ATLANTE LETTERARIO/5

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Sudafrica, 11 giugno 2010: il fischio di un arbitro darà avvio alla diciannovesima edizione della competizione atletica più seguita ovunque, i mondiali di calcio, per la prima volta disputati nel continente africano. Un flusso massiccio di denaro per la ristrutturazione completa di cinque stadi già esistenti, per la costruzione ex novo di altri cinque e per la realizzazione di infrastrutture che garantiscano mobilità, accoglienza, sicurezza a tutti i partecipanti – atleti, dirigenti sportivi, manovalanze, spettatori – sono confluiti nelle casse del paese. Assieme al denaro, la promessa di Joseph Blatter, presidente della Fifa, di un ingente numero di biglietti gratuiti a disposizione dei sudafricani, la maggior parte dei quali non potrebbe pagarsi neanche un posto in curva, tanto per evitare l’imbarazzante immagine di un pubblico in prevalenza bianco e straniero in una nazione africana, in prevalenza nera.


Per un mese, dunque, il Sudafrica avrà una copertura mediatica giornaliera, pari solo a quella ricevuta nel febbraio del 1990, quando venne rilasciato Nelson Mandela, anticipata già da articoli sparsi, in cui si legge degli spasmodici lavori di preparazione dell’evento presentati in linea generale come una corsa contro il tempo, all’occasione accelerata dal ricorso a volontari o ritardata dagli scioperi degli operai impegnati nei cantieri sparsi per tutto il paese.

Oltre ai soliti noti
Fa un certo effetto pensare al Sudafrica, paese per decenni sotto scrutinio internazionale per la sua anomalia politica, come sede di un evento che di politico in senso stretto ha ben poco. Una bella sensazione, soprattutto se segnalasse il preludio alla normalità. Altro tipo di effetto quello derivato dalle statistiche sulla diffusione dell’Aids e sulla mortalità infantile e giovanile che ne deriva, quelle sulla criminalità, e ancora quelle sull’altissimo numero di disagiati in genere: cifre non stemperate dall’atmosfera del giubileo calcistico. E, ancora, colpisce l’obbligo di registrare le difficoltà che in Sudafrica si incontrano per contrastare il liberismo sfrenato, eredità storica del colonialismo che si è felicemente sposato con i dettami economici della globalizzazione: liberismo che fa del paese la patria al tempo stesso di una piccola classe dirigente, nera e bianca, molto ricca, e di milioni di derelitti, per la stragrande maggioranza neri.
Non è una bella sensazione quella che deriva dal pensare al contrasto tra quanto denaro servirebbe per mettere in piedi progetti sul territorio in grado di fermare le varie emorragie sudafricane, tutte drammaticamente legate tra loro, e quanto se ne sta spendendo e se ne spenderà per un torneo di pallone: sessantaquattro partite in tutto. Certo, simili confronti purtroppo non giovano a nessuno, e una rinnovata attenzione al paese è comunque benvenuta; speriamo solo che i riflettori e gli investimenti non si spengano con la finale del torneo.
In attesa dei mondiali, e a provvidenziale contrasto dello spirito che li accompagnerà, vale la pena ricordare che il Sudafrica non è solo una terra ricca di giacimenti minerari (oro e diamanti rendono i miliardari locali ancora più miliardari), e di una variegata flora e fauna che ne fa da tempo immemore meta di turisti; il paese infatti è dotato di un patrimonio culturale fatto di varietà linguistiche (undici sono le lingue ufficiali) ed etniche che sono il risultato di una ramificata e drammatica storia nazionale, la quale arretra di secoli e vede mischiarsi sul territorio popolazioni indigene a gruppi di migranti bantu e a coloni di varia provenienza europea.
Del passato e del presente è espressione una letteratura molto articolata, che ha già dato al paese due premi Nobel – Nadine Gordimer nel 1991 e J. M. Coetzee nel 2003 – nonché una serie di autori tradotti con una certa regolarità all’estero e anche nel nostro paese. Se oggi l’editoria italiana si accorge di scrittori di pregio della vecchia generazione – come è avvenuto con Daphne Rooke (1914-2009) o con Lewis Nkosi (1936), nell’un caso ripescando ottimi romanzi di antica data (Io e Mittee e Germogli, entrambi Elliot), nell’altro pubblicandone l’ultima fatica (Il complesso di Mandela, Giunti Blu) – va anche detto che il computo dei titoli sudafricani nelle librerie italiane ha sempre dato risultati più soddisfacenti rispetto a quello di altri paesi del «continente nero».
In questo conteggio, che arretra di anni, vanno ricordati i «soliti noti», Gordimer/Coetzee/André Brink, visibilmente pubblicizzati e distribuiti dalle case editrici a cui sono legati (Feltrinelli e Einaudi), ma anche autori e autrici i cui libri si trovano con un po’ più di fatica, magari in librerie che ragionano sui cataloghi e non eliminano i titoli solo perché sono datati. Tra questi scrittori (in ordine sparso) Breyten Breytenbach, Bessie Head, Sindiwe Magona, Athol Fugard, K. Sello Duiker, Antjie Krog, Sipho Sepamla, Olive Schreiner, Zoë Wicomb, Rayda Jacobs, Achmat Dangor, Tatamkhulu Afrika, Ingrid De Kok, Damon Galgut, Zakes Mda, Gillian Slovo, Renesh Lakhan, Patricia Schonstein-Pinnock, Niq Mhlongo, Kgebetli Moele, tanto per segnalare un elenco dei più importanti, che ciascuno potrà poi verificare leggendone le opere.

