Il congresso di al-Fatah, tra Abu Mazen e Barghouti

imagesNonostante la profonda crisi Fatah è riuscita a tenere il suo congresso, dopo 20 anni. Lo scontro tra vecchia e nuova guardia. La rendita di posizione di essere l’unico movimento laico palestinese con cui dialogare

 

«La pace è una nostra scelta, la resistenza un nostro diritto», sono queste le parole con le quali il 4 agosto scorso il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen ha inaugurato il tanto atteso sesto congresso di al-Fatah. Il congresso, che si è tenuto a Betlemme, è stato un vero e proprio evento storico, considerando che ci sono voluti vent’anni al partito che fu di Arafat per tornare a sedersi attorno a un tavolo per ricucire i dissidi interni e risolvere la sua crisi di credibilità. Una crisi diventata sempre più esplosiva soprattutto dopo la vittoria elettorale di Hamas del 2006 ed il conseguente colpo di stato del 2007, con il quale il movimento ha preso il potere sulla striscia di Gaza, spaccando in due la realtà palestinese.

La frattura interna ad al-Fatah è tanto generazionale quanto politica. Da una parte ci sono i cosidetti “giovani turchi”, i rivoluzionari, dall’altra i vecchi militanti. Nel corso del tempo il gruppo dei giovani, guidati da Marwan Barghouti, ha cercato di rinnovare la leadership con elezioni democratiche, ma la vecchia guardia, rappresentata dopo la morte di Arafat da Abu Mazen si è opposta.

Anche se il confronto tra vecchia e nuova generazione è stata la chiave del congresso, Abu Mazen ha dovuto anche approfittare dei riflettori che erano puntati sull’avvenimento per rilanciare la sua immagine, quella di un presidente dimezzato la cui autorità è stata quotidianamente messa in discussione, e quella sempre più rovinata del movimento da lui guidato.

Per rispondere a chi descriveva Fatah come un partito corrotto e controllato da Stati Uniti, Europa ed Israele, nella bozza di risoluzione presentata alla conferenza Abu Mazen ha quindi cercato di evidenziare il suo lato duro, mostrandosi più intransigente nei confronti d’Israele. D’altra parte però, per rendere il partito presentabile alla comunità internazionale, nella bozza era anche scritto che la resistenza armata sarebbe stata sostituita, salvo casi estremi, dalla disobbedienza civile.

Seguendo con interesse l’avvenimento, erano soprattutto gli Stati Uniti a volere che al-Fatah diventasse un partito più unito, sperando che a Betlemme si potesse legittimare la leadership del movimento palestinese più laico in vista della ripresa dei colloqui di pace.

Il presidente Obama sa bene che provare a fare la pace con i palestinesi divisi, e per di più con il suo principale partito in perenne crisi di identità, non sarebbe mai possibile. Contemporaneamente, soprattutto tra i palestinesi, c’era però chi temeva che qualora si fosse affermata la linea dura, al-Fatah avrebbe ignorato quasi totalmente Hamas, movimento con il quale sarebbe meglio -dicono questi- provare a riaprire il dialogo. Infine c’era anche chi, velatamente, sperava in un’ulteriore indebolimento di al-Fatah. I falchi di Tel Aviv temevano la creazione di una formazione politica più vitale e speravano quindi che dal congresso uscisse un partito screditato e incapace di farsi portavoce della causa nazionale.

Il congresso doveva durare tre giorni, ma le discussioni sui temi che per vent’anni erano stati accantonati hanno rallentato i lavori, durati alla fine un’intera settimana e terminati con l’elezione dei nuovi membri del Comitato centrale e del Consiglio rivoluzionario del movimento. Già dal primo giorno sono emerse le profonde divisioni tra la vecchia e la nuova guardia del movimento. È stato un susseguirsi di delegati che hanno criticato la leadership del presidente Abu Mazen.

I vecchi hanno resistito fino all’ultimo, per non perdere il loro ruolo e i privilegi connessi, ma hanno dovuto, per la maggior parte, cedere le armi: nel nuovo comitato centrale importanti figure sono state escluse. Primo fra gli sconfitti è Ahmed Qrea, alias Abu Ala, l’ex premier che aveva tentato di contrapporsi a Abu Mazen alleandosi alla vecchia guardia.

Il rinnovamento di al-Fatah è avvenuto quindi nella continuità e questo è stato confermato dalla rielezione, praticamente all’unanimità, di Abu Mazen come presidente del partito. Alla fine l’erede di Abu Ammar è stato confermato alla guida del movimento, impegnandosi a iniziare una nuova epoca che scongiuri il definitivo scollamento dei vertici del partito con una base sempre più distante. Un rinnovamento che non potrà essere il grigio Abbas a portare avanti, ma – se non è troppo tardi – un personaggio come Marwan Barghouti, a suo tempo considerato il delfino di Yasser Arafat e attualmente segretario generale del partito in Cisgiordania, eletto nell’esecutivo del movimento.

Barghouti, uno della nuova generazione, è ancora in carcere a scontare l’ergastolo che nel 2004 Israele gli ha inflitto. La sua detenzione ha contribuito ad alimentarne la popolarità tra i palestinesi che lo considerano il loro Mandela. A differenza di Abbas, il cinquantenne Barghouti è dunque una figura carismatica. Non fa parte del cosiddetto gruppo dei tunisini, coloro che avevano seguito Arafat nelle peregrinazioni della leadership in esilio dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina.

La sua storia s’intreccia piuttosto con le intifada e le vicende dei militanti e dirigenti che da vent’anni a questa parte entrano ed escono dalle galere israeliane. Aveva solo quindici anni quando entrò in al-Fatah e dopo l’inizio della seconda intifada fondò le brigate dei martiri di al-Aqsa, il braccio militante di al-Fatah. Da quando nel 2004 è finito nuovamente dietro le sbarre ha continuato la sua attività politica e nel 2006 è diventato il deus ex machina del “documento dei prigionieri”. Come suo promotore ha riconosciuto la presenza di uno stato israeliano accanto alla terra dei palestinesi sui confini del 1967. Inoltre, dopo la vittoria elettorale di Hamas, ha cercato di accorciare le distanze tra questo movimento e al-Fatah. A Betlemme Barghouti si è presentato come l’uomo ponte, una nuova leva capace di fare da tramite tra la vecchia guardia e l’ala militare, tra la gente e i vertici di partito. Inoltre, sarebbe l’uomo capace di parlare con Hamas, guidandolo verso il pragmatismo e salvandolo dall’isolamento internazionale.

La continuità del rinnovamento di al-Fatah si rispecchia anche nella linea politica che è stata decisa a Betlemme. Anche se è stato riconosciuto come diritto inalienabile il ricorso alla lotta armata contro l’occupazione israeliana qualora la diplomazia dovesse fallire, la decisione principale è stata quella di riconfermare la scelta negoziale. La ripresa delle trattative resta comunque vincolata al blocco totale degli insediamenti da parte israeliana. Per la questione dei rifugiati si auspica una soluzione equa e concordata, mentre sul dossier Gerusalemme non si è pronti a cedere nulla e si rivendica la sovranità palestinese sulla città, senza far distinzione tra est e ovest.

Certamente a questo congresso non vi è stata alcuna svolta storica, ma Abu Mazen è riuscito a smentire coloro che ritenevano che al-Fatah fosse in una crisi irresistibile e che ogni tentativo di rivitalizzarla fosse destinato al fallimento..

Azzurra Meringolo

http://temi.repubblica.it/limes/il-congresso-di-al-fatah-tra-abu-mazen-e-barghouti/6074?h=0

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