Esce in Italia «Il mio vicino Totoro» di Hayao Miyazaki maestro del cinema d’animazione
di Claudia Di Giovanni
Quando si parla di Hayao Miyazaki, l’appellativo che spesso ricorre è “maestro”. Considerato dalla critica il maestro dell’animazione orientale, è allo stesso tempo disegnatore, animatore, sceneggiatore, montatore e regista, capace di seguire ogni passo del processo di realizzazione di un suo film, subito riconoscibile sia dal punto tematico che stilistico.
Miyazaki è un artista famosissimo in patria, ma anche all’estero ha conquistato il suo pubblico grazie a un lavoro particolare e pluripremiato, tra l’altro con l’Oscar nel 2003 per La città incantata, miglior film di animazione, e con il Leone d’oro alla carriera, ricevuto a Venezia nel 2005.
Personaggio riservato e poco amante dei riflettori, nasce a Tokyo il 5 gennaio 1941. Alternando la sua opera tra cinema e televisione, inizia la carriera negli anni Sessanta, come disegnatore, e prosegue poi come regista di alcuni episodi della prima serie animata di Lupin iii. Nel 1974 cura, tra l’altro, il progetto e l’organizzazione di scena di Heidi, altro successo dell’animazione anche in Italia, e lavora in numerose serie di cartoni animati, tra cui Conan – Ragazzo del futuro, nel quale si ritrovano alcuni temi che saranno poi sviluppati nei suoi film, in particolare quello ambientalistico.
Nel 1979 realizza il suo primo lungometraggio, Lupin iii – Il castello di Cagliostro, riprendendo i personaggi della serie televisiva cui aveva collaborato, con una cura minuziosa della musica, della fotografia, della regia, unita a una fantasia senza limiti. Gli elementi della fiaba tradizionale sono rielaborati nel mondo contemporaneo; e i personaggi, molto diversi tra loro, riescono a creare un perfetto equilibrio narrativo che si articola tra azione, romanticismo e commedia.
Nel 1982 viene pubblicato un suo manga – termine giapponese utilizzato per indicare i fumetti in generale – Nausicaa della valle vento, da cui nel 1984 è tratto il film omonimo.Negli anni Ottanta il panorama dell’animazione è contraddistinto dalle innumerevoli serie di robot e Miyazaki, con questo film interamente ideato da lui, crea un’opera originale, considerata tra le migliori dell’autore, che riscuote grande successo in Giappone e gli consente di fondare un proprio studio di produzione, lo Studio Ghibli.
Il film, pieno di visioni post-apocalittiche, futuristiche e fantastiche, contiene molte tematiche care al regista, che saranno riproposte e sviluppate nelle successive produzioni. Con uno stile narrativo poetico, Miyazaki pone l’accento sulla tendenza dell’uomo a distruggere e ad autodistruggersi, affermando l’indispensabile rispetto per la natura e la vita, in qualunque forma si mostrino. Allo stesso tempo evidenzia nella protagonista, Nausicaa, la capacità umana di comprendere e di rispettare la diversità, per aprire uno spiraglio alla speranza, perché in fondo i conflitti emergono proprio dalla paura della diversità e dal rifiuto di comprendere quello che non conosciamo.
Colpisce, nella produzione di Miyazaki, la dimensione universale, spirituale e visionaria allo stesso tempo, che spesso mette al centro delle sue opere i bambini con la loro saggia innocenza contrapposta alla stolta durezza degli adulti. Ognuno dei suoi film è ricco di significati, influenzato dalla cultura giapponese, ma anche da quella occidentale: pieno di lirica e di senso del fiabesco; che se da un lato guarda con delusione al mondo in rovina degli uomini, dall’altro vede nell’infanzia innocente la possibilità di riscatto dell’essere umano.
Immergersi nella visione di un’opera di Miyazaki significa innanzitutto abbandonare i pregiudizi, abbandonare l’idea che l’animazione sia una forma d’arte minore, dedicata solo ai bambini. Soprattutto significa lasciarsi conquistare dalla fantasia, disporsi alla meraviglia, sapendo che tutto diventa possibile e ogni evento segue una sua logica, finalizzata all’armonia del mondo.
Per gli occidentali, molto influenzati da un modo di fare animazione del tutto diverso, sia nello stile che nelle tematiche, Hayao Miyazaki rappresenta una rivelazione eccezionale che è riuscita a farsi conoscere fuori dal paese nipponico, un artista completo capace di disegnare personalmente a mano 80.000 fotogrammi di animazione, con un tratto semplice, mai banale, che sa trasmettere forte emozione e delicata poesia.
Proprio lo stile dei disegni si rivela uno degli elementi tipici della sua arte, caratterizzata da un’estrema semplicità, ma mai banale, e da un’attenta cura a ogni particolare. A tutto questo si aggiunge la fantasia smisurata e un’attenta osservazione del genere umano.
