Archivio per ottobre 2009

Anni 70, eravamo illegali oggi vogliamo regole

ottobre 31, 2009

imagesA colloquio con lo storico Giovanni De Luna, autore di “Le ragioni di un decennio”

Vittorio Bonanni
E’ un libro scritto con il cuore, oltre che con la perizia dello storico, quello di Giovanni De Luna sugli anni ’70. Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria (Feltrinelli, pp. 253, euro 17,00), già presentato a Milano alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli con Miguel Gotor, David Bidussa, Linda Giuva, Silvia Ballestra, Uliano Lucas, Massimo Cirri, Alberto Rollo, Domenico Starnone, Riccardo Tozzi ed Oreste Pivetta – è stato realizzato grazie a due caratteristiche autobiografiche dell’autore. Quella legata all’essere ormai da tempo uno studioso autorevole, uno dei più ascoltati sugli eventi passati e presenti della nostra storia, e anche tra i più equilibrati, in grado di dire la sua senza nostalgie ma anche senza tentazioni revisionistiche. E l’essere stato poi – è questo l’altro aspetto – un militante di una delle organizzazioni più significative situate a sinistra del Pci, al cui interno si sono verificati un po’ tutti quei fenomeni – dalla centralità operaia al femminismo fino alla deriva armata – che hanno scosso la sinistra di allora, e cioè Lotta continua. (continua…)

Dal corpo all’anima

ottobre 31, 2009

253q05a1di Carlo Carletti
L’origine della ricorrenza del 2 novembre dedicata alla commemorazione dei defunti si colloca alla fine del primo millennio nell’ambito del monachesimo benedettino cluniacense. È infatti nell’anno 998, che Odilone di Mercoeur, quinto abate di Cluny (circa 961 – 1049), dispone l’inserimento nel calendario liturgico cluniacense di una commemorazione per i defunti “di tutto il mondo e di tutti i tempi” da celebrarsi il secondo giorno del mese di novembre:  “Si decreta dal nostro padre Odilone, su richiesta e con il consenso di tutti i confratelli cluniacensi, che come in tutte le chiese di Dio di tutto il mondo si celebra la festa di Ognissanti nel primo giorno di Novembre, così presso di noi sia celebrata solennemente la commemorazione di tutti i defunti in questo modo:  nel giorno di Ognissanti, dopo il capitolo, il decano e il cellerario faranno una elemosina di pane e vino a tutti i poveri che si presenteranno, come nella cena del Signore; (…) nello stesso giorno dopo i vespri si suoneranno tutte le campane e si celebrerà l’officio dei morti; la messa mattutina (quella del 2 novembre) sarà officiata solennemente e con il suono delle campane; saranno celebrate messe in privato e pubblicamente per il riposo delle anime di tutti i fedeli e sarà offerto del cibo a dodici poveri (Statutum sancti Odilonis de defunctis, pl, 142, colonne 1037-1038). L’estensione all’intera Chiesa di questa commemorazione sembra potersi rintracciare per la prima volta nell’Ordo Romanus del XIV secolo, dove il giorno del 2 novembre è indicato come anniversarium omnium animarum (Ildefonso Schuster, Liber Sacramentorum, IV, Torino 1932, p. 85).
Nell’antichità – sia tra i pagani sia tra i cristiani – la commemorazione dei defunti seguiva coordinate temporali diverse, circoscritte all’ambito privato e per lo più domestico. Il calendario era mobile, perché corrispondente all’anniversario dei singoli defunti, che per i pagani era il giorno della nascita (dies natalis) per i cristiani quello della morte, anch’esso definito dies natalis, ma inteso – con “slittamento semantico” – come nascita alla vita eterna. La celebrazione a Roma dei parentalia, come evento pubblico celebrato tra il 13 e il 21 febbraio, non sostituisce la prassi secolare delle commemorazioni gentilizie e familiari (parentatio), ma sostanzialmente la integra, partecipandola all’intera comunità, in una serie di rituali e pratiche, che prevedevano la visita ai sepolcri – che venivano cosparsi di fiori (rosalia, violatio) – e soprattutto la consumazione di un pasto “comune”, riservato a parenti e amici del defunto, che si svolgeva il 22 febbraio (caristie). (continua…)

La lettera del poeta chiuso in gabbia a scrivere i “Cantos”

ottobre 31, 2009

143940_3110_P36_CulCom_A03_F01Il 17 ottobre del 1945 Ezra Pound si trovava rinchiuso nel Disciplinary Training Center a Metato, vicino a Pisa. Un luogo che la figlia del grande poeta, Mary de Rachewiltz, descrive così: «Una specie di buco d’inferno, una vera “fossa dei serpenti”».

