ATLANTE LETTERARIO/14

Fu la cosidetta generación de los 50, nonostante la dittatura, a rinnovare il romanzo e la poesia spagnola degli anni ’60. Ne facevano parte scrittori tra i quali Sánchez Ferlosio, Gamoneda, Caballero Bonald, Martín Gaite, Benet, Marsé e, tra le recenti scoperte della editoria italiana, il saggista e poeta Juan Goytisolo, nato a Barcellona nel 1931 ed esiliato volontario da sempre, prima a Parigi e poi a Marrakesh. Ancora poco conosciuto nel nostro paese (solo piccola parte della sua vasta produzione è stata tradotta in anni lontani da Einaudi, Feltrinelli e Lerici, e oggi viene fortunatamente ripresa dall’editore Cargo), Juan Goytisolo ha cominciato da poco a fare parlare di sé nei confini italiani: già nell’aprile del 2008, sul manifesto, lo aveva intervistato Marco Dotti, poi – in coincidenza con l’apertura della Feria del Libro di Madrid, nel maggio scorso – il Corriere della Sera era uscito con una intervista in cui lo scrittore spagnolo confessava la sua gratitudine per gli autori di bestseller, «grazie ai quali le case editrici possono permettersi il lusso di pubblicare testi letterari», consentendo a scrittori come lui di continuare a esistere.

