È finita la guerra fredda?

images«Se l’epoca della guerra fredda si è chiusa nel 1989 – e la sua singolare combinazione di fattori ideologici e strategici ne esclude una ripetizione o anche solo un ritorno – i lunghi riflessi delle sue luci e delle sue ombre tramontano tuttavia con grande lentezza, e saranno tra noi ancora per un bel pezzo».
Così si chiude la Storia della guerra fredda di Federico Romero, un lavoro denso, chiaro, articolato, con cui per la prima volta la storiografia italiana dà un contributo alla vasta bibliografia internazionale sull’argomento, con meditato equilibrio e originalità analitica. Si è chiusa la guerra fredda perché nella sfida bipolare quarantennale è imploso uno dei due contendenti, l’Urss e con essa l’ideologia comunista, quale si era presentata sulla scena del Novecento. Fu un crollo singolarmente pacifico determinato non dalle armi, ma dalla crisi interna del “socialismo reale”, ormai divenuto incapace a reggere la sfida, di contro al poliedrico sviluppo dell’Occidente, alla sua capacità di produrre coesione, multipolarità e sviluppo economico globale.

Questo esito finale, che comunque si sarebbe verificato, fu accelerato dalla decisione di Gorbaciov di abbandonare quella «concezione ontologicamente antagonistica delle relazioni internazionali» che presiedeva alla ideologia comunista e si risolveva nell’idea della «guerra inevitabile», portando al crollo dell’impero sovietico, quale Stalin l’aveva costruito tra il 1944 e il 1946 e la fine del bipolarismo.
Ma, con un’acquisita distanza da quegli eventi, la vittoria degli Usa e dei paesi occidentali ha perso quel carattere trionfale che assunse nelle suggestioni immediate coeve, si pensi ad esempio alla storia della guerra fredda dello storico americano Gaddis che il lettore italiano conosce. Perché dal bipolarismo non si è passati in realtà all’unipolarismo americano e atlantico, una constatazione questa presente anche nel dibattito odierno su questi temi degli Stati Uniti. È come se la grande marea dello sviluppo capitalistico mondiale, a partire dagli anni 70, che spazzò le difese della patria del comunismo, si sia poi rifranta sull’occidente euroamericano, con altri effetti naturalmente, ma non meno epocali. E questi effetti sono in larga parte intrinseci alla crescita capitalistica negli anni della guerra fredda.

Perché proprio l’accento messo su questi fenomeni è uno dei pregi di questo libro. La guerra fredda nasce all’insegna della centralità europea e questo resta a lungo il suo filo d’Arianna. Ma intorno a quest’asse principale tutto il mondo viene coinvolto e nel contempo muta la natura dei consensi e dissensi verso la guerra fredda nelle stesse società occidentali. Si aprono scenari diversi. Lo sviluppo capitalistico investe il Sud Est asiatico, a cui con la fine degli anni 70 si unisce la Cina. Miliardi di uomini entrano nel mercato mondiale. La competizione bipolare ha così generato i suoi antidoti. Negli anni 60 la guerra in Vietnam si proponeva di arginare l’avanzata del comunismo in quell’area. Venti anni più tardi il confronto avrebbe incominciato a porsi in termini di potere economico e gettare le premesse di un declino dell’egemonia americana e occidentale.

E, poiché fu guerra senza esclusione di colpi su tutti i continenti per l’egemonia dell’uno e dell’altro, anche da parte dell’Occidente furono usati strumenti che non fanno parte del suo codice liberal-democratico, con l’appoggio a regimi tradizionalisti e autoritari, che paralizzavano la crescita civile ed economica dei rispettivi paesi, come si vide in America latina che, proprio con la fine del modello bipolare, ha incominciato a uscire dall’alternativa infetta del suo endogeno populismo, e ha imboccato la strada della democrazia e di un sostenuto sviluppo economico. Ma molto di questo passato retaggio altrove è rimasto, seminando nuovi problemi tutt’oggi difficili da risolvere.

La guerra fredda segnò dunque una fase di stallo permanente nel confronto militare, ma tutto il resto si mosse, sempre più vorticosamente, producendo il suo esito finale. La velocità del cambiamento, che cresce su se stessa a partire dal decennio 70, è da segnalare, perché con essa dovremo fare certamente i conti nei prossimi decenni.
Quanto al confronto militare era imperniato sulla rincorsa verso la reciproca parità, soprattutto nell’armamento nucleare. Era necessario tutto ciò ai fini dell’equilibrio bipolare? La storia non si può fare con i se. Quel che è certo da ciò è nata in Occidente una crescente opinione avversa alla guerra, con la quale pure bisogna fare i conti.

Federico Romero, «Storia della guerra fredda», Einaudi, Torino, pagg.356, 30,00.

Piero Craveri

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/10/finita-guerra-fredda.shtml?uuid=8a882c8c-b4f9-11de-8f36-108a94177710&DocRulesView=Libero

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