«Formiamo dunque una nuova corporazione degli artigiani, senza però quell’arroganza di classe che vorrebbe erigere un muro di alterigia tra artigiani e artisti! Impegniamo insieme la nostra volontà, la nostra inventiva, la nostra creatività nella nuova attività edilizia del futuro, la quale sarà tutto in una sola forma: architettura e scultura e pittura, e da milioni di mani di artigiani si innalzerà verso il cielo come simbolo cristallino di una nuova fede che sta sorgendo». (Programma del Bauhaus di Weimar, 1919).
Estremo, appassionato, entusiasta, classista dal basso. Il documento su cui nasce a Weimar la grande scuola del Bauhaus fondata dall’architetto Walter Gropius è tutto questo e anche di più.
Come poi quelle prime parole trovarono traduzione nel mondo circostante degli oggetti, dei materiali, delle strutture abitative e delle fantasie artistiche, mai come oggi si può vedere nella mostra “Bauhaus. A Conceptual Model” che fino al 4 ottobre (dal 22 luglio) è ospite del Martin Gropius Bau di Berlino.
Un’esibizione imperdibile, per molti motivi. Perché quest’anno si celebrano i 90 anni dell’inizio della scuola più “rivoluzionaria” del secolo; perché questa di Berlino è la mostra più grande e completa mai realizzata con un migliaio pezzi in esposizione provenienti da tutto il mondo, in particolare dalle fondazioni di Weimar, Dessau e Berlino; perché oltre ai 90 anni della scuola quest’anno Berlino ricorda anche i vent’anni dalla caduta del muro e perché 77 anni fa a costringere la scuola a chiudere i battenti fu la violenta spinta del nazismo. Perché dunque la storia del Novecento si intreccia a volte misteriosamente attorno a questa corrente artistica che si fece sintesi e rottura del passato ma anche spinta verso il futuro (in lei si incontrano espressionismo, futurismo, dadaismo, costruttivismo e surrealismo); perché infine la visita alla mostra dà anche ai profani l’idea di come l’arte in tutte le sue manifestazioni abbia tentato, all’inizio di un Novecento infausto, di pensare il mondo in un altro modo, a partire dai materiali per finire con le idee.
Grazie a una struttura rigorosamente didattica (che prevede, per chi lo volesse, persino un tour di Berlino e Dessau e visita agli esempi metropolitani dell’architettura Bauhaus), la mostra racconta dall’inizio alla fine l’evoluzione della scuola, i suoi insegnanti, l’organizzazione interna, attraverso una gamma di materiali che va dai progetti alle locandine, ai manifesti, bozzetti, modellini in legno, quadri, pitture, suppellettili, abiti, lampade, scale, infiniti oggetti di design.
Tre i periodi principali in cui si divide l’esposizione. Dalla nascita alla fine della direzione del suo fondatore Walter Gropius (1919-1928) che coincide con il momento dell’ideazione a tutto campo, spiritualistica e artigiana con sede a Weimar; una seconda più industriale e “standardizzata” durante il periodo del suo trasferimento a Dessau, sotto la direzione di Hannes Meyer (1928-1930), e infine l’ultimo più complesso periodo della direzione di Ludwig Mies van der Robe che dal 1930 al ’33 portò quel che restava della scuola a Berlino, tentando di farne sopravvivere lo spirito. Costretto infine a soccombere definitivamente nell’aprile del 1933 alle forze della Gestapo che misero sotto sequestro le ultime aule attive nel sobborgo berlinese di Steglitz e arrestarono (ma solo per un paio di giorni) gli ultimi 19 studenti rimasti.
Nonostante la volontà costante di Gropius di tenere distante la scuola dalla politica, in realtà questa ne venne necessariamente impregnata. Sia per la qualità del profilo dei suoi insegnanti (una lista spaventosa di nomi che vanno da Kandinsky a Paul Klee, Lyonel Feininger, László Moholy-Nagy, Oskar Schlemmer, Herbert Bayer), sia perché il movimento si trovò per forza di cose a vedere coincidere la propria storia con quella della repubblica di Weimar, e giudicata quindi dagli osservatori nazisti come «un covo di socialisti e bolscevichi». Una definizione non sempre condivisa. A sinistra, molti invece vedevano in quello sforzo di “razionalizzazione” dell’esistenza collettiva (fabbriche comunicanti con abitazioni, comunicanti con scuole, comunicanti con centri direzionali) una pericolosa tendenza totalitarista. Fino agli estremi che vedono il compositore Arnold Schonberg rifiutarsi di insegnare nella scuola – come propostogli da Kandinsky – perché luogo di pericolose tendenze antisemite. Tendenze smentite nei fatti dalla costruzione, da parte di molti ex allievi dell Bauhaus fuggiti in Israele dal nazismo, della “città bianca” di Tel Aviv.
Alle 18 stanze della mostra si accede a partire dalla xilografia di Lyonel Feininger dal titolo “Cattedrale”, simbolo della fascinazione medievale della prima scuola per il luogo di lavoro comune per eccellenza, la cattedrale duecentesca.
Nelle stanze del secondo periodo, il passaggio alla sede di Dessau è subito evidente nei modellini disegnati da Gropius per la nuova scuola. Quell’edificio-manifesto ora famoso in tutto il mondo che della Bauhaus divenne il principale centro propulsore. Queste sono anche le stanze dove la pittura cede lentamente il posto all’architettura con quel carattere tecnicistico e funzionalista propri del nuovo direttore (poi allontanato dalla scuola per le sue dichiarate simpatie comuniste) Hannes Meyer di cui la mostra ospita molti disegni, bozzetti e modelli. E’ anche il periodo in cui l’ex allievo Marcel Breuer assume la direzione del laboratorio di falegnameria dove, tra il 1925 e il 28, progetta i suoi mobili in tubolare metallico, tra cui le famose sedute. Sua anche la divertente “African Chair” pioniera di un gusto dilagante ancora oggi, così come il geniale dressing-table da signora, con specchi ovali a diverse altezze per soddisfare ogni prospettiva della vestizione.
La parte finale della mostra indica come, con van de Rohe, gli studenti si concentrino sempre più sulla realizzazione di opere architettoniche a forte carattere modernista. A fine percorso, la video-installazione “Endless Bauhaus” (“Bauhaus infinito”) di Ilka & Andreas Ruby dimostra quanto la scuola e i suoi fermenti siano rimasti vivi e attivi per tutto il resto del XX secolo lasciando segni indelebii persino sulla funzionalità globalizzata degli oggetti Ikea.
Roberta Ronconi
Etichette: architettura, berlino
agosto 25, 2009 alle 11:51 am |
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