 Si trattava – come ha ricordato nei giorni scorsi Pierluigi Battista sul Corriere della Sera – di una «gabbia per gorilla», nella quale uno dei più grandi artisti del secolo passato viveva (anzi, sopravviveva) «bruciato dal sole, bagnato della pioggia».

 La visita.  Quel giorno del ’45 a visitare il Disciplinary Training Center arrivarono la piccola Mary e la compagna di Pound, la violinista Olga Rudge. Poco tempo dopo, Ezra indirizzò alla sua bambina una lettera lunga e bellissima, finora mai resa pubblica. (continua…)

Da Amburgo al Waziristan, l’ 11/9 nella storia di un passaporto

ottobre 31, 2009

imagesUn passaporto tedesco numero “L8642163”, emesso ad Amburgo il 2 agosto 2001 e ritrovato ieri nelle montagne del Waziristan del sud, terra di rifugio e addestramento per i talebani e al Qaida. La scoperta viene dalle forze pachistane che stanno conducendo l’offensiva nella regione tribale pachistana. Una campagna lanciata a metà ottobre cui i fondamentalisti hanno risposto con una serie di attentati, più di 200 morti, in tutto il paese. Nella roccaforte dei talebani, rifugio dei membri di al Qaida, l’esercito di Islamabad ha trovato il passaporto del coinquilino di Mohammed Atta, il terrorista kamikaze che pilotò il primo aereo dell’American Airlines contro le torri del World Trade Center. L’uomo, Said Bahaji, sulla lista dei più ricercati dalle agenzie di sicurezza internazionali, era compagno di stanza di Atta in Germania e faceva parte della celebre “cellula di Amburgo”. (continua…)

L’America SPAZIO PUBBLICO

ottobre 31, 2009

imagesSenza treni né bus, senza assistenza medica, prigionierio dell’idea di individualismo. La vita difficile del cittadino statunitense, un po’ meno convinto che privato è bello. Appunti di un (difficile) viaggio tra il Kentucky e la California, dove emerge una nuova generazione che non ha più voglia di stare a guardare

Lexington, Università del Kentucky. Sto raccontando a una classe di scienze sociali la mia ricerca in Appalachia, e mi viene di dirgli che ho sempre problemi a farmi rimborsare le spese di viaggio dall’università perché Harlan – equivalente di un nostro capoluogo di provincia – non è raggiungibile con nessun mezzo di trasporto pubblico e quindi non ho mai una normale pezza d’appoggio da presentare all’amministrazione. Chiede una ragazza, ma in Italia anche i paesi delle zone rurali ci si arriva coi mezzi pubblici? Dico, in linea di principio sì: almeno fino a quando non ci siamo messi in testa di privatizzare tutto, l’accesso al trasporto pubblico è stato pensato più o meno come un diritto del cittadino. Restano basiti: l’idea che il concetto di diritto si possa applicare a cose come i trasporti gli risulta del tutto sorprendente. Figuriamoci la salute, che è l’argomento del giorno.
La sera, Rhonda, che ha lasciato la carriera di medico per fare la musicista, mi chiede senza preliminari: com’è il vostro sistema sanitario? Glielo spiego – sprechi, cattiva politica e corruzione compresi, ma quello che fa lo fa per tutti. Qui non è così, molto dipende da chi sei. Jo Carson – poeta, performer, drammaturga straordinaria – ha un tumore al colon. Non ha assicurazione né assistenza. Per fortuna è famosa, e i suoi amici e lettori stanno facendo collette per farla curare, forse ce la faranno. Per chi è meno conosciuto e più solo, le cose sono peggio.
Gurney Norman, «poeta laureato» del Kentucky, mi racconta di un parente di sua moglie, anche lui con un tumore. L’assicurazione accetta di pagare solo un frammento delle spese. Gli oppositori della riforma sanitaria si dicono sconvolti al pensiero che dei burocrati statali possano decidere della vita e della morte; ma gli pare normale che lo facciano invece dei burocrati privati che puntano al profitto. Per fortuna, il paziente ha parenti aggiornati, ostinati e con buone relazioni, che armano un tale casino legale e di pubbliche relazioni che alla fine l’assicurazione cede. Ma è una lotta di potere, e la vincono in pochi. (continua…)