La filmografia di Miyazaki è ampia, ma purtroppo poco nota fuori dall’Oriente e questo autore resta ancora sconosciuto al grande pubblico, nonostante i riconoscimenti della critica. Molta della sua produzione non è mai arrivata in Europa e la casa di produzione Lucky Red si prepara a far conoscere anche alle nostre latitudini quelli che sono considerati veri gioielli del maestro giapponese, a cominciare da Il mio vicino Totoro, in uscita in questi giorni in Italia.
Questo film, realizzato nel 1988, riesce a veicolare attraverso la fiaba per bambini una serie di messaggi, pur nell’estrema semplicità e delicatezza della storia, sottolineando il valore fondamentale della famiglia: il papà, l’anziana e saggia nonna, le due bambine mature e coraggiose che affrontano l’assenza della madre malata. Sullo sfondo c’è la natura, che per Miyazaki merita sempre un profondo rispetto, rappresentata dallo spirito della foresta Totoro, che solo i bambini possono vedere. Ancora una volta la fantasia e la creatività riportano anche alla mente degli adulti quella dimensione di sogno che con gli anni si perde, in un inno alla semplicità e allo stesso tempo alla meraviglia della vita.
Principessa Mononoke, del 1997, dona a Miyazaki la visibilità a livello mondiale e soprattutto una maggiore distribuzione, con il riferimento ai temi strettamente ambientalistici e naturalistici. La violenza umana sulla natura è il punto di partenza della storia, ambientata in un Giappone medievale nel quale le divinità e i demoni convivono con l’uomo che sta distruggendo la foresta. Con uno stile epico e uno sviluppo narrativo che avvicina i personaggi tra loro, si accorciano le distanze tra buoni e cattivi, perché in fondo ciascuno ha le proprie motivazioni. Ogni personaggio è, infatti, presentato sempre con attenzione e compostezza attraverso le oltre due ore di film, realizzato con più di 140.000 scene disegnate a mano.
La città incantata, del 2001, è il film che assegna a Miyazaki l’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e l’Oscar nel 2003. Al centro della storia è una bambina, Chihiro, che come Alice arriva in un paese delle meraviglie che la notte si popola di spettri, streghe e mostri. Ricco di colore, di personaggi e d’immagini, rielabora con enorme fantasia il percorso di maturazione di Chihiro che passa anche attraverso l’umiliazione e la fatica fisica, esaltando la gentilezza, l’amicizia, l’altruismo: tutti “poteri” umani che permettono alla protagonista di attraversare la città incantata e portare a termine la sua missione, conquistando con la sua bontà tutti quelli che incontra. Nonostante questo film sia caratterizzato da continui riferimenti alla cultura giapponese, i sentimenti profondamente umani e universali che lo animano sono rilevanti anche per lo spettatore occidentale.
Il castello errante di Howl, del 2004, è un film per il quale Miyazaki ha scritto anche la sceneggiatura, riadattando il romanzo per l’infanzia della scrittrice inglese Diana Wynne Jones. Ambientato in una non meglio identificata città europea di fine Ottocento, sullo sfondo di una guerra, narra la storia della giovane Sophie che una strega trasforma in una vecchietta. Sophie allora fugge da casa e si rifugia nel castello mobile dell’affascinante mago Howl, dove lavorerà come donna delle pulizie. Qui hanno inizio le avventure che la condurranno a liberarsi dell’incantesimo.
Ancora una volta, sotto le spoglie fiabesche, il film analizza le tematiche dell’eterna lotta tra il bene e il male, della vecchiaia, della forza di volontà e dell’umiltà, delineando i protagonisti in tutta la loro complessità psicologica e sottolineando sempre l’impegno personale per giungere a completare il proprio percorso di maturazione.
Ponyo sulla scogliera, del 2008, è l’ultimo film di Miyazaki. Meno complesso degli altri nella struttura narrativa e interpretativa, è la storia di amicizia tra un bambino e una pesciolina che vuole diventare umana, sullo sfondo ancora una volta di una natura imponente, rappresentata qui dall’oceano.
La magia è un elemento costante nei film di Miyazaki, perché la sua opera è intrisa di cultura giapponese e di elementi shintoisti, ma esiste anche un’altra magia, è quella creata dall’autore che riesce sempre a meravigliare lo spettatore, per la passione che immette nei suoi lavori, per quelle tavole disegnate a mano, che rifiutano gli interventi del computer, quasi togliessero loro l’umanità, e che creano con un tratto semplice immagini quasi infantili, poetiche e colorate con le tinte più pure e i colori pastello.
Fascino e poesia rendono ognuno dei suoi film una fiaba senza tempo, perché l’arte cinematografica di Miyazaki è delicata ed essenziale, pur nelle sue trame a volte complesse che mettono di fronte personaggi opposti, destinati comunque a convivere nella reciproca accettazione, sullo sfondo dell’incontro-scontro tra uomo e natura, nell’affermazione indiscussa del valore dell’amicizia e del rispetto dovuto a ogni forma di vita.
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