Le volonterose prostitute di Hitler

imagesBordelli nei Lager nazisti, per prigionieri “speciali”.Uno storico tedesco svela il lato nascosto dell’orrore

ALESSANDRO ALVIANI

BERLINO
Un bordello ad Auschwitz, con tanto di turni, tariffe e orari di ingresso. Quella che al primo impatto suona come un’idea assurda rappresenta una triste realtà: nel campo di concentramento simbolo dell’orrore nazista le SS crearono una casa chiusa destinata a particolari categorie di internati. E non solo ad Auschwitz: simili baracche, ribattezzate Sonderbauten («edifici speciali»), erano attive anche in altri Lager. Atti sessuali forzati a pochi metri da montagne di cadaveri ammonticchiati l’uno sull’altro: un capitolo poco noto nella storia del nazismo riportato ora alla luce da Robert Sommer in Das KZ-Bordell («Il bordello nel campo di concentramento»), un libro presentato ieri al parlamento della città-Stato di Berlino.

Per decenni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, Sonderbauten è stato un termine tabù in Germania: da un lato le donne costrette a prostituirsi si chiusero nel silenzio dopo il 1945, dall’altro il concetto di bordello si conciliava ben poco con l’immagine del campo di concentramento come luogo di annientamento fisico e psicologico; per non parlare poi del fatto che nella Germania dell’Est, in cui il ricordo dei campi di concentramento rappresentava un fondamento dell’identità nazionale, l’idea che i prigionieri comunisti e «antifascisti» potessero aver visitato una prostituta in un Lager era quanto meno sconveniente. Eppure il sistema dei Sonderbauten era piuttosto ampio: tra il 1942 e il 1945 i nazisti crearono bordelli in dieci Lager, a Buchenwald come a Dachau, a Sachsenhausen come a Mittelbau-Dora (il campo al di sotto del quale venivano costruiti i missili V2); il più grande, con circa 20 ragazze, era però ad Auschwitz.

A partorire l’idea fu, nel 1942, il capo delle SS Heinrich Himmler, che puntava in tal modo ad aumentare la produttività degli internati. «Per i nazisti i Lager avevano anche un alto valore economico come luoghi di produzione, solo che la produttività era molto bassa a causa del cibo insufficiente, delle violenze quotidiane o delle cattive condizioni igieniche, per cui Himmler pensò di creare degli incentivi affinché i detenuti lavorassero di più», spiega Sommer, che collabora tra l’altro col memoriale dell’ex campo di concentramento di Ravensbrück, a Nord di Berlino.

La visita di un bordello come bonus, insomma. Un sistema che «non ebbe assolutamente successo, perché non aumentò la produttività dei prigionieri», nota Sommer, ma che le SS provarono a estendere fino al 1945, regolandolo nei minimi dettagli. A cominciare dalla scelta delle donne: si trattava soprattutto di giovani sotto i 25 anni, provenienti da Germania, Polonia o Ucraina («non c’erano italiane») e reclutate per lo più tra quelle internate come «asociali». Rigorosamente escluse per principio, invece, le ragazze ebree.

Secondo l’autore furono circa 200 le giovani costrette a prostituirsi. Per convincerle i nazisti «promisero loro di liberarle dopo sei mesi di lavoro nei bordelli, una promessa che non venne però mai mantenuta». Una volta individuate, le ragazze venivano selezionate dalle SS, quasi sempre a Ravensbrück, ma anche nel campo femminile di Birkenau, e infine spedite nei vari Sonderbauten. Per tutte, ogni giornata aveva lo stesso ritmo: lavori leggeri – ad esempio rammendare calzini o raccogliere erbe – al mattino e al pomeriggio, prostituzione coatta dalle 20 alle 22, turni più lunghi la domenica pomeriggio. In ogni caso il loro trattamento non era così duro come per il resto degli internati, fa notare Sommer, in quanto le ragazze ricevevano ad esempio razioni più sostanziose.

Ma chi frequentava simili bordelli? Non si trattava né di ebrei, né di prigionieri di guerra sovietici, cui l’ingresso era vietato, né tanto meno di internati «semplici», bensì di cosiddetti Funktionshäftlinge («detenuti-funzionari»), internati che svolgevano compiti di sorveglianza all’interno del Lager, come ad esempio decani o kapò. Gli unici a poter pagare i due Reichsmark richiesti dalle SS.

La visita era disciplinata in modo meticoloso: i prigionieri dovevano presentare domanda, farsi inserire in un’apposita lista, sottoporsi a una visita medica e infine attendere di essere convocati a un appello. Lo stesso rapporto – sorvegliato da alcune SS attraverso degli spioncini – era rigidamente organizzato: 15 minuti per internato, una sola posizione – quella del missionario – e niente contraccettivi. Ciononostante i casi di gravidanze furono pochi (e accompagnati sempre dall’aborto), dato che, rileva Sommer, o le ragazze venivano sterilizzate prima del loro arrivo nel campo di concentramento, oppure le condizioni estreme della loro prigionia le rendeva incapaci di avere figli. Malgrado il quadro disumano di una simile pratica, tra «clienti» e prostitute forzate si svilupparono anche rapporti più profondi. «Per gli internati la motivazione alla base della visita non era necessariamente quella di far sesso, bensì quella di sentirsi di nuovo come una persona; alcuni facevano regali alle ragazze e c’è anche un caso in cui un uomo e una donna conosciutisi in un simile bordello si sono poi sposati dopo il 1945». La maggior parte delle ragazze costrette a prostituirsi sopravvisse infatti alla guerra. E nessuna ha mai ricevuto un risarcimento per l’orrore vissuto.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200908articoli/46545girata.asp

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