Guerre «private»: ecco i mercenari in prima linea

IRAQ-US-UNREST-BLACKWATERInquadrare eserciti privati e servirsi di mercenari è usanza vecchia quanto la guerra. Le legioni romane abbondavano di militi alloctoni: “i mastini della guerra” del Giulio Cesare di Shakespeare, fino a quelli contemporanei di Frederick Forsyth. Nei secoli XIII e XIV, interi reggimenti appartenevano a questo o quel signore, che li reclutava, li equipaggiava e li comandava a suo piacimento, affittandone i servizi al miglior offerente, anche per breve tempo o per una singola campagna. L’esercito della East India Company superava per effettivi i “coloniali” della Regina: oltre 100mila uomini.

È un costume mai venuto meno, se solo si pensi ai conflitti dell’irredentismo post-coloniale. Nell’Indocina francese combatterono a peso d’oro i mercenari statunitensi della Cat. Era il 1953-54 e la parcella delle “tigri volanti” superava i 35 dollari l’ora. Nel Vietnam bombardato dal Pentagono, l’esternalizzazione dei servizi logistici – hi-tech in primis – fu talmente ampia che Business Week parlò di una «guerra a contratto». Si contava un “civile” ogni 5 militari (era il 1965).

La prima Guerra del Golfo (1991) ha rappresentato una parentesi poco significativa: c’era un solo “civile” ogni 60 soldati, mentre nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan, gli uni e gli altri hanno cominciato a equivalersi. Non si tratta solo di numeri, ma anche di scenario, divenuto molto più complesso.
Con la fine della guerra fredda, sono aumentati i conflitti civili e i focolai di tensione: se nel 1997 si contavano 18 confronti gravi, oggi la cifra è più che doppia (39). Al tempo stesso, gli eserciti nazionali hanno smobilitato: nel decennio 1987-97, la somma degli effettivi britannici, francesi, russi e statunitensi è crollata da 5,23 a 1,24 milioni. Una massa di 6 milioni di ex-soldati, ufficiali e sottufficiali compresi, si è ritrovata senza divisa e, se appartenente al vecchio Patto di Varsavia, senza coperture socio-economiche. Il 70% degli 007 del Kgb si è riciclato in aziende militari e di sicurezza: le famigerate Pmsc (Private military and security companies), in gran parte anglosassoni, ma anche francesi, israeliane, russe e sudafricane.

Interi arsenali di armamenti convenzionali sono stati messi all’incanto. Fucili, carri armati e aerei da combattimento sono stati venduti a prezzi stracciati, senza discrimine fra acquirenti. L’Angolagate e la Somalia d’Ilaria Alpi hanno dimostrato le connivenze fra il traffico d’armi, le contropartite in materie prime e le attività mercenarie: un circuito illegale fatto di denaro sporco, ex agenti segreti e guerriglie, che hanno insanguinato molti Paesi africani e stimolato gli appetiti delle Pmsc.

A metà degli anni 80, se ne contavano una ventina, oggi sono circa duecento, 61 delle quali affiliate a una lobby di categoria: l’Ipoa, che manovra dalla sede statunitense per ghermire più appalti nelle operazioni oltremare. Gli affari non mancano: in crescita ininterrotta dal 1991 (+1000%), il mercato vale 100-150 miliardi di dollari l’anno, 15-20 dei quali “euro-britannici”. Una quota sempre maggiore (16,7%) è assorbita dai servizi privati di sicurezza. Nell’ultimo triennio, Londra ha speso per le guardie “iracheno-afgane” 148 milioni di sterline. Ha affidato ad ArmorGroup l’ambasciata di Kabul e a Kroll quella di Bagdad.

L’elenco si farebbe sterminato, perché ai contractors ricorrono un po’ tutti: le multinazionali petrolifere e minerarie, i governi legittimi e vacillanti, le organizzazioni non governative e intergovernative. L’offerta copre l’intero spettro delle attività belliche e post-belliche. Oltre a gestire wargames e campi d’addestramento, le Pmsc combattono e fanno intelligence; contrastano la pirateria marittima; proteggono infrastrutture, sedi istituzionali e personale; inquadrano e preparano forze militari e di polizia; ricostruiscono e si accollano la logistica: dai pasti alla manutenzione di armi sofisticate, fra cui i bombardieri e i caccia invisibili B-2 ed F-117.

È un fenomeno istituzionalizzato. Almeno dal 1985, anno in cui il Pentagono, massimo dispensatore di guerre opulente, ha scommesso sulle tecno-unità e ridotto del 60% il comando logistico dell’Esercito. Con il Logcap, ha appaltato ai privati le forniture di carburante e di viveri, la manutenzione dei mezzi: un affare gigantesco, che continua tuttora e che, nel prossimo decennio, pomperà 150 miliardi di dollari nelle casse di 3 compagnie: DynCorp, Fluor e KBR. Pochi hanno fatto più affari dell’ultima: fra genio militare e nepotismo di Dick Cheney, l’ex controllata di Halliburton munge al Pentagono 5-6 miliardi l’anno. Molte delle basi oltremare ne dipendono per ogni servizio, se si escludono i combattenti.

Il 2003 è l’anno d’Iraqi Freedom e della svolta per DynCorp, appena rilevata dalla Computer Sciences Corporation. Fino ad allora, la società riparava i velivoli e i sistemi di combattimento ovunque chiamasse l’Aeronautica statunitense. Nella Bosnia occupata di fine anni ’90, alcuni suoi dipendenti furono coinvolti in uno scandalo a luci rosse, radiati e confinati nell’oblio, senza conseguenza alcuna per l’azienda, maestra nell’attività di lobbying. La persuasione finanziaria soft non ha confini: 100mila dollari al Partito repubblicano (2003) e per DynCorp comincia un crescendo di commesse. Nel 2004, l’azienda diversifica i servizi ed entra nel giro della sicurezza privata. Ha tremila dipendenti già pronti a proteggere personale e strutture, oltre che addestrare forze di polizia a ordinamento militare.

Il Dipartimento di Stato comincia a cooptarli nelle zone più turbolente del globo: dal Medioriente all’Africa subsahariana, senza dimenticare l’Afganistan. Il Pentagono ne spedisce anche in Giordania (al-Jaftlak), come istruttori delle forze di sicurezza palestinesi (Pnfs). Lievitano i costi e, nel 2010, forgiare l’esercito e la polizia afgana costerà 7,5 miliardi di dollari.
La storia della DynCorp è paradigmatica: similmente a lei, molte Pmsc hanno all’origine ex militari, dai forti legami con gli ambienti governativi. Da piccole realtà, si trasformano in network economici internazionali, strettamente imparentati con i grandi industriali di armamenti, con il mondo economico-finanziario e tecno-informatico. Basti solo pensare alla Vinnel, acquistata da Northrop Grumman, o all’Mpri, controllata da L3 Communications.

Nessuna delle due (Vinnel e Mpri) sarebbe del tutto fuori posto dinanzi ai tribunali per crimini di guerra: la prima per il lavoro sporco in Vietnam; la seconda per i torbidi balcanici. Mentre si celebra il processo a Radovan Karadzic, boia di Srebrenica, è bene non dimenticare che dietro i successi (e i massacri) croati in Krajina vi erano anche dirigenti e contractor dell’Mpri, al 90% ex militari statunitensi.

Francesco Palmas
Avvenire

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