrono nemmeno più il rischio di finire al fronte. Quanto all’opinione pubblica, è chiaro che i cittadini americani sono molto più sollevati da quando Obama ha annunciato il ritiro dall’Iraq. Rispetto al 2001 sono cambiate anche le priorità: prima guerra e terrorismo erano ai primi posti tra le preoccupazioni delle persone. Oggi, tutti sono molto più in ansia per l’esito della crisi economica. Del resto lo si è capito anche per il modo in cui hanno votato alle presidenziali. Se avesse vinto McCain non credo proprio che ce ne saremmo mai andati da Baghdad.
Un tema che ricorre nel suo romanzo è quello del “salto” da una classe sociale all’altra, la possibilità di una crescita e di una realizzazione personale che vanno al di là dell’origine e del punto da cui ciascuno parte. Ma davvero questo aspetto così celebrato del “sogno americano” funziona ancora?
E’ vero che negli Stati Uniti il muro che divide, per esser chiari, i ricchi dai poveri è più facilmente valicabile che in Europa. Perciò sì, credo proprio che questa parte dell’american dream sia ancora valida. O meglio, voglio continuare a vedere le cose in questo modo perché, del resto, è questa l’esperienza che ho fatto io. Mio fratello è stato la prima persona della mia famiglia a potersi permettere di frequentare un college. E io sono stato la seconda. Non solo, sono riuscito ad arrivare alla Facoltà di Medicina di Harvard. Poi sono riuscito a diventare scrittore. Tutto questo senza venire da una famiglia dell’establishment. Diciamo che in media ci vogliono due o tre generazioni perché divenga possibile “il salto”. C’è però un elemento che credo appartenga allo stesso modo alla società e alla cultura americana. Vale a dire il fatto che alla fine di questo percorso ciascuno è come se conservasse in sé tracce di entrambe le classi: quella in cui è nato e quella a cui è riuscito ad arrivare, e questo anche a distanza di molte generazioni. Ricordo che durante la campagna per le presidenziali dell’anno scorso Hillary Clinton si trovava in Pennsylvania impegnata in alcuni comizi nelle zone operaie dello Stato. Ebbene, pur essendo figlia di un ricco imprenditore, Clinton è nipote di un operaio che lavorava in una fattoria dopo aver fatto il minatore. Ed è ancora oggi piena di ricordi della sua infanzia e del rapporto con suo nonno. Così è riuscita a far capire a quanti incontrava nel suo tour elettorale, che pur essendo ormai una donna affermata e abituata agli agii, conosceva perfettamente lo stile di vita dei lavoratori.
Eppure la famiglia di una delle protagoniste del romanzo finisce per vivere in una casa mobile ai bordi di una palude. Soprattutto oggi, anche grazie alle conseguenze della crisi, l’America sembra popolata di poveri, di senza casa, di emarginati. Non è così?
Naturalmente ci sono anche da noi barriere sociali che finiscono per essere impossibili da superare e c’è sempre il rischio di ritrovarsi “ai margini” della società. Con la crisi tutto è precipitato, a cominciare dai mutui delle case. C’è però un elemento particolare nella società americana su cui mi interrogo indirettamente nel mio romanzo: da noi c’è una grande tradizione filantropica, ci sono molti ricchi che dicono di prendersi cura dei poveri. O almeno dicono di volerlo fare. Ecco, quello che non ho mai capito è se questi ricchi sono davvero diversi dagli altri miliardari che normalmente pensano solo a fare soldi, oppure no. Per quanto mi riguarda, propendo per la seconda ipotesi: pensano solo a se stessi anche loro.
Guido Caldiron
Tag: ethan canin
Luglio 3, 2009 alle 11:21 pm |
[...] completo fonte: Ethan Canin Author: admin 07 3rd, 2009 in Banche, Comparazione, Online, Prestiti, [...]
Ottobre 4, 2009 alle 9:00 pm |
Complimenti a Caldiron per l’intervista.
Il libro di Canin è stupendo, e non tanto per gli aspetti sulla societa’ americana, il salto tra le classi e l’american dream, quanto per l’ambiguita’ del potere e della ricchezza, per la difficolta’ di dare un giudizio netto su figure controverse, tragiche e importanti come Bonwiller (come Kennedy).
Per il contrasto tra l’essere perbene e l’essere perfetto, come nella citazione che vi lascio
http://www.alexcafe.it/news/n.php/1980