Anni 70, eravamo illegali oggi vogliamo regole

imagesA colloquio con lo storico Giovanni De Luna, autore di “Le ragioni di un decennio”

Vittorio Bonanni
E’ un libro scritto con il cuore, oltre che con la perizia dello storico, quello di Giovanni De Luna sugli anni ’70. Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria (Feltrinelli, pp. 253, euro 17,00), già presentato a Milano alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli con Miguel Gotor, David Bidussa, Linda Giuva, Silvia Ballestra, Uliano Lucas, Massimo Cirri, Alberto Rollo, Domenico Starnone, Riccardo Tozzi ed Oreste Pivetta – è stato realizzato grazie a due caratteristiche autobiografiche dell’autore. Quella legata all’essere ormai da tempo uno studioso autorevole, uno dei più ascoltati sugli eventi passati e presenti della nostra storia, e anche tra i più equilibrati, in grado di dire la sua senza nostalgie ma anche senza tentazioni revisionistiche. E l’essere stato poi – è questo l’altro aspetto – un militante di una delle organizzazioni più significative situate a sinistra del Pci, al cui interno si sono verificati un po’ tutti quei fenomeni – dalla centralità operaia al femminismo fino alla deriva armata – che hanno scosso la sinistra di allora, e cioè Lotta continua.
Leggendo anche soltanto l’indice del volume dell’autore del “Corpo del nemico ucciso” o della “Storia del Partito d’azione”, facciamo un tuffo verso quel passato così problematico ma anche così intenso e dove i protagonisti come De Luna appunto, avevano affidato alla politica con la P maiuscola il proprio destino. “Segreto e Stato”, “La verità è rivoluzionaria”, “La violenza”, “L’antifascismo militante”, “La centralità operaia”, sono solo alcuni dei titoli dei capitoli di un libro che tenta così di sottrarre quella fase all’espressione abusata e soprattutto riduttiva di “Anni di piombo”. Nel libro l’autore non tralascia nulla di quel periodo. Dall’illusione di uno scontro imminente e risolutivo con il potere dettata da una visione ingenua di quanto stava avvenendo «nelle pieghe profonde della società italiana» all’apparente incapacità della classe politica democristiana, sempre in bilico tra tentazioni moderate e fascisteggianti e nuove aperture a sinistra nella prima metà degli anni ’70, di calibrare lo scontro con una società in sommovimento; dal ruolo negativo giocato dallo Stato e dalle sue strutture, con la nascita di un «potere opaco, negazione della democrazia» come diceva Bobbio all’incapacità del Pci di gestire il grande successo del biennio 1975-76 fino a quella che lui chiama «glaciazione degli anni ‘80», preludio dell’Italia del XXI secolo, che nasce all’indomani dei famosi “35 giorni” alla Fiat, vana risposta operaia ai quasi quindicimila licenziamenti annunciati a Torino il 10 settembre 1980, e della marcia dei cosiddetti “quarantamila” capi e quadri intermedi, vero e proprio simbolo di quel ceto medio emergente, divenuto strumento di rivalsa contro le conquiste operaie e democratiche di quegli anni e che trovò nel craxismo prima e nel berlusconismo poi le due sponde politiche. Ma due sono i temi del libro che ci preme ricordare. Il primo riguarda quella che in qualche modo può essere definito lo spunto, il motivo principale per il quale De Luna ha scritto Le ragioni di un decennio .
«Lo stimolo di questo libro – dice l’autore – è interrogarsi sulle morti dei compagni uccisi e cercare di restituire un senso a quelle morti. Lo stimolo dunque nasce totalmente dal presente. Cioè la dimensione vittimaria che ha invaso il sistema dei mezzi di comunicazione di massa nella lettura degli anni ’70 aveva escluso delle vittime. Quella dimensione che si riferiva alle vittime delle stragi e del terrorismo, quelle altre vittime non le aveva conteggiate e non le aveva ricordate. Restituire un senso a quelle vite spezzate di allora voleva dire confrontarsi con le percezioni che di quel tempo quei compagni che erano morti avevano avuto. Se si vuole ridare un senso a quelle morti si doveva capire nel momento in cui Tonino Micciché veniva ammazzato dalla guardia giurata o Lo Russo dal carabiniere o Franceschi dal poliziotto che cosa pensavano, perché erano lì. Questo ha voluto dire per me utilizzare