La destra che litiga sulle tasse

ottobre 31, 2009

imagesdi Roberta Carlini

Tartassati dalle tasse. Non solo in senso economico, ma anche politico. Per l’ennesima volta, la maggioranza di governo si trova ad essere attraversata da conflitti intestini e aperte contrapposizioni, che arrivano a mettere in discussione la titolarità del ministero dell’economia, sull’eterna questione: le tasse.

Dalla nascita della Lega Nord – partito della rivolta fiscale – al “meno tasse per tutti” di Forza Italia del 2001, a “le tasse sono bellissime” di Tommaso Padoa Schioppa, il tema della riduzione delle imposte resta al centro del dibattito politico: non solo nella campagna elettorale; non solo nella dialettica tra maggioranza e opposizione; ma anche (anzi, soprattutto) nella guerriglia all’interno dello schieramento di centrodestra, nella maggioranza che sostiene il governo di Silvio Berlusconi. (continua…)

Guerre «private»: ecco i mercenari in prima linea

ottobre 31, 2009
IRAQ-US-UNREST-BLACKWATERInquadrare eserciti privati e servirsi di mercenari è usanza vecchia quanto la guerra. Le legioni romane abbondavano di militi alloctoni: “i mastini della guerra” del Giulio Cesare di Shakespeare, fino a quelli contemporanei di Frederick Forsyth. Nei secoli XIII e XIV, interi reggimenti appartenevano a questo o quel signore, che li reclutava, li equipaggiava e li comandava a suo piacimento, affittandone i servizi al miglior offerente, anche per breve tempo o per una singola campagna. L’esercito della East India Company superava per effettivi i “coloniali” della Regina: oltre 100mila uomini.

È un costume mai venuto meno, se solo si pensi ai conflitti dell’irredentismo post-coloniale. Nell’Indocina francese combatterono a peso d’oro i mercenari statunitensi della Cat. Era il 1953-54 e la parcella delle “tigri volanti” superava i 35 dollari l’ora. Nel Vietnam bombardato dal Pentagono, l’esternalizzazione dei servizi logistici – hi-tech in primis – fu talmente ampia che Business Week parlò di una «guerra a contratto». Si contava un “civile” ogni 5 militari (era il 1965). (continua…)

Fidanzati, frenati, purificati

ottobre 31, 2009

Ritratto_della_famiglia_Stampa_di_SonicoTranschiacchiera pansessualista, inchiesta tra i bigotti sulla “buona vita”

Caro signor bigotto, puritano o tradizionalista, ci spieghi per favore come, secondo lei, si conduce una vita che scansi il peccato (per i religiosi) o il male che fa del male (per i non religiosi) o la confusione che squassa molte menti in questi giorni di gran sbigottimento politico e sessuale (quando non transessuale). Perché anche chi non vuole scansare alcunché e mai si scandalizza se l’è chiesto, almeno una volta nella vita, per necessità o per curiosità: chissà come vivono e come fanno gli altri. Chissà come funziona, chissà che regole adottano i “bravi e buoni” per non fare il male secondo la loro accezione di male. Lo sapremo da un giornalista cattolico e da un giovane cattolico che vogliono restare anonimi; dal professor Buttiglione, da Paola Binetti, da Francesco Agnoli e dal ginecologo cattolico Francesca Piol.

“Il male non è mai straordinario ed è sempre umano.
Divide il letto con noi e siede alla nostra tavola”. La massima di Wystan Hugh Auden fa bella mostra di sé sulla prima pagina del saggio “Psicologia del male” di Piero Bocchiaro (ed. Laterza), studio che prova come chiunque, in particolari circostanze, possa far del male a un altro essere umano. Far del male non per tutti è la stessa cosa che “fare il male”, primo problema. Male secondo chi?, dice poi, solitamente, il non bigotto a chi giudichi da fuori la sua condotta. Ed è il secondo problema. Ci sono insomma quelli per cui il male siede alla nostra tavola, ma non sempre si chiama male e non è neanche così male – eccoci qui, variamente relativisti, trasgressori, più o meno e comunque incoerentemente moralisti (vedi alcune reazioni da sinistra al caso Marrazzo). E poi ci sono quelli per cui è il bene a sedere alla nostra tavola – un bene “straordinariamente ordinario”, come dice un anonimo giornalista di chiara matrice cattolica, interpellato da questo giornale, per spiegare quella che chiama “la semplicità di quello che sembra complicato: essere felici facendo il bene”. Come fare questo bene è un mistero, forse, ma è comunque una domanda.
Qualcuno ci spieghi dunque perché avrebbe torto Oscar Wilde quando dice che il miglior modo di resistere a una tentazione è cedervi (e come si fa a non cedere). (continua…)

Il calvario di Stefano

ottobre 31, 2009

AGEE5S0CA6CU9OZCAJ0FJLRCA79WJSQCAQGVZA4CAJBY9Y8CAHHD99ZCAHEYS8KCAN6MGC2CAAC2NAGCAEDPJMICA8R8D13CAH25XWICA7MWPRKCACJYY6TCA378JNYCA7JOFMECAR0DHDVCA8KMIJ9di Adriano Sofri

PRIMA di tutto riguardiamo le fotografie di Stefano Cucchi. Quelle di un giovane magro, un geometra, che ha avuto a che fare con la droga e sa che gli potrà succedere ancora, e intanto vive, sorride, lavora, abbraccia sua madre, scherza con sua sorella. I giornali in genere hanno preferito pubblicare queste. E quelle di un morto, scheletrito, tumefatto, infranto, il viso che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono, il corpo di una settimana di Passione dell’ottobre 2009. La famiglia di Stefano ha deciso di diffondere quelle fotografie.

Nessuno è tenuto a guardarle. Ma nessuno è autorizzato a parlare di questa morte, senza guardarle.
Per una volta, sembra che tutti (quasi) ne provino orrore e sdegno, e vogliano la verità e la punizione. È consolante che sia così. Ma è difficile rassegnarsi alle frasi generiche, anche le più belle e sentite. C’è un andamento provato delle cose, e le parole devono almeno partire da lì. Certo, le parole possono osare l’inosabile. Possono, l’hanno fatto perfino questa volta, dire e ripetere che Stefano Cucchi “è caduto dalle scale”. (continua…)

Intervista a Francesco Rutelli

ottobre 31, 2009

images«Vado via subito, con dolore. Casini interlocutore essenziale»

 Francesco Rutelli, 55 anni, volta di nuovo pagina.

Lascia il Partito democratico?

«Sì».

Eppure lei è stato uno dei fondatori di que­sto partito, nato da pochissimo tempo. La cre­atura è ancora piccola e lei va già via di casa?

«Il Pd non è mai nato. Nonostante la passio­ne e la disponibilità di tanti cittadini, non è il nuovo partito per cui abbiamo sciolto la Mar­gherita e i Ds. Non ho nulla contro un partito democratico di sinistra, ma non può essere il mio partito».

Si è pentito di aver sciolto la Margherita?

«Vede, abbiamo posto tre condizioni, sospen­dendo l’attività della Margherita: niente appro­do nel socialismo europeo; ma siamo finiti lì. Basta collateralismo, basta vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali, interessi economici; ma le file organizzate di pensionati Cgil, alle primarie, dimostrano che non ne sia­mo fuori. Pluralismo politico; ma anziché crea­re un pensiero originale, si oscilla tra babele cul­turale e voglia di mettere all’angolo chi dissen­te. La promessa, dunque, non è mantenuta: non c’è un partito nuovo, ma il ceppo del Pds con molti indipendenti di centrosinistra». (continua…)

Guy Debord, le sue profezie sulla dittatura della merce

ottobre 30, 2009

imagesAlberto Burgio
Definire Debord un classico della tradizione rivoluzionaria suona ancor oggi provocatorio. Il suo è un pensiero privo dell’imprimatur dell’accademia. Non ha l’”onore” di una pur fugace citazione nei manuali di storia della filosofia ad uso universitario. È fuori dai codici e dai canoni. Debord – «docteur en rien» – non si sarebbe meravigliato né dispiaciuto di questa indifferenza. Possiamo immaginare come commenterebbe la propria esclusione dal pantheon della filosofia ufficiale. Ribadirebbe il fine apologetico della cultura ufficiale, irriderebbe all’autonomia disciplinare della filosofia, cifra della sua irrazionale separatezza, scorgerebbe nella propria esclusione la conferma della portata sovversiva della sua critica [...]. (continua…)

Adesso uso lo scudo fiscale poi ricomincerò a evadere

ottobre 30, 2009

imagesUn impresario di pompe funebri e un banchiere raccontano come si nascondono i soldi oltre frontiera

Milano: “Andavo in Svizzera un paio di volte al mese, il sabato sera, con mia moglie e mio figlio. Quasi sempre in macchina, qualche volta in treno. Avevo i soldi in contanti in tasca. Facevo il versamento alla cassa continua, andavo a mangiare la pizza. E poi, via, a casa”. É il racconto di un titolare di impresa di pompe funebri. Lo incontriamo in un bar di piazza Cordusio, a Milano, a due passi da Piazza Affari. Con lui c’è un funzionario della filiale italiana di una banca svizzera, che ha sede a cento metri dal bar. Lì si è rivolto per far rientrare i soldi. Vuole usare lo scudo fiscale: “Ma ho paura di essere beccato. Ho letto, e mi hanno detto, che se la Svizzera aderisce in pieno alle nuove norme contro i paradisi fiscali, la possibilità che scoprano i miei soldi è del 100 per cento. Mi beccano di sicuro. E poi, le dico la verità, in Svizzera ci sono commissioni bancarie altissime. Sanno che sono soldi in nero e un po’ ne approfittano”. Quanto ha in Svizzera? “Un milione di euro. Mi hanno detto che che se mi trovano i soldi sul conto, sono io a dover dimostrare che sono soldi regolari. Insomma, ho io l’onere della prova. Adesso se me li trovano me li sequestrano tutti”. Interviene il funzionario di banca: “Lei, invece li porta da noi. Paga il 5 per cento, cioé 50 mila euro e il resto glielo investiamo con un rendimento sicuro, il 4 per cento. In poco più di un anno recupera l’imposta pagata per lo scudo”. Continua il funzionario: “Dicono che nelle banche svizzere girano uomini della Guardia di Finanza in borghese. Pare facciano anche le foto. Avrebbero messo delle web cam sui balconi per riprendere l’ingresso delle banche”. Interviene il titolare delle pompe funebri: “Io ho deciso. Il mio milione lo porto qua”. (continua…)

BATTIATO TRAVAGLIATO

ottobre 30, 2009

imagesFRANCO INCAZZATO RACCONTA A TRAVAGLIO IL SUO ANTI-CAFONALESIMO “CONTRO TUTTA LA BANDA: I CLONI, I SERVI, I KILLER ALLA BORGIA COL VELENO NELL’ANELLO” – “MI VIEN VOGLIA DI IMPUGNARE LA CROCE E L’AGLIO”– “ABDICHEREI DAL GENERE UMANO” – E DA QUI NASCE L’OCCHIO INTERIORE DI “INNERES AUGE”…

Marco Travaglio per “il Fatto Quotidiano

Franco Battiato è molto diverso da come lo immagini. Allegro, scherzoso, spiritoso, talora persino un po’ cazzone. Forse perché, con la suaculturasterminataelasuapace interiore, se lo può permettere. Un uomo, però, armato di un’intransigenza assoluta, di un’insofferenza antropologica per le cose che non gli piacciono. E’ appena tornato da due concerti trionfali a Los Angeles e New York e ancora combatte il jet-lag nella sua casa di Milo (Catania).

Parliamo del suo ultimo pezzo-invettiva “Inneres Auge”, già anticipato sulla rete: uno dei due singoli inediti che impreziosiscono l’album antologico in uscita il 13 novembre (“Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti”). Una splendida invettiva che si avventa sugli scandali berlusconiani e sulla metà d’Italia che vi assiste indifferente e imbelle, con parole definitive: “Uno dice: che male c’è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato? Non ci siamo capiti: e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti…”. (continua…)

Beatrice il teologo

ottobre 30, 2009

252q04a2Filosofia e poesia nel quarto canto del “Paradiso”

di Inos Biffi

Dopo l’incanto di fronte alla figura di Piccarda e la dolcezza della lenta melodia dell’”Ave Maria”, Dante si ritrova la mente assillata da alcune incalzanti e ardue questioni:  tutto il quarto canto del Paradiso è impegnato alla loro esposizione e soluzione, rivelando nel poeta tutta la competenza e la sottigliezza del filosofo e del teologo. Nel Convito (ii, xii, 7) Dante ricorda di essere andato “là dove (la filosofia) si dimostrava veracemente, cioè ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti”, ossia presso i domenicani di Santa Maria Novella, o i francescani a Santa Croce, o gli agostiniani a Santo Spirito.
Si tratta, in questo canto iv del Paradiso, di versi prevalentemente didascalici, “astratti” e non poco ardui, inseriti quasi come un intermezzo dottrinale nel consueto svolgimento narrativo e lirico del poema; anche se l’ispirazione e l’immagine non si spengono e continuano ad animare le distinzioni proprie di una lezione “scolastica”.
Il poeta è assalito da due dubbi:  non li esprime, ma si possono chiaramente leggere sul suo volto – “‘l mio disir dipinto / m’era nel viso” (vv. 10-11) – e intuire dal suo silenzio. Egli non sa decidere quale manifestare per primo. E, per descrivere la propria condizione, in cui aveva la libertà imprigionata, e perciò non meritevole di rimprovero, ricorre a tre esempi. (continua…)

Case No. IT 95 5 18 PT. Il processo Karadzic, seconda udienza

ottobre 30, 2009

imagesDopo la prima udienza, il processo entra nel vivo con la parola all’accusa

Once again Mr. Karadzic is not present. Ancora una volta Mr. Karadzic non è presente in aula. Con queste parole il presidente della Corte, O-Gon Kwon, ha espresso il suo disappunto per l’assenza dell’imputato anche nella seconda udienza di martedì, così come accaduto lunedì.

Martedì 27 ottobre, ore 14.15. I quattro giudici hanno fatto ingresso nella Courtroom I. Alla loro sinistra, di fronte, il procuratore Alan Tieger è già al suo posto. L’emisfero destro, destinato all’imputato e alla difesa, è deserto. Mentre il giudice affronta le questioni procedurali, le telecamere del circuito interno indugiano a più riprese sulla poltrona blu, vuota, dove Karadzic dovrebbe sedere. L’udienza di lunedì 26 è durata solo 15 minuti. Il tempo necessario di prendere atto e mettere a verbale l’assenza dell’imputato che ha scelto di difendersi da solo. 
Ma nella seconda udienza, la Corte è molto chiara: “L’autodifesa è un diritto concesso all’imputato, ma se ciò dovesse intralciare il regolare svolgimento del processo, questo diritto può essere revocato e si può procedere alla nomina di un avvocato d’ufficio”, dice O-Gon Kwon dallo scranno più alto dell’aula, prima di passare la parola al procuratore. Alan Tieger può così cominciare a illustrare l’impianto accusatorio, costituito da 11 diversi capi d’imputazione tra cui genocidio e crimini contro l’umanità. In quasi cinque ore Tieger, avvalendosi di video, stralci di intercettazioni telefoniche, verbali dell’Assemblea Nazionale della Repubblica Srpska, documenti interni dei comandi militari, ha ricostruito punto dopo punto il disegno criminoso, di quella che viene indicata agli atti come una vera e propria organizzazione criminale al cui vertice c’è una mente e un comandante supremo indiscusso: Radovan Karadzic. (continua…)


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