Riflessi di un duro passato
Consapevoli di un tale patrimonio librario vale la pena ricordare che quando fischierà l’inizio del torneo calcistico, la prossima estate (in Sudafrica sarà inverno), saranno trascorsi più o meno vent’anni dalla liberazione di Nelson Mandela, oggi un ottantenne molto malato, che usciva allora dall’ultima delle varie prigioni in cui aveva trascorso i precedenti ventisette anni della sua vita. Di lì a quattro anni i sudafricani partecipavano al primo voto democratico della loro storia e con la vittoria dell’African National Congress ratificavano la fine del regime e l’inizio di quello che nelle parole del successore di Mandela, Thabo Mbeki, sarebbe stato il «rinascimento (sud)africano». A fronte di uno tra i regimi più duri della storia contemporanea, che ha conosciuto l’apartheid dal 1948 al 1994 (a sua volta regalo di una situazione coloniale in cui il primo insediamento olandese è datato 1652) – la letteratura sudafricana si è sempre lasciata permeare dalla situazione politica. Lo si constata facilmente prendendo in mano una qualsiasi delle opere di Nadine Gordimer, che del Sudafrica dell’apartheid è stata, soprattutto fuori dal paese, la cronista più ligia e infaticabile; ma lo si vede anche nei romanzi all’apparenza meno espliciti di Coetzee, che testimoniano un travaglio interiore strettamente legato all’atmosfera di violenza e di claustrofobia politica e culturale in cui sono nati. Proprio il Coetzee di Infanzia e Gioventù è l’interprete più acuto di un genere che sarebbe stato molto praticato negli anni ’90: il romanzo di formazione o l’autobiografia.
Oltre alle autobiografie di Coetzee, narrate in terza persona, notevoli sono anche alcuni romanzi retrospettivi non ancora tradotti di Mark Behr o di Jo-Ann Richards: e lo sono per il loro potere esemplificativo dei percorsi paralleli che allineano la formazione dell’individuo (bianco) e la formazione della nazione (afrikaner), quella che a partire dal 1948 vuole ribadire un’identità costruita sull’invenzione di una tradizione e di miti fondanti che la storia (si spera) relegherà nel posto già indicato dalla letteratura, ossia il cestino della spazzatura. È la storia il grande tema dello scorso ventennio, messo a fuoco anche grazie alla fondamentale opera di catalogazione delle deposizioni di chi l’apartheid l’ha vissuto, nel ruolo della vittima o del carnefice, in prima persona. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione – istituita nel 1995 e durata fino al 1998 – infatti, si è adoperata per far sì che nessuna vita venisse dimenticata e che la nuova storia ufficiale del paese non fosse una litanìa dal sapore biblico dettata dall’alto, bensì la somma delle storie di tutti, una somma che è arrivata a contare ventiduemila casi registrati.
I racconti di chi era chiamato a deporre nei tribunali istituiti ovunque nel paese – racconti ascoltati da tutti via radio, o letti e riletti sui giornali – sono migrati nella letteratura, fornendo materiali a scrittori e scrittici delle più diverse provenienze. Un testo chiave, a questo proposito, è Terra del mio sangue (Nutrimenti), tra le pagine del quale si trova al tempo stesso la relazione di molti processi giudiziari, ma anche il racconto dell’esperienza della sua autrice, Antjie Krog, poetessa e giornalista, che venne chiamata a commentare quei processi in una celebre trasmissione radiofonica. Interni di tribunali, resoconti di confessioni, rettifiche storiografiche – legate o meno alla Commissione – compaiono anche nei romanzi di Gillian Slovo, Achmat Dangor, Nadine Gordimer, J. M. Coetzee, Zoë Wicomb, Zakes Mda, André Brink, Tatamkhulu Afrika, Damon Galgut, come pure nelle calibrate e toccanti poesie di Ingrid De Kok.
Negli ultimi vent’anni, invece, è la metamorfosi individuale ciò che sta più a cuore agli autori sudafricani. Com’è ovvio, d’altronde, in un paese che liberatosi dal giogo coloniale ha tentato di riscrivere la propria storia senza passare per l’epurazione dei suoi aguzzini di un tempo, e scegliendo invece di sedersi al tavolo con loro per concertare un piano di ricostruzione del futuro. Impresa nobile e al tempo stesso motrice di un percorso minato di ostacoli, questa transizione apre a tante forme di ibridzione e accomodamento attestate nelle pagine dei romanzi degli ultimi anni. Giovani che diventano barboni, barboni che diventano santoni, donne musulmane che di giorno indossano il velo e la notte giocano d’azzardo, uomini che si mutano in alberi, madri che diventano streghe, catapecchie che si trasformano in castelli, disegni che prendono consistenza e realtà solide che si frantumano sotto l’urto del nuovo avanzante: mentre il paese, gli individui e i paesaggi si trasformano, anche l’invenzione di nuove realtà ne viene contaminata e subisce svariate metamorfosi.

