Al di sopra delle contese internazionali e strategiche che la geopolitica pone al Continente nero. Dalla missione evangelizzatrice all’aiuto agli Stati per risolvere le piaghe lasciate da colonialismo, imperialismo e neo-colonialismo
Poco tempo fa su «L’Osservatore Romano», il Cardinale Cláudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero, e dal 15 aprile 1998 al 31 ottobre 2006 Arcivescovo di San Paolo (Brasile), ha rilasciato un’intervista in cui è stata trattata con ampiezza la missione permanente di evangelizzazione di tutta l’America Latina. Ma la Chiesa, non solo nella parte meridionale del Nuovo Mondo, è impegnata in un colossale sforzo d’impegno religioso, sociale e civile.
Le dichiarazioni del Cardinale Hummes, ci riportano alla mente le parole di Giovanni Paolo II, in ‘Ecclesia in Africa’ (Esortazione apostolica post-sinodale), pronunciate a Yaoundé (Camerun) il 14 settembre 1995: “In Africa, la necessità di applicare il Vangelo alla vita concreta è fortemente sentita. Come si potrebbe annunciare Cristo in quell’immenso continente, dimenticando che esso coincide con una delle aree più povere del mondo? Come non tener conto della storia intrisa di sofferenze di una terra dove molte nazioni sono tuttora alle prese con la fame, la guerra, le tensioni razziali e tribali, l’instabilità politica e la violazione dei diritti umani? Tutto ciò costituisce una sfida all’evangelizzazione”.
Alla luce di queste riflessioni, la Chiesa in Africa, cosciente della sua insostituibile missione evangelizzatrice, sin dagli albori del movimento d’emancipazione del Continente ha offerto una presenza originale. In questo senso, i documenti della Chiesa si sono dimostrati decisivi al cospetto dei mutamenti geopolitici e sociali che oggi si succedono in quelle terre.
Essendo voce di coloro che non hanno voce, la Chiesa annuncia da tempo e controcorrente tutto ciò che non innalza l’uomo e le società africane: la povertà e la miseria; i conflitti armati; il ritardo economico; lo scandalo della fame che colpisce milioni di africani; il problema della corruzione e dello sperpero dell’erario pubblico; la mancanza di trasparenza nella gestione delle risorse nazionali; l’assenza di giustizia sociale nella distribuzione dei redditi; gli abusi costanti dei diritti dei cittadini, sono altrettanti obblighi vitali affrontati dalla Chiesa nella speranza che il quadro ancora oscuro possa e debba mutare.
Al contempo, si avverte che ogni sforzo della Chiesa è inteso in una prospettiva di presenza profetica e mai dev’essere confuso quale impegno politico. La Chiesa non si propone come alternativa al potere, anche più perverso ed ignobile che sia. Non contesta i governi né si lascia imbavagliare da essi. La Chiesa in Africa ha assunto la storia di ogni popolo come sua propria, ha affrontato le sfide sociali ed economiche come sue.
Ha preso con sé la successione degli avvenimenti nell’àmbito dello spazio esistenziale nel quale essa è chiamata a predicare il Vangelo, rendendo concrete le significative parole del Concilio Vaticano II: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et Spes, § 1).
Nel corso del Mercoledì Santo 2004, una diocesi africana pubblicò un messaggio pastorale ai fedeli, dal titolo ‘Il mercenario abbandona le sue pecore’ (Gv 10, 12). Quel documento è stato il frutto di una riflessione matura, tuttora attuale, nel momento difficile che l’Africa sta vivendo, quando è già trascorso oltre mezzo secolo dall’inizio della decolonizzazione, avviata nel 1957 ad Accra.
I segnali nefasti sono ogni volta evidenti e le tenui speranze tendono ad offuscarsi, ancor di più per il progressivo avanzamento di nuovi fronti di guerra e lutti. La Chiesa però parla, perché la sua voce è rivolta a uomini e donne di tutte le società e di ogni tempo. La Chiesa parla poiché essa, come ha affermato Giovanni Paolo II, è Madre e Maestra; infine, la Chiesa parla perché conosce l’umanità.
La parola della Chiesa non è al livello di questioni e polemiche politiche; essa è al di sopra di queste dispute che sono alla base della città terrena; la parola della Chiesa è diretta ad orientare, istruire e dare respiro agli uomini e alle società: per questo la sua parola è detta la buona novella. Spesso in Africa i Vescovi e i sacerdoti sono tacciati di fare opposizione, ma ciò è affermato solamente da coloro che ignorano le opere e le opinioni della Chiesa. Essa mantiene, invece, una posizione che non patteggia con le ingiustizie sociali, con tutto ciò che offende la dignità della persona umana e dei popoli. Una posizione che propone la via al dialogo per la risoluzione di ogni contrasto.
La Chiesa in Africa sostiene l’abbattimento delle remore psicologiche create da scontri bellici, e auspica lo stabilimento di un ponte spirituale che renda possibile un incontro umano delle discordie, in quanto essa sa che il desiderio di pace è riposto nel profondo del cuore degli uomini: “Ogni uomo cerca la pace anche facendo la guerra, ma nessuno vuole la guerra facendo la pace” (Sant’Agostino, ‘De Civitate Dei’, XIX, 12.1: Omnis enim homo etiam belligerando pacem requirit; nemo autem bellum pacificando). Solo così ci si potrà avviare verso una pace autentica, quella che nasce dalla giustizia e dal rispetto delle differenze.
Non è pertinenza della Chiesa apprestare soluzioni tecniche agli ingenti problemi geopolitici e sociali, bensì la sua esperienza e idoneità possono essere un contributo valido per migliorare lo stato di cose. In quest’interpretazione, la Chiesa in Africa – in modo particolare, attraverso i propri responsabili – è sempre all’avanguardia nella ricerca di soluzioni negoziate ai conflitti armati in varie zone del Continente. Vari prelati africani hanno presenziato e presenziano in conferenze nazionali e parlamenti di transizione nell’attuale Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), nel Benin, ecc.
Il fine della pace promana dalla missione della Chiesa e della sua dottrina sociale. Perciò essa accoglie, sostiene, consola e rende meno aspre le ferite fisiche e psichiche dei popoli sottoposti alla disumanità lasciata loro dagli altri..
Giovanni Armillotta