I piemontesi uccisero migliaia di giovani in Sicilia, Calabria, Campania e Basilicata. Ma la conquista militare fu portatrice anche di un ideale di nazione e di riscatto sociale
di Eugenio Scalfari
Per l’ennesima volta si è riaperta la discussione, ma vorrei dire la diatriba, sull’unità d’Italia, cioè sull’annessione (militare) del Sud al Nord, insomma sul Risorgimento. Antica diatriba. Alimentata dall’antica ostilità della cultura cattolica dell’epoca del temporalismo religioso, poi superata dal costituzionalismo di Dossetti e dal liberalismo cattolico di De Gasperi, dall’antica dissidenza del comunismo gramsciano, poi superata dalla mitologia dell’alleanza classista tra operai del Nord e contadini del Sud. Dal leghismo di Bossi, non superato e anzi rinforzato dal nordismo berlusconiano. Dal revisionismo antigaribaldino e antimazziniano dei neoconservatori che hanno teorizzato e mitizzato la storia dei vinti.
Con questi precedenti e in presenza delle varie e tutte riduttrici e negazioniste interpretazioni del Risorgimento, si è riaperta la diatriba, resa attuale dall’imminente celebrazione dei 150 anni dell’Unità, patrocinata dal Quirinale da un lato e dai neo-federalisti della Lega dall’opposta sponda.
Questi ultimi hanno rimesso sul tavolo l’accusa della conquista miliare e delle migliaia di giovani uccisi dalle truppe piemontesi in Sicilia, in Calabria, in Basilicata e in Puglia per il solo motivo di cospirare e insorgere contro lo Stato nato da annessioni plebiscitarie e quindi democraticamente sospettabile.
Negare i fatti è impossibile: quelle esecuzioni sommarie ci furono. Il loro numero è controverso, ma ci furono e furono molte. Opporre ad esse le esecuzioni ancor più sommarie e raccapriccianti effettuate dalle bande contadine ribelli, serve a poco perché diversa è l’irresponsabilità dei ribelli di fronte a stragi di Stato eseguite per ordini superiori. In effetti non si trattò d’una semplice operazione di polizia ma d’una vera guerra civile che durò quasi dieci anni e insanguinò tutto il
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Mezzogiorno. Ufficialmente le fu dato il nome di guerra contro il brigantaggio e tale fu perché i briganti ne furono il motore propulsivo, ma in quelle bande c’era anche l’ispirazione e la militanza sanfedista e l’omertà contadina che temeva e odiava il latifondo dei signori e il loro diritto di “bassa giustizia” legalmente esercitato e ampiamente tollerato dall’amministrazione del nuovo Stato unitario.
Questi i dati di fatto, ai quali però occorre aggiungere un paio di premesse prima di passare al merito, cioè al nucleo politico e sociale della discussione. La prima osservazione riguarda l’atteggiamento delle plebi urbane e specialmente napoletane, che emerse sempre allo stesso modo e con gli stessi connotati in quel lungo arco di anni che va dal 1798 al 1867, settant’anni di cronaca e di storia.
Abbiamo detto plebi perché di plebi, di ‘lazzari‘ si trattava; senza alcuna sensibilità politica e civile, senza alcun addestramento professionale e culturale. Seguivano di volta in volta i demagoghi che scaturivano dal ventre profondo della ribellione contro l’ordine costituito (quale che fosse la sua natura e la sua legittimazione); seguivano il loro desiderio di saccheggio, di vendetta per le numerose umiliazioni subite, la loro rabbia contro la sbirraglia, le voglie di regolare i conti privati nel tumulto delle sommosse.
Queste erano le plebi urbane. Furono con i francesi nel ’97, contro di loro nel ’98, contro il re quando era in fuga, contro i giacobini quando tornò la flotta di Nelson. In tre anni cambiarono fronte tre volte insanguinando la città e mettendola a sacco. E così continuarono dopo il ritorno della monarchia, convertendosi al garibaldinismo nei pochi mesi del suo trionfo.
Le plebi urbane erano lo specchio ingrandito delle plebi contadine dei paesi e dei villaggi. E i signori che le vessavano in modi inumani erano della stessa infima qualità. Sicché prosperava il brigantaggio, il sanfedismo, il trombone, il pugnale, l’usura e la prima semente di mafia e camorra.
