Intervista a Eva Illouz

imagesLa fredda INTIMITÀ

Il governo delle emozioni è la caratteristica peculiare dell’attuale capitalismo. Ad affermarlo è Eva Illouz, una studiosa che ha contraddistinto la sua attività analizzando come i media e la psicologia siano il luogo e un sapere specialistico che accompagnano questa centralità delle emozioni. In primo luogo, elaborando uno stile e una semantica affinché le emozioni possano essere inserite in un «repertorio culturale» condiviso. Ma il fattore più rilevante che Eva Illouz mette in rilievo è che i media e la psicologia svolgono una funzione disciplinare, rendono cioè compatibili le emozioni con la cultura dominante. La studiosa non propone tuttavia una critica dei media, né un rifiuto della psicologia. Piuttosto, sostiene che per trasformare la realtà serva una teoria forte sulla dimensione collettiva delle emozioni e su quella «produzione sociale del sé» che caratterizza questo inizio di millennio.
In Italia, della sua produzione teorica è stato purtroppo tradotto solo il volume Intimità fredde, un saggio dove Illouz si avventura anche sul terreno minato delle lotte per il riconoscimento di identità che si discostano dal «repertorio culturale» dominante. Le lotte per il riconoscimento di queste identità sono però da considerare elementi dinamici che hanno la capacità di innovare la cultura dominante, rendendo sempre più evidente la funzione disciplinare e di controllo sociale dei media. Particolarmente interessante è infatti la sua analisi sulla televisione. Da una parte, lo schermo televisivo consente la messa in scena di una emozione, attivando un processo di identificazione dello spettatore e legittimando sentimenti e comportamenti fino ad allora considerati «impresentabili». In un’era dove il ruolo dei media è così determinante nella vita sociale, le sue riflessioni aiutano dunque a superare l’antica dicotomia tra chi vede nei media solo uno strumento che manipola le coscienze e chi invece considera la tv come lo specchio in cui si riflette ciò che accade nella società. I media sono invece sia lo strumento che riflette, veicolandoli, emozioni e comportamenti che si sono manifestati fuori dallo schermo, ma anche potenti strumenti che li rielaborano per renderli compatibili con l’ideologia dominante.
Studiosa schiva e attenta all’uso delle parole, Eva Illouz preferisce infatti tempi lunghi della riflessione. L’intervista che segue si è svolta durante il Festival della filosofia, ma è stata preceduta da uno scambio di e-mail, dove ogni volta la studiosa marocchina chiedeva chiarimenti per evitare equivoci e fraintendimenti.
Lei ha spesso sostenuto che le emozioni sono diventate le basi su cui si regge una inedita forma del capitalismo che definisce come «capitalismo emotivo». Può spiegare cosa intende?
Quando ho iniziato a lavorare sulle emozioni ero interessata a ricostruire le diverse tappe che hanno condotto alla riduzione delle emozioni a beni di consumo. È stato un percorso lungo, ma che ha subìto una accelerazione nella seconda metà del Novecento, quando cioè la psicologia è diventata una sorta di panacea per tutti i mali. Dai piccoli o grandi conflitti in famiglia allo stress derivante dal lavoro, ai traumi che accompagnano la nostra vita interiore sono diventati la molla per portarci nello studio di uno psicologo in cerca di assoluzione perché avevamo avuto emozioni di cui ci vergognavamo o perché non riuscivamo a dare un nome a sentimenti fino ad allora tabù.
Questo è solo un aspetto della centralità delle emozioni nelle nostre società. Ci sono stati altri luoghi dove le emozioni hanno assunto una rilevanza impensabile solo un secolo fa. Mi riferisco alle fabbriche, alle imprese, alle grandi organizzazioni burocratiche dello stato. Fino a quando le fabbriche occupavano poche centinaia di operai bastava una ferrea disciplina per tenere la forza-lavoro sotto controllo. Lo stesso valeva nelle organizzazioni statali. Ma quando in una singola impresa lavorano decine di migliaia di uomini e donne la sola disciplina non basta, perché nella vita produtiva irrompevano sentimenti tenuti fino ad allora fuori dai cancelli delle fabbriche o dagli uffici. Il tempo di lavoro si impregnava di emozioni che mettevano in discussione la disciplina e le gerarchie preposte al controllo della forza-lavoro. Il management doveva prendersi cura anche delle emozioni per mantenere il controllo, chiamando in soccorso la psicologia. Gli psicologi hanno quindi cominciato a «lavorare» sulle emozioni dei manager, ma anche dei colletti blu e bianchi affinché quest’ultimi potessero aumentare la loro produttività, stabilendo al tempo stesso una relazione non conflittuale con il management. La psicologia ha così svolto un ruolo disciplinare, di governo dell’impresa o delle grandi organizzazioni burocratiche. È stato proprio su questo crinale che le emozioni hanno occupato il centro della scena nelle società capitaliste per non abbandonarlo più.
