Nel centenario del filosofo, una mostra ripercorre l’avventura umana e intellettuale di una generazione cresciuta al D’Azeglio di Torino
La mattina del 16 febbraio 1926 il professore Umberto Cosmo entrò nella seconda A del liceo D’Azeglio con il giornale spiegato e la voce rotta dall’emozione. Aveva appena appreso che a Parigi, in seguito alle percosse dei fascisti, era morto Piero Gobetti: uno dei suoi allievi migliori, pochi anni prima, in quelle stesse aule. «Un’impressione che non mi si è più cancellata dalla memoria. Eppure allora non sapevo chi fosse Gobetti, forse non l’avevo mai sentito nominare», annoterà Norberto Bobbio, che quel giorno sedeva tra i banchi.
Fu la prima presa d’atto di una dimensione politica oltre il privato, la prima rottura verso ambienti familiari naturaliter fascistizzanti, la scaturigine di una coscienza civile che si svilupperà attraverso gli studi e le frequentazioni. Non solo per Bobbio. In aula con lui, tra gli altri, Giorgio Agosti, Leone Ginzburg. Poco distante, nelle tre classi della B, dove insegnava il mitico Augusto Monti, c’erano Cesare Pavese, Tullio Pinelli, Massimo Mila, Vittorio Foa, Leonardo Pestelli, Giancarlo Pajetta. Un’irripetibile concentrazione di personalità che avrebbero segnato la vita culturale e politica del Novecento italiano, disperdendosi nei campi di attività e nei luoghi ma sempre ritrovandosi, fino alla fine, unite da una solida trama di relazioni affettive («la società di amici è la società etica per eccellenza», ha scritto Bobbio, premurandosi di precisare, a scanso di equivoci, che «non vi è amicizia al di fuori di una vita morale intensamente vissuta»).
La mostra varata per il centenario del filosofo (nato a Torino il 18 ottobre 1909) rende omaggio a questa vicenda collettiva, fin dal titolo, «Bobbio e il suo mondo», e dal sottotitolo, «Storie di impegno e di amicizia nel ’900». Coordinata da Marco Revelli con la ricerca iconografica di Paola Agosti, in programma dal 15 ottobre al 10 gennaio all’Archivio di Stato di Torino, la rassegna è accompagnata da un bel catalogo edito da Aragno che sarà distribuito dal 13 ottobre con La Stampa, il giornale di cui Bobbio è stato la firma più prestigiosa dal ’76 fino alla morte, il 9 gennaio 2004.
Attraverso le immagini e i documenti d’epoca, i ragazzi di via Parini – tutti residenti in un fazzoletto di città, nei palazzi altoborghesi della Crocetta e di San Secondo – sono seguiti passo dopo passo, anche quando in via Parini, la via del D’Azeglio, non sono più di casa. Potrebbe essere un ottimo soggetto per un film. Finito il liceo (esposti i registri degli esami di maturità: per Bobbio, otto in tutte le materie, con un sorprendente nove in scienze naturali e chimica e la «macchia» di un sei in storia dell’arte), nasce la «banda Monti», il gruppo di ex allievi che si riunisce al caffè Rattazzi intorno al «rigidissimo professore d’italiano», come ricorderà Bobbio, «diventato ormai un compagno più anziano, fra tutti il più estroso e brioso» (simile alla foto giovanile che lo ritrae con paglietta e baffo assassino, come uno chansonnier).
All’università il gruppo incontra nuovi maestri (Gioele Solari, Francesco Ruffini, Luigi Einaudi) e nuovi compagni (Alessandro Galante Garrone, Ludovico Geymonat). E arrivano i primi arresti: nel 1929 tocca a Mila, Geymonat e Antonicelli, che hanno firmato una lettera di solidarietà a Benedetto Croce oltraggiato da Mussolini; Umberto Cosmo, già sospeso dall’insegnamento tre anni prima e sostituito proprio da Franco Antonicelli, di poco più anziano degli allievi, viene mandato al confino a Ustica.
Per Bobbio comincia la lunga marcia nel tunnel della dittatura, tra l’avvicinamento a Giustizia e Libertà, la retata del 15 maggio ’35, in cui viene arrestato con Foa, Mila, Pavese, Giulio Einaudi e molti altri, e la tentazione del nicodemismo. Poi il tempo delle scelte, la Resistenza, l’adesione al Partito d’Azione, un nuovo arresto, a Padova nel dicembre ’43, preceduto dal matrimonio con Valeria Cova. La Liberazione, con molti dei vecchi amici del D’Azeglio impegnati nei primi passi della nuova Italia che rialza il capo (Agosti questore a Torino, Antonicelli che parla in piazza Vittorio con l’ineffabile eleganza del dandy capitato lì da un altro mondo).
Gli anni del dopoguerra – con la figura di Bobbio che acquista sempre più rilievo, fino a imporsi come la coscienza critica e morale del Paese in parallelo col disgregarsi della Prima Repubblica – sono i più iconograficamente noti. Superfluo, qui, soffermarcisi. Ma nelle immagini più tarde, oltre all’amata Valeria, ai figli e ai nipoti, ritornano i vecchi amici. Tra sorrisi teneri, abbracci e malcelata mestizia (per sé, per come è finita l’Italia), l’avventura volge al termine. L’ultima foto (splendida, di Paola Agosti) ritrae Bobbio nel suo studio, seduto alla scrivania, il volto illuminato per metà dalla luce che filtra dai tendoni, lo sguardo senza illusioni che vaga lontano, oltre la finestra, oltre la ferrovia, oltre la collina. «La morte presa sul serio è la fine della vita, la fine ultima, una fine oltre la quale non c’è un nuovo principio», scrive in quegli stessi anni nel De senectute. È dunque questo ciò che rimane?
E no, almeno qui si è sbagliato. Perché è destino di tutti i classici parlare agli uomini di ogni epoca: c’è dunque un «futuro di Norberto Bobbio», come suona il titolo del convegno internazionale che sarà aperto a Torino il 15 ottobre dal presidente Napolitano. Ne è convinto Michelangelo Bovero, l’allievo che lo ha ideato: «Dopo avere letto Bobbio, possiamo aprire quella finestra e guardare il mondo: lo capiremo meglio».
Il volume «Bobbio e il suo mondo», catalogo della mostra curato da Paola Agosti e Marco Revelli e pubblicato da Aragno, con 224 pagine e oltre 350 foto e documenti, sarà distribuito dal 13 ottobre con La Stampa a 9,90 euro.
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