Tra campagna e città
Terra di opposti e di opposizioni, il Sudafrica si racconta anche riflettendo i cambiamenti subìti dalle sue eterogenee conformazioni geografiche, specchio di altrettanti contesti culturali e storici. Ed è ancora grazie a Coetzee (Nel cuore del paese, La vita e il tempo di Michael K, Vergogna) che riemerge il romanzo delle campagne, erede di quella tradizione aperta dal bellissimo Storia di una fattoria africana (Giunti) di Olive Schreiner, a conferma del carattere distopico della fattoria africana tanto cara all’immaginario boero. Mentre gli scrittori bianchi si interrogano davanti allo spazio desolante e poetico del Karoo (per esempio anche tra le pagine dell’Impostore di Galgut, Guanda), la città viene messa a fuoco prevalentemente da scrittori e scrittrici neri, meticci e asiatici. Gli agglomerati urbani e le loro mortificanti/mostrificanti condizioni di vita sono teatro delle storie raccontate con estro e creatività da Zakes Mda (Si può morire in tanti modi, e/o), da K. Sello Duiker (Tredici centesimi, Cargo e Stella d’Africa, Mondadori), da Sindiwe Magona (Da madre a madre e Questo è il mio corpo!, Gorée). E sono sempre gli spazi metropolitani a fare da sfondo agli intrecci dickensiani di Renesh Lakhan (I burattinai, edizioni Socrates) o agli scorci di vita più normale ritratti in Cane mangia cane (Griot) di Mhlongo, nonché al recentissimo Camera 207 (Epoché) del giovane Kgebetli Moele.

Maria Paola Garducci

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090822/pagina/11/pezzo/257985/

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