Il Mezzogiorno era tutto così e soltanto così? No. Minoranze di alto livello e punti di eccellenza, come oggi si direbbe, non mancarono. Ma erano, appunto, minoranze senza collegamenti tra loro, scuole private, piccole cerchie costrette alla cospirazione e spesso imprigionate e condannate a pene durissime. Oppure emigrate a Torino, in Svizzera, a Londra.
Questa era la situazione del Mezzogiorno. Ci fu una possibilità o meglio un’ipotesi di sbocco politico con Murat, prima e immediatamente dopo il naufragio dell’impero napoleonico. Un’altra – quanto mai effimera – nel ‘48. Un’altra ancora nel ’60 e fu l’unica che ebbe uno sbocco politico. Purtroppo l’inadeguatezza garibaldina rese impossibile una soluzione democratica della crisi e aprì la strada alla conquista militare con tutto ciò che derivò da essa.
Tuttavia – e qui siamo al nocciolo della questione – la conquista militare fu portatrice anche di un ideale di nazione e di riscatto sociale. Se vogliamo un confronto storico – con tutte le riserve che esso richiede, ma utile comunque alla miglior comprensione dei fatti e della loro dinamica – pensiamo alla guerra di secessione americana, alle stragi che comportò, all’affarismo e alle vendette private che l’accompagnarono e infine al solco che segnò tra gli Stati del Sud e l’Unione. Il razzismo ne fu una delle conseguenze più drammatiche. Ma è anche vero che da quella guerra ebbe inizio l’esistenza degli Stati Uniti d’America come soggetto di politica interna ed internazionale. Certo in America non esisteva il problema del potere temporale della Chiesa, aggravante tutt’altro che marginale della situazione italiana.
Il risorgimento non è stato e non deve essere un’agiografia e tantomeno una olografia. Ma il legno storto con il quale l’Italia fu costruita era pur sempre la sola materia prima disponibile. Del resto usare il legno storto è stata storia comune di tutta l’umanità socievole e sociale. Il perfezionismo coincide con l’utopia; può servire come modello di riferimento e aspirazione purché sia chiaro che non si raddrizzano le zampe dei cani e non si accorciano i colli delle giraffe.
l’Espresso
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Etichette: risorgimento
This entry was posted on novembre 6, 2009 at 1:41 pm and is filed under commenti. Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0.
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Quel filo che lega il nord al sud
di Eugenio Scalfari
Per l’ennesima volta si è riaperta la discussione, ma vorrei dire la diatriba, sull’unità d’Italia, cioè sull’annessione (militare) del Sud al Nord, insomma sul Risorgimento. Antica diatriba. Alimentata dall’antica ostilità della cultura cattolica dell’epoca del temporalismo religioso, poi superata dal costituzionalismo di Dossetti e dal liberalismo cattolico di De Gasperi, dall’antica dissidenza del comunismo gramsciano, poi superata dalla mitologia dell’alleanza classista tra operai del Nord e contadini del Sud. Dal leghismo di Bossi, non superato e anzi rinforzato dal nordismo berlusconiano. Dal revisionismo antigaribaldino e antimazziniano dei neoconservatori che hanno teorizzato e mitizzato la storia dei vinti.
Con questi precedenti e in presenza delle varie e tutte riduttrici e negazioniste interpretazioni del Risorgimento, si è riaperta la diatriba, resa attuale dall’imminente celebrazione dei 150 anni dell’Unità, patrocinata dal Quirinale da un lato e dai neo-federalisti della Lega dall’opposta sponda.
Questi ultimi hanno rimesso sul tavolo l’accusa della conquista miliare e delle migliaia di giovani uccisi dalle truppe piemontesi in Sicilia, in Calabria, in Basilicata e in Puglia per il solo motivo di cospirare e insorgere contro lo Stato nato da annessioni plebiscitarie e quindi democraticamente sospettabile.
Negare i fatti è impossibile: quelle esecuzioni sommarie ci furono. Il loro numero è controverso, ma ci furono e furono molte. Opporre ad esse le esecuzioni ancor più sommarie e raccapriccianti effettuate dalle bande contadine ribelli, serve a poco perché diversa è l’irresponsabilità dei ribelli di fronte a stragi di Stato eseguite per ordini superiori. In effetti non si trattò d’una semplice operazione di polizia ma d’una vera guerra civile che durò quasi dieci anni e insanguinò tutto il
Mezzogiorno. Ufficialmente le fu dato il nome di guerra contro il brigantaggio e tale fu perché i briganti ne furono il motore propulsivo, ma in quelle bande c’era anche l’ispirazione e la militanza sanfedista e l’omertà contadina che temeva e odiava il latifondo dei signori e il loro diritto di “bassa giustizia” legalmente esercitato e ampiamente tollerato dall’amministrazione del nuovo Stato unitario.
