Marguerite Higgins: una vita votata al reportage

imagesLa prima donna giornalista inviata di guerra. Cominciò col “New York Tribune”

Paolo Carotenuto
Da quando su Google sono apparse molte immagini d’archivio della rivista Life , capita di imbattersi in vecchie foto di personaggi del passato. E tra le tante inciampare in quella di Marguerite Higgins, pioniera del reportage di guerra al femminile. Oggi sembrerà strano, ma questa professione ai tempi in cui lei iniziò (anni ‘40) era pressoché interdetta alle giornaliste.La sua storia è curiosa e a tratti rocambolesca. Nacque nel 1920 ad Hong Kong, all’epoca sotto il controllo degli inglesi, da padre americano e madre francese. Presto l’intera famiglia si trasferì in California e visse i disagi della crisi economica mondiale del 1929. Marguerite si distinse da subito come un’eccellente studentessa, particolarmente disinvolta con le lingue straniere. A soli 17 anni era già iscritta presso l’università di Berkeley e a 21 prese la laurea in giornalismo.
Già durante gli studi inizia a collaborare col New York Tribune , come corrispondente dal college, ma si scontra presto con il maschilismo tipico del mestiere. L’entrata in guerra degli Stati Uniti rappresenta per lei un’inaspettata opportunità. Molti uomini, tra i quali quelli impiegati nel settore dell’editoria, devono entrare nelle Forze armate. E anche i giornalisti svuotano le redazioni per raggiungere i teatri di guerra. Marguerite ne approfitta e ottiene un ingaggio a tempo pieno al Tribune .
La sua vita privata invece naviga in alto mare. Il recente matrimonio con Stanley Moore, professore universitario ad Harvard, si logora velocemente a causa della chiamata di questo sotto le armi e anche per via di alcune relazioni d’amore di Marguerite divenute di dominio pubblico.
La guerra va avanti, ma Marguerite non riesce ancora a trovare qualcuno che la mandi al fronte come corrispondente. Grazie all’amicizia con Helen Rogers Reid (convinta femminista come lei), moglie del proprietario del giornale, riesce a raggiungere Londra come corrispondente, ma non è ancora il coronamento del suo sogno. Del resto, il suo editore non ha dubbi in proposito: le truppe e il fronte non sono roba da donne. Anche allora infatti i reporter di guerra venivano equipaggiati al pari dei combattenti eccetto che per l’armamento. Oggi diremmo embedded . Rischiavano la pelle in quanto sempre in prima linea mentre le truppe al fronte spesso si avvicendavano. In più, la loro possibilità di documentare gli eventi veniva frustrata dalla censura a cui erano sottoposti gli articoli prima di raggiungere le testate oltreoceano. Tanto che molti reporters, per non veder svilito il proprio lavoro, uniformavano stile e contenuti allo standard imposto. Della verità se ne diceva solo una parte, venivano ovviamente omessi luoghi e materiali strategici, ma in più si evitava di “remare contro” il “War Effort” o scrivere cose che potessero demoralizzare il “Fronte Interno”. Per questo, al ritorno dal fronte, molti giornalisti affidavano tutto ciò che avevano omesso alle pagine di libri rivelatori.
Nel 1945 a Marguerite Higgins viene concessa la possibilità di documentare le distruzioni causate dai bombardamenti alleati su parte della Germania. E’ così che, tra le prime e precedendo assieme ad altri reporter l’arrivo degli alleati, può descrivere gli orrori dei campi di Dachau e Buchenwald e la caduta di Monaco, dove alcuni soldati nazisti si arrendono a lei e agli altri reporter.
A guerra finita, la Higgins decide di fermarsi in Europa, documentando il processo di Norimberga e l’embargo sovietico su Berlino. Nel frattempo inizia una relazione col generale William Hall, direttore dell’intelligence delle Forze armate, già sposato e padre di 4 figli. I due in seguito si sposarono e Marguerite divenne madre di due figli.
Nel 1950 il Tribune , con grande disappunto della giornalista, decide per un suo trasferimento presso la redazione di Tokyo. Un luogo troppo poco di primo piano per le ambizioni della Higgins. Ma nel giugno del 1950 la Corea del nord, allineata col blocco sovietico, invade quella del sud con il sostegno degli americani. Marguerite si getta a capofitto nella nuova avventura ingaggiando una competizione sul campo con l’affermato reporter Homer Bigart che il Tribune aveva incaricato di seguire la vicenda. Higgins sta vincendo la sua battaglia delle penne quando il Comando militare americano dà disposizione di bandire le donne giornaliste dal campo di battaglia. Ancora una volta Marguerite chiede aiuto a Helen Rogers Reid che riesce, attraverso l’intercessione del generale Douglas MacArthur noto comandante delle Armate americane nel Pacifico durante la Seconda guerra mondiale, a trattenerla in zona di operazioni. Sul fronte coreano, Higging riesce a dare ai lettori una visione personale della guerra basata principalmente su uno stretto contatto coi soldati al fronte, dai quali ben presto riceve grande rispetto. Questa nuova esperienza la porta a scrivere il libro Guerra in Corea che, negli Stati Uniti, diventa un best seller e ottiene il premio Pulitzer, decretando la Higgins prima donna giornalista vincitrice del prestigioso premio. A rincarare la dose di gloria, la nomina di donna dell’anno da parte dell’AP (Associated Press news organization).
Nel 1953 Marguerite seguì, da Dien Bein Phu, la disfatta della colonia francese del Vietnam con la conseguente divisione del territorio in Vietnam del nord e Vietnam del sud. Fu un miracolo che non riportasse ferite quando il fotorepoter Robert Capa a pochi passi da lei saltò in aria su una mina anti uomo.
Lasciate le zone di guerra, Higgins ottiene un visto per poter viaggiare oltre la cortina di ferro dell’Unione sovietica. Diviene così la prima reporter autorizzata a muoversi liberamente attraverso l’Urss, esperienza unica che le fruttò molta gloria e due nuovi libri-inchiesta di successo.
I successivi reportages la vedono, nel 1961, testimone della guerra civile in Congo e poi, nel 1963, di nuovo in Vietnam, dove scriverà del coinvolgimento americano nel conflitto, raccontato poi dettagliatamente nel nuovo best-seller Il nostro incubo in Vietnam . Nel ’63 rompe il contratto con il Tribune e inizia a collaborare col settimanale Newsday .
Dopo di allora, Higgins torna più volte in Vietnam, fino a quando nel suo ultimo viaggio del 1965 contrae la leishmaniosi. Viene ricoverata a Washington dove, dopo un periodo sospeso nel coma, muore il 3 gennaio 1966 all’età di 45 anni.
Marguerite Higgins ha vissuto in continua sfida con il mondo, riuscendo alla fine ad imporsi in ambiti fino ad allora proibiti alle donne. Dalla vita ottenne comunque quello che più desiderava: raccontare i fatti dai luoghi in cui questi avvenivano, senza limitazioni e senza sconti. Probabilmentet oggi sarebbe sul campo a raccontarci l’Afghanistan.

http://www.liberazione.it/

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Una Risposta to “Marguerite Higgins: una vita votata al reportage”

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