Una volta accaduto questo, le emozioni non potevano essere lasciate a se stesse. Occorreva creare cioè uno «stile emotivo» a cui tutti dovevano allinearsi. Così anche la personalità individuale doveva essere prodotta, dando vita a una vera e propria «economia del sé». Prendiamo ad esempio l’onore, da sempre un sentimento molto importante nelle società moderne nel regolare i rapporti interpersonali. Per onore si può uccidere; per onore ci si può togliere la vita; per onore si possono recidere legami molto forti che ci legano a un’altra persona. La psicologia ha considerato queste tre possibilità come fattori destabilizzanti del sé, ma anche della società. Ed è così intervenuta sviluppando uno «stile emotivo» di tipo utilitarista a cui adeguarsi. Un uomo o una donna dovevano perseguire cioè i propri interessi comportandosi come soggetti economici, mentre le emozioni dovevano essere la merce di scambio con altri loro simili. La psicologia ha definito il modo su come sfruttare al meglio i propri sentimenti, quali che fossero.
Questo comporta una standardizzazione delle emozioni, attraverso la definizione di unità di misura delle quantità utili da impiegare nelle proprie strategie individuali. Difficile pensare di stabilire la quantità di sentimento da utilizzare in un rapporto di scambio mercantile che ha come oggetto qualcosa di non misurabile come i sentimenti e le emozioni, non crede?
A risolvere questo dilemma ci pensa, appunto, uno stile emotivo reso dominante. Certo è una situazione alquanto instabile e fragile, ma ci sono gli specialisti che decidono non quali sentimenti provare, ma come sfruttarli. Si va dalla psicologo quando percepiamo che la distanza tra sé e gli altri raggiunge un punto limite che mette in pericolo la nostra integrità emotiva. Come ho detto prima, gli psicologi lavorano per legittimare ciò che noi «sentiamo». Ma quando le emozioni diventano un fatto pubblico deve intervenire un altro fattore per disciplinare la nostra vita. Quest’altro fattore sono i media, forse lo strumento più sofisticato per elaborare uno stile emotivo a cui i singoli devono allinearsi.
Lei ha scritto più volte che la comunicazione sociale deve essere considerata un repertorio culturale attraverso il quale i singoli partecipano allo stile emotivo dominante. Non le sembra però che questo repertorio culturale mostri sempre una ambivalenza, perché da una parte è anch’esso uno strumento di controllo e di disciplina, ma dall’altro prefigura la possibilità di una critica dell’esistente, aprendo spazi di libertà e di autonomia. Come sciogliere dunque questa ambivalenza?
L’ambivalenza non si scioglie mai perché è una caratteristica degli esseri umani. Semmai c’è la possibilità di governarla, riconducendolo all’interno di istituzioni che hanno una legittimità più o meno forte. Quando parlo di istituzioni non mi riferisco alle sole organizzazioni statali. Il matrimonio, la religione sono anch’esse istituzioni. Prendiamo il matrimonio, luogo dove in passato sono state confinare le relazioni sentimentali.
Dagli anni Sessanta del Novecento si sono però imposti altri modi di vivere le relazioni sentimentali incentrati sulla ricerca di autonomia e autodeterminazione: modi di vivere la sessualità e l’amore che sono entrati in conflitto con l’istituzione del matrimonio. Attualmente non c’è nessuna legge che obbliga al matrimonio, ma non esiste neppure nessuna legge che lo vieta. Più realisticamente, la psicologia si è fatta carico di questo cambiamento emozionale, reinventando il repertorio culturale sul matrimonio e legittimando la richiesta di autonomia, indipendenza e eguaglianza tra i sessi avanzata dalle donne. Allo stesso tempo, ha lavorato affinché la fragilità delle relazioni sentimentali esperite al di fuori del matrimonio non mettessero in pericolo sia i singoli che l’ordine sociale. La psicologia e i media sono quindi preposti al governo delle ambivalenze, senza per questo provare a scioglierle. Tutto ciò alimenta una vera e propria «narrazione del riconoscimento». Una volta che le emozioni sono messe in piazza, c’è infatti necessità che vengano riconosciute come tali dagli altri. Il filosofo tedesco Axel Honneth ha giustamente insistito che dietro molti conflitti nelle società capitaliste c’è la volontà di vedere riconosciuti i propri bisogni e desideri da parte degli altri. Ma la richiesta di riconoscimento dà vita a vere e proprie narrazioni del sé. A differenza di un romanzo o di una novella , le narrazioni del riconoscimento hanno inizio ma mai fine.
