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| di Marco Respinti |
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Immaginatevi uno studioso, avvezzo ai documenti, ai codici, alle carte ingiallite dal tempo e ogni tanto pure di difficoltosa decrittazione, insomma a quelle “scartoffie” che per qualcuno meritano solo la polvere mummificatrice del tempo nell’“antro” di una biblioteca, museale, universitaria o magari monastica. Immaginatevelo costantemente chino su quelle carte del tempo avito, leopardianamente, ma solo nella postura, e poi piegato su altre carte, le sue, appunti, scritti vari, epitomi, sillogi, riassunti, schizzi, schemi, cronologie, mappe disegnate alla buona ma assai funzionali; articoli, o brandelli di essi, pagine pensate per libri che magari non verranno compiute o che vedranno la luce postumi, un giorno, chissà, e ancora capitoli incompleti di opere progettate che forse non usciranno perché non è mai davvero l’ora né giunge la parola fine, c’è sempre da rivedere, ritoccare, aggiustare, sistemare, l’ottimo è nemico del bene forse. Immaginatevelo, quello studioso, che alterna ore assorto in biblioteca oppure assiso nello studio a lezioni universitarie che chi le ha frequentate chiama brillanti, dense, corpose, pesanti nel senso più sontuoso dell’espressione.
Ecco, ora pensate a questo fine conoscitore di mille anfratti della cultura medioevale europea preso, per una vita intera, a studiare, analizzare, scavare cunicoli, meandri, viette. Il metallo che si cavava dalla terra nera per farvi delle monete in un angoletto della Sardegna di allora, ma mica tutto lo sviluppo di questa scienza, solo un tratto, l’iniziale, le fonti di cui disponiamo per parlarne: per esempio questo, come si evince da un suo articolo scientifico Dall’estrazione del minale alla lavorazione delle monete a Iglesias nel Medioevo, pubblicato nel 1996 dall’editore All’insegna del giglio di Firenze nel volume La miniera, l’uomo e l’ambiente. Fonti e metodi a confronto per la storia delle attività minerarie e metallurgiche in Italia, che raccoglie gli atti dell’omonimo convegno svoltosi a Cassino e a Frosinone tra il 2 e il 4 giugno del 1994. Oppure la storia e il destino di semi e semenze toscani, come si arguisce da Aspetti del commercio dei cereali nei paesi della Corona d’Aragona, il primo volume, La sardegna (Pacini, Pisa, 1981). Ebbene, uno studioso così, riverso per una vita a studiare cose così, era capace di un respiro profondo sulla storia capace di abbracciare secoli, valicare confini, leggere cuori, dialogare con il senso del tempo abitato. Sto parlando di Marco Tangheroni, pisano doc, nato nel 1946 e scomparso nel 2004, ancora giovane, ancora “da farsi”, ancora. Se l’è portato via un male che lo tormentava da anni; anzi, pare che sia sopravvissuto a lungo oltre i termini indicati dai medici. Aveva cose da fare, quaggiù. Toscano, Tangheroni ha studiato e insegnato per una vita intera la navigazione del Mediterraneo medioevale e poi, ovvio, Pisa, il ducato, e pure, sempre ovvio, la Sardegna “pisana” e le terre aragonesi, pezzi di Spagna nella penisola iberica e non solo. Insegnò la sua scienza nelle Univerità di Barcellona, Cagliari, Sassari e, terza ovvietà in poco spazio ma fino a un certo punto, Pisa. Lo si capisce bene dal suo ultimo libro, che esce ora, cinque anni sopo la morte, Cristianità, modernità, Rivoluzione. Appunti di uno storico fra “mestiere” e impegno civico-culturale”. Lo pubblica Sugarco di Milano in 182 pagine a e16,80, la cura di Oscar Sanguinetti e Stefano Chiappalone, un bel saggio introduttivo di Giovanni Cantoni e una nota previa di Andrea Bartelloni. Sugarco merita menzione tra i giusti per tante belle cose che pubblica nella gestione attuale (e pure in passato mica scherzò) e perché con Tangheroni è al secondo colpo in soli due anni. L’anno scorso ne pubblicò Della Storia. In margine ad aforismi di Nicolás Gómez Dávila, dove lo studioso controrivoluzionario cattolico pisano usava il pensatore controrivoluzionario cattolico colombiano per indagare i destini dell’uomo immerso nel tempo. Superbo. Nel senso di stupendo; mai persona più umile, infatti, ha calcato il dissacrato-da-troppi suolo delle aule dell’insegnamento universitario. Due postumi, insomma, due libri di cui pare non vi sarà terzo. In vita Tangheroni ha pubblicato articoli scientifici in volumi collettanei e 11 soli libri, spalmati lungo 40 anni. Non era un grafomane, Marco; era un centellinatore di liquori saporosi, di profumi delicati, di essenza pregne; chi lo circondava chiedeva di più e scalpitava, ma lui, lo si capisce bene solo ora, lavorava per tempi lunghi, perenni. Per un legato. Come fu diverso da certe vedette della cultura che sfornano un libro l’anno, a volte identico a quello del precedente, no dái, siamo troppo malpensanti, a volte i libri di quei tali sono solo uguali a quelli usciti due anni prima. Non vi sarà, pare, un terzo postumo perché tra le sue carte sembra non esservi altro di minimanente pubblicabile. Questo stesso Cristianità, modernità, Rivoluzione è una “ricostruzione” di testi di suoi interventi pubblici: quadri, nuance, spaccati, idee apparentemente improvvise ma in realtà frutto di approfondimenti decennali. Il sottotitolo interpreta benissimo il tutto. Del resto, la triade evocata dal titolo potrebbe essere letta come il vestito che Tangheroni portava indosso, il signficato vero del suo studiare, insegnare, militare. Conservatore in politica, militava da sempre nelle fila di Alleanza Cattolica, dedita allo studio della storia e della dottrina sociale cattolica. Ebbene, quella Cristianità lì è un fatto storico, Tangheroni lo insegnava tutti i dì, e un orizzonte di vita, una meta, un traguardo, un ideale, il Santo Graal. Quello a cui votare la vita. Quello cui Tangheroni ha votato la sua, e questo perché nella Modernità (cosa filosofica non automaticamente identica a “evo moderno”) essa è stata abbattuta, vilipesa e calpestata dalla Rivoluzione. La quale così si chiama con un linguaggio gergale ma inveterato, basta rileggersi un po’ di bei testi dell’Ottocento e del Settecento. |
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Il secondo libro postumo del grande medioevista pisano sarà forse anche l’ultimo. L’eredità di un metodo di studioe di vita, la passione civile e culturale, i “suoi” che ha lasciato, discepoli e amici. A cinque anni dalla morte, un tributo