André Breton, i precetti di un surrealista

breton01gNelle lettere all’amatissima figlia Aube si scopre un padre affettuoso e convenzionale

PAOLA DÉCINA LOMBARDI
PARIGI
Fatina, Alba dei miei sogni, Alba in fiore, piccolo sole che sorge, leoncino d’oro, mia piccola Alba adorata: le parole con cui André Breton, tra il 1939 e il 1966, si rivolge alla figlia confermano con quanta gioia avesse accettato la sua paternità – come confidò ne L’Amour fou – e quanto, nel tempo, l’avesse amorevolmente coltivata insegnando alla figlia a condividere la sua scelta di una vita libera, anche a caro prezzo. Le Lettres à Aube, appena pubblicate da Gallimard su una preziosa carta Tintoretto e curate dal poeta e saggista Jean-Michel Goutier, aggiungono un intimo tassello al ritratto dell’uomo in rivolta che tanto aveva vituperato l’ipocrisia della famiglia e della società borghese. E la spontaneità degli affetti, la quotidianità, la coerenza delle scelte che emergono in questa sorta di educazione alla vita indirizzata alla figlia, smentisce chi seguita sempre più maldestramente ad accusare Breton di contraddizioni e a sminuirlo.

Benché contrario alla paternità che, se capitata suo malgrado, lo «avrebbe spinto alla fuga o al ricorso all’assistenza pubblica» – come affermò poco più che trentenne nel 1928, in una delle inchieste sulla sessualità, si era riservato «il diritto di cambiare idea nel caso di un amore passionale… in cui il parere della donna sarebbe prevalso». A questo «dono della vita», che arrivò nel dicembre del 1935, da Jacqueline Lamba infatti non si sottrasse. Anzi, qualche mese dopo, alla Scoiattolina da nocello, la sua bimba «fatta di corallo e di perla», augurò di «vivere nel segno dell’amore… e di essere follemente amata». Alla nascita della figlia, che non a caso chiamò Aube, Alba, Breton attribuì grandi aspettative. Era un segnale di speranza nel futuro, l’occasione di un impegno per «trasformare il mondo cambiando la vita», secondo l’imperativo del suo secondo Manifesto del surrealismo. Ma per la piccola Aube, non dovette essere facile vivere un po’ sballottata tra case di amici, sul filo degli screzi coniugali e dei lunghi viaggi dei genitori che si separano nel 1942, poco dopo essere approdati a New York, in fuga dalla Francia occupata.

«Come ha dormito il mio tesoro? Nel gelsomino o nella lavanda?», chiede il padre che, per riempire l’assenza, racconta alla figlia la festa del villaggio in cui si trova, implorandola di dirgli come passa il tempo, perché il saperlo gli «lancerebbe dei gran volani di gioia nel cuore». La laconicità di lei sarà tanto costante quanto il desiderio di lui di sapere, al punto da proporle una specie di questionario-promemoria. Non si tratta di curiosità intrusiva. Soprattutto nel periodo adolescenziale, il padre lontano cerca di sollecitare nella figlia amore per lo studio e la lettura, autodisciplina e soprattutto degli interessi. Gli parla del suo lavoro: «… Ti chiedi cosa possa essere l’art brut?», le scrive nell’ottobre 1948. Comprende tutti i quadri e oggetti realizzati talvolta da persone che non sono artisti: per esempio un idraulico, un giardiniere, un salumiere, un folle, etc. ». Le racconta degli amici che frequentano la casa – da Duchamp a Matta, Brauner tra gli altri, e delle sue passeggiate tanto più godute dalla scoperta di piante singolari, farfalle variopinte o rami e pietre dalle forme curiose. E non si stanca di ricordarle di scrivere al nonno che l’adora, per suscitare in lei pìetas per la vecchiaia e la solitudine.

Tra le righe si indovinano i momenti di tensione. «… Avrei certo voluto con tutto il cuore che tu non fossi trasportata così tante volte da un continente all’altro, con tutto quel che comporta in cambiamenti d’abitudini e di relazioni ma, purtroppo, la vita ha deciso diversamente – ammette lui, in occasione del definitivo ritorno in Francia di Aube nel 1949 -. Credo, comunque, che un giorno, per te sarà un vantaggio la conoscenza dei due mondi fatta in gioventù e che preferirai anche essere diventata una ragazza a Parigi piuttosto che a New York». A Parigi, la quattordicenne non troverà gli agi e «tanta abbondanza di cibo» come in America, ma il grande amore del padre capace anche di fermezza. «Mia cara bambina, … sai bene qual è il dramma, un altro anno perduto se a settembre non recuperi», le scrive nel 1956. E se sarà costretta ad abbandonare la professione che ha scelto, dove cercare i mezzi di sussistenza? Non è stato facile avere un padre come Breton – mi confidò Aube Elleouet Breton anni fa. Era affettuosissimo, attento ma severo. Mi ha insegnato soprattutto ad amare la bellezza attraverso dei doni che non erano i soliti giocattoli ma una farfalla rara, un fiore, un minerale di cui mi aiutava a scoprire la meraviglia. Queste lettere lo confermano.

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2 Risposte a “André Breton, i precetti di un surrealista”

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