Tuttavia le narrazioni del riconoscimento devono dotarsi di uno stile di enunciazione, di un ordine del discorso che può entrare in conflitto con quel repertorio culturale preposto a governare le emozioni…..
Ogni termine ha una sua storia. Ad esempio, intimità è un termine ignoto ai greci. Fa la sua comparsa solo con la modernità, indicando quella sfera della vita individuale distinta e separata dalle relazioni interpersonali e collettive. Gli uomini e le donne, proprio perché vivono in società, si espongono allo sguardo pubblico. Nel fare questo avvertono però il pericolo che la propria individualità venga calpestata e cancellata. I greci non hanno mai pensato che l’esposizione alla sfera pubblica costituisse un pericolo. Anzi, Aristotele ha scritto che l’uomo è un animale politico, cioè che solo nella sfera pubblica può far valere la propria individualità.
Con la modernità, invece, questa partecipazione alla vita pubblica è considerata piena di pericoli e insidie. È attorno a questi timori e paure per la perdita del sé che fonda le sue radici il concetto di intimità. Ne esce fuori una concezione della natura umana come una cipolla, con strati più esposti e altri meno, fino a un cuore gelosamente difeso da tutti gli altri strati. La narrazione del riconoscimento è anche la narrazione di come questi strati sono comunicati e socializzati con gli altri. Che questo dia vita a conflitti è prevedibile. Ma come ho detto prima nel «capitalismo emotivo» sono all’opera dispositivi per prevenirli se possibile; o per ricondurli all’ordine se si manifestano.
Lei scrive molto di una «democrazia del dolore» che annulla le differenze e le diseguaglianze sociali. È nei talk-show che si manifesta questa «democrazia del dolore», quasi che la socializzazione dei propri sentimenti serva a allontanare le paure e l’incognita per il futuro di chi vive nel capitalismo. Ma è una democrazia, quella del dolore, che può celare il fatto che le nostre società sono sempre più autoritarie, proprio quando viene sostenuto che non c’è più nessun ostacolo al soddisfacimento dei propri desideri. Lei cosa ne pensa?
Dolore si associa a un altro termine, compassione. Il centro della moralità pubblica nel capitalismo contemporaneo è individuato nella capacità di partecipare al dolore e alle sofferenze degli altri. Così assistiamo al paradosso di rendere partecipi gli altri al nostro dolore senza però che questo si traduca in una azione che trasformi la realtà che ci fa soffrire. Un paradosso che è spinto al parossismo proprio nei talk-show. Vado in tv o telefono alla radio o partecipo a un social network e comunico la mia intimità. Ma in questo atto comunicativo c’è una sospensione nello spettatore di qualsiasi coinvolgimento emotivo. Posso identificarmi, ma sospendo il mio coinvolgimento emotivo, perché altrimenti dovrei passare a una qualche forma di azione per combattere le condizioni che fanno soffrire. Perciò i media sono la sfera pubblica di questa «democrazia del dolore»: creano un campo emotivo con severi guardiani che controllano chi entra e ciò che avviene al suo interno. Rispetto alla antica querelle se occorre rifiutare i media o parteciparvi, provando a cambiarli dall’interno, occorre immaginare un’altra strada per trasformare la realtà. Per conto mio, credo che i primi passi da fare in questo percorso consistena nel cercare di capire come la messa in scena delle emozioni è propedeutico al mantenimento dello status quo, sapendo però che oramai la loro presenza è ineliminabile.

Benedetto Vecchi

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090924/pagina/11/pezzo/260693/

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Una Risposta a “Intervista a Eva Illouz”

  1. Intimità fredde: quando le parole e le teorie congelano le emozioni. | Il Mascalzone - San Benedetto del Tronto - l'informazione della riviera adriatica a portata di mouse Dice:

    [...] Un’intervista a Eva Illouz, a cura di Bernardo Vecchi. [...]

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