Immigrazione: benvenuti nell’inferno di Ceuta

Da Ceuta - Le 54 Tigri del monte si preparano a un nuovo rigido inverno nella foresta di Ceuta, città autonoma spagnola in territorio marocchino ma anche terra di nessuno dove i migranti attendono di sapere che cosa sarà di loro. La notte, le temperature sono rigide, le capanne faticano a scaldarsi, i fuochi regalano loro un po’ di tepore.

Ma le “Tigri” tengono duro. Vogliono entrare in Europa, costi quello che costi. Per questo, 19 mesi fa, hanno lasciato il centro per migranti della città spagnola e si sono accampati nella foresta, sul monte che domina Ceuta. Babu, Roper, Girgut, tutti uomini dai 18 ai 40 anni, protestano contro il “limbo” in cui versano: sono bloccati, senza passaporto, in un pezzo d’Europa che però non aderisce a Schengen. Non sanno che cosa aspetta loro: il respingimento o l’accoglimento in Spagna? Per ora nessuna risposta da Madrid.

Ceuta in passato era la porta del sogno europeo, fino a quando la linea dura di Zapatero non mise finealle sempre più insensate illusioni di migliaia di migranti: maggiori pattugliamenti alle Canarie, accordi con il Marocco per i rimpatri, e le pallottole su chi tentava di scavalcare le reti di Ceuta e Melilla, l’altra enclave spagnola. Nel 2005, anno dei grandi assalti, Guardia Civil e polizia marocchina uccisero decine di africani. Ora, è sempre più difficile entrare a Ceuta.

Lo sanno bene le “Tigri”: l’odissea, per loro, inizia quattro anni fa, quando decidono di lasciare Punjab per l’Europa. Per fare fortuna, per mandare soldi alle famiglie avviluppate tra gli stenti della vita agricola. Chi poté vendette case e terreni, si indebitò e si mise nelle mani dei trafficanti, pagando dai 10 a i 20 mila euro a testa. La promessa era che in due settimane sarebbero arrivati in Europa.

Partirono in aereo per Addis Abeba e poi per Bamako. Lì la “mafia” distrusse i loro passaporti. E lì iniziò l’incubo: ridotti a fantasmi, ostaggi, spesso picchiati, la maggior parte di loro ha trascorso due anni a cercare di raggiungere l’Europa, viaggiando attraverso il Burkina Faso, il Mali, l’Algeria e il Marocco. Attraversando il deserto