Tra ricerca e consumo
Curiosamente, il giorno dopo compariva sul País un colloquio con Carlos Ruiz Zafón che, reduce dall’aver venduto in poche settimane oltre un milione di copie del suo El juego del angel, si scagliava contro il mundillo letterario spagnolo definendolo una mediocre e pretenziosa burocrazia della cultura e affermando come legittima solo una letteratura fatta «per la gente» e fondata sulle ragioni dell’intreccio. Un terzo scrittore anche da noi molto noto, Antonio Muñoz Molina, sarebbe poi intervenuto definendo «apocalittica» la posizione di Goytisolo, e «integrata» quella di Zafón. Due prospettive, queste, che rappresentano le anime più divergenti della letteratura spagnola di oggi: da una parte c’è l’anziano maestro che a ogni libro offre al lettore una «proposta letteraria differente e non un semplice cambio di argomento»; dall’altra c’è un autore orgogliosamente di consumo, confezionatore di bestseller universalmente letti. E non è detto che tra i due sia il quasi ottantenne Goytisolo a rappresentare la «vecchia guardia». Una discreta parte degli innumerevoli autori spagnoli giovani e giovanissimi, quelli nati quando la stagione del franchismo si era ormai conclusa, è senz’altro più vicina a Goytisolo che a Zafón: molti di loro guardano infatti con estremo interesse a una letteratura che torni a lavorare sulla forma, sui meccanismi narrativi e sul linguaggio, su contenuti non necessariamente facili o tranquillizzanti.
Scrittori come l’ipersperimentale Agustín Fernandez Mallo (i titoli dei suoi romanzi, Nocilla Dream e Nocilla Experience sono serviti a indicare, un po’ impropriamente, una intera generazione di giovani scrittori), l’audace Isac Rosa di El vano ayer, l’inspiegabilmente mai tradotto Julián Rodríguez (Lo improbable y otras novelas, La sombra y la penumbra), da segnalare sia come autore che come editor della incantevole casa editrice Periférica, e le sorprendenti Mercedes Cebrián (El malestar al alcance de todos), Elvira Navarro (La ciudad en invierno) e Patricia Esteban Erlés (Manderley en venta) sembrano insomma destinati a intendersi meglio con i nonni che con i genitori.
Dalla parte opposta troviamo la consistente pattuglia di coloro che fabbricano in serie «storie da divorare», romanzi di intrattenimento più o meno facili e ben confezionati che aspirano alle stesse superventas di Zafón, di Matilde Asensi o di Ildefonso Falcones (dopo La catedral del mar, è appena uscito il suo La mano de Fatima). La Spagna, infatti, è una formidabile produttrice di polpettoni a sfondo storico, di fantasy come quelli della giovane e vendutissima Laura Gallego, di romanzi di avventure, o gotici, o esoterici, o tutte queste cose insieme.
Invece di comprare prodotti del genere sul mercato americano, che ne sforna di continuo e in quantità industriale, gli spagnoli hanno da tempo deciso di produrseli in casa inventandosi una serie di Dan Brown in sedicesimo: di questi libri molti, abilmente pilotati da editor pazienti, non solo hanno conquistato i loro compatrioti, ma anche i lettori stranieri. E, nonostante sia perfettamente lecito chiedere alla «cosa scritta» di essere innanzitutto redditizia e di intrattenere senza pretese il grande pubblico, leggendo Falcones o Zafón viene comunque spontaneo fare tanto di cappello ad autori di solido mestiere, come Arturo Pérez -Reverte, famoso giornalista e inviato di guerra poi passato alla letteratura, che rinnova i fasti della vera, grande letteratura popolare. E come non rimpiangere, davanti all’abbondante produzione di chick-lit made in Spain, la modesta e impavida Corín Tellado, scrittrice asturiana nata nel 1927 e morta nell’aprile di quest’anno, che ha scritto oltre quattromila romanzi rosa e, con i suoi quattrocento milioni di copie vendute, è l’autrice di lingua spagnola più letta dopo Cervantes?
Tra questa enorme quantità di carta stampata destinata al mass market, alla scalata delle classifiche e a un legittimo relax sotto l’ombrellone, e l’audacia a volte incredibilmente promettente, a volte ingenua di un certo numero di nuovi scrittori – sostenuti da marchi editoriali come Périferica, Dvd, Lengua de Trapo e altri ancora, e soprattutto da Caballo de Troya, guidato da un editor fuori del comune qual è Constantino Bértolo e proprietà della Random House Mondadori – c’è, oltre a una vigorosa novela negra di buonissima qualità (ultimo nome da tenere d’occhio: l’ottimo Montero Glez), il ventre molle di una vasta produzione media che è andata dilatandosi a partire dagli anni ’80 e che si può etichettare senz’altro come dimenticabile, sia essa dignitosa o pretenziosa, esangue o rianimata da coloranti artificiali, fintamente trasgressiva alla Almudena Grandes o fintamente ribelle alla Lucia Extebarria, ma comunque partecipe di «una cultura dell’effimero, pubblicitaria, deperibile, occasionale come una canzone o un libro di moda», come scrive Justo Navarro, romanziere originale e critico assai acuto.
Ci sono, poi, ovviamente, le eccezioni: autentici e pregevoli scrittori di età e impostazione diversa, alcuni dei quali dopo la fine del franchismo hanno avuto un ruolo di primo piano nella nascita di quella che si potrebbe definire la letteratura della transizione, e continuano oggi a dare un notevole (o semplicemente onesto, il che è già molto) contributo al romanzo spagnolo. Tanto per fare dei nomi: ovviamente Javier Marías, Enrique Vila-Matas, Javier Cercas (il suo ultimo libro, Anatomia de un instante, è la minuziosa dissezione del tentato golpe del febbraio 1981), Manuel Rivas, Antonio Muñoz Molina (a novembre uscirà il suo La noche de los tiempos, romanzo di mille pagine sugli esiliati spagnoli durante il franchismo), ovvero i più noti all’estero, anche se, a guardare meglio, ci sarebbe ben altro da scoprire; il decano Ramiro Pinilla, pluriottantenne basco a lungo ignorato e caso letterario di questi ultimi anni; Eduardo Mendoza, scrittore finissimo e autore di uno dei più bei «classici moderni» della Spagna di oggi, La ciudad de los prodigios; il prolifico Luis Mateo Díez, che nel suo ultimo romanzo, El animal piadoso (appena uscito in Spagna) ha ceduto al fascino della novela negra, e l’appartato, solido Rafael Chirbes, che nel 2008 ha pubblicato il suo romanzo più bello, Crematorio (in Italia è uscito presso Garzanti), ritratto spietato delle illusioni perdute della sinistra e della Spagna della speculazione edilizia. E poi il fluviale Luis Landero (Hoy Jupiter), Ignacio Martínez de Pisón il cui ultimo libro di racconti, Aeropuerto de Funchal, è una sorta di album dal sapore checoviano, l’irresistibile Eduardo Mendicutti, voce esilarante e amara dei gay spagnoli, Alvaro Pombo, che pubblica ora Virginia o el interior del mundo , annunciato come il più avvicente dei suoi complessi romanzi, e Félix de Azua, saggista intelligentissimo, poeta, romanziere bizzarro almeno quanto lo sono Javier Tomeo (aragonese eccentrico che dal 1967 a oggi ha pubblicato praticamente ogni anno un nuovo libro surreale e corrosivo) e Felipe Bénitez Reyes, del quale sta per uscire Oficios estelares.
A loro e ad altri (tentare di citarli tutti sarebbe come voler vuotare il mare con un cucchiaio) è affidata oggi la buona sorte di una letteratura che, per quanto i grandi gruppi editoriali dispieghino la loro considerevole potenza di fuoco in nome di una vendibilità planetaria, per fortuna non riesce a omologarsi sino in fondo, ossia a perdere alcuni tratti caratteristici che la rendono unica e mai completamente assimilabile a qualsiasi altra letteratura europea.
Il primo tratto peculiare è, indubbiamente, l’inarrestabile fiume delle narrazioni dedicate alla guerra civile, che dalla fine degli anni ’30 a oggi, non ha mai smesso di attraversare il romanzo spagnolo: non un semplice sedimentarsi di memorie, un modo per scardinare la rimozione e un lungo silenzio o un continuo affiorare di corpi e nomi e dolori (così come stanno finalmente afiorando le tombe ignorate di quanti sono scomparsi nel corso di qualche atroce paseo), ma anche pozzo inesauribile colmo di storie, di personaggi, di intrecci cui generazioni diverse non smettono di attingere.