Lotta continua come la spia di quelle che erano le percezioni del movimento di allora». De Luna ricorda come la cultura di quel periodo fosse fortemente condizionata da quei fatti ed anche dai più remoti ricordi resistenziali. «Il cinema ricordò allora il partigiano Corbari trucidato dai nazifascismi nel 1944 a Castrocaro con un pessimo film interpretato nel 1970 da Giuliano Gemma, ma che fu visto da tutto quanto il movimento di allora. Ci fu anche Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto , nel ’73 la canzone di De Andrè sul bombarolo, per fare solo alcuni esempi. Insomma l’interrogativo è quali film, quali canzoni, quali libri, e soprattutto che tipo di rapporto con la storia politica del nostro Paese quei ragazzi avevano. Quindi in tutta la parte iniziale del mio libro c’è il tentativo di restituire lo spirito del tempo con le fonti coeve che a quel tempo si riferiscono. Naturalmente per fare questo ho dovuto molto indossare gli abiti del testimone, ricordando appunto i film che andavo a vedere, le canzoni che cantavo, i libri che leggevo, il rapporto con la storia della Resistenza che avevo. Non mi sono però potuto dimenticare il mio mestiere, quello dello storico, e lo storico agisce con il senno di poi».
De Luna ricorda come alla «politica di quegli anni si chiese tantissimo, si chiese di recintare un’area virtuosa nella quale gli italiani potessero finalmente diventare cittadini. Quando finisce quel decennio finisce quell’affidamento alla politica e la possibilità di guardare ad essa come ad una risorsa, come a qualcosa che serve a tutti e non soltanto ad un ceto politico».
E’ lecito chiedersi, visto lo stato in cui versa oggi la democrazia italiana, se è servito a qualcosa il sacrificio di quei giovani, e se di quei dieci anni così drammatici ma anche così intensi sia rimasta una qualche eredità: «Non direi che è stato tutto inutile – sottolinea De Luna – e quello che è emerso allora e a cui possiamo attingere è un progetto inclusivo della democrazia. Attraverso dei percorsi molto contorti, non pensando in un primo momento alla rivoluzione, poi pensandola, poi ancora pensandola male, nel momento in cui noi ci scontrammo in maniera radicale e totale con il principio gerarchico e autoritario del “ciascuno al suo posto”, su cui il fascismo aveva costruito la sua organizzazione, proponemmo comunque un modello di democrazia estremamente inclusivo che riduceva le aree delle esclusioni. E questa può essere un’eredità vistosa e significativa da utilizzare oggi. L’altro aspetto è il rapporto con le regole e le leggi. E’ evidente che quel movimento fu autenticamente e profondamente illegale – dice lo storico torinese – e a partire dalle occupazioni e dalle forme più innocenti trasgrediva. Ma quali regole trasgrediva? Le regole di un’accademia parruccona, imbalsamata; le regole di un’etichetta domestica e familiare; quelle di una società ancora modellata su strutture arcaiche e patriarcali; quelle ancora dei codici fascisti rimasti tutti intatti, come quella che condannava il plagio, come accadde con il caso Braibanti».
«Che cosa succede invece oggi? – si chiede l’autore – Succede che noi ci troviamo in prima fila nella difesa delle regole, nel momento in cui l’attacco alla legalità viene direttamente dai vertici del potere politico. Nel momento in cui ci si riferisce alla democrazia nei termini più esclusivi che si possano immaginare, le leggi vengono considerate solo lacci e laccioli posti al libero dispiegarsi del mercato, i magistrati non come coloro che quelle leggi le applicano ma come uomini e donne che fanno politica, sembra quasi ovvio che noi scegliamo di difendere le regole. Ma in realtà non è così ovvio, innanzitutto perché partiamo dalla consapevolezza che la trasgressione è un dovere se le leggi sono sbagliate. Il punto però è che l’adesione alle regole da parte di chi è le ha trasgredite avviene con un surplus di motivazione e di passione». Un paradosso certamente che può però generare un progetto avanzato di democrazia al quale possiamo e dobbiamo ancora credere. «E questo – dice De Luna – credo la nostra generazione lo possa spendere ancora oggi».

Liberazione

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