Questi i dati di fatto, ai quali però occorre aggiungere un paio di premesse prima di passare al merito, cioè al nucleo politico e sociale della discussione. La prima osservazione riguarda l’atteggiamento delle plebi urbane e specialmente napoletane, che emerse sempre allo stesso modo e con gli stessi connotati in quel lungo arco di anni che va dal 1798 al 1867, settant’anni di cronaca e di storia.
Abbiamo detto plebi perché di plebi, di ‘lazzari‘ si trattava; senza alcuna sensibilità politica e civile, senza alcun addestramento professionale e culturale. Seguivano di volta in volta i demagoghi che scaturivano dal ventre profondo della ribellione contro l’ordine costituito (quale che fosse la sua natura e la sua legittimazione); seguivano il loro desiderio di saccheggio, di vendetta per le numerose umiliazioni subite, la loro rabbia contro la sbirraglia, le voglie di regolare i conti privati nel tumulto delle sommosse.
Queste erano le plebi urbane. Furono con i francesi nel ’97, contro di loro nel ’98, contro il re quando era in fuga, contro i giacobini quando tornò la flotta di Nelson. In tre anni cambiarono fronte tre volte insanguinando la città e mettendola a sacco. E così continuarono dopo il ritorno della monarchia, convertendosi al garibaldinismo nei pochi mesi del suo trionfo.
Le plebi urbane erano lo specchio ingrandito delle plebi contadine dei paesi e dei villaggi. E i signori che le vessavano in modi inumani erano della stessa infima qualità. Sicché prosperava il brigantaggio, il sanfedismo, il trombone, il pugnale, l’usura e la prima semente di mafia e camorra.
Il Mezzogiorno era tutto così e soltanto così? No. Minoranze di alto livello e punti di eccellenza, come oggi si direbbe, non mancarono. Ma erano, appunto, minoranze senza collegamenti tra loro, scuole private, piccole cerchie costrette alla cospirazione e spesso imprigionate e condannate a pene durissime. Oppure emigrate a Torino, in Svizzera, a Londra.
Questa era la situazione del Mezzogiorno. Ci fu una possibilità o meglio un’ipotesi di sbocco politico con Murat, prima e immediatamente dopo il naufragio dell’impero napoleonico. Un’altra – quanto mai effimera – nel ‘48. Un’altra ancora nel ’60 e fu l’unica che ebbe uno sbocco politico. Purtroppo l’inadeguatezza garibaldina rese impossibile una soluzione democratica della crisi e aprì la strada alla conquista militare con tutto ciò che derivò da essa.
Tuttavia – e qui siamo al nocciolo della questione – la conquista militare fu portatrice anche di un ideale di nazione e di riscatto sociale. Se vogliamo un confronto storico – con tutte le riserve che esso richiede, ma utile comunque alla miglior comprensione dei fatti e della loro dinamica – pensiamo alla guerra di secessione americana, alle stragi che comportò, all’affarismo e alle vendette private che l’accompagnarono e infine al solco che segnò tra gli Stati del Sud e l’Unione. Il razzismo ne fu una delle conseguenze più drammatiche. Ma è anche vero che da quella guerra ebbe inizio l’esistenza degli Stati Uniti d’America come soggetto di politica interna ed internazionale. Certo in America non esisteva il problema del potere temporale della Chiesa, aggravante tutt’altro che marginale della situazione italiana.
Il risorgimento non è stato e non deve essere un’agiografia e tantomeno una olografia. Ma il legno storto con il quale l’Italia fu costruita era pur sempre la sola materia prima disponibile. Del resto usare il legno storto è stata storia comune di tutta l’umanità socievole e sociale. Il perfezionismo coincide con l’utopia; può servire come modello di riferimento e aspirazione purché sia chiaro che non si raddrizzano le zampe dei cani e non si accorciano i colli delle giraffe.
l’Espresso
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