Da altre sponde
Il secondo è la pluralità di lingue che in seno alla nazione spagnola danno vita a letterature «straniere» e familiarissime, illustri e antiche come quella catalana, più sommesse come la basca e la gallega, ma comunque fonte di contraddizioni salutari . Il terzo è la otra orilla, l’altra riva, la remota e immensa sponda latinoamericana con il suo tumulto di scritture e di linguaggi: uno spagnolo mutante, vitale, magnificamente corrotto e in perpetuo movimento, occasione straordinaria di confronto e scambio. Uno scambio che ha visto scrittori in esilio attraversare l’oceano nei due sensi, e che oggi, in virtù di un volontario destierro, fa di Madrid e Barcellona due capitali della letteratura hispano americana, grazie agli autori venuti dalla Colombia, dal Perù, dall’Argentina, dal Messico, dal Cile, come Rodrigo Fresán, Santiago Roncagliolo, Juan Gabriel Vásquez e molti altri, che hanno scelto di vivere e scrivere in terra spagnola.
Non per niente le ultime edizioni di due grandi premi letterari, l’Alfaguara e l’Herralde, le hanno vinte un argentino giovanissimo, Andrés Neumann, e un messicano di mezza età, Daniel Sada. Ed è interessante notare che dietro la nuovissima letteratura spagnola ci sono spesso giovani autori nutriti di letteratura latino-americana, al punto da avere più cose in comune con Bolaño o con Cortázar che con i loro compatrioti. Una ibridazione meravigliosa, questa, che ha come base una lingua comune e che rappresenta una sconfinata ricchezza sempre a portata di mano, nonché una possibilità di rinnovamento continuo, che in Europa ben pochi possono permettersi.

Francesca Lazzarato

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090902/pagina/11/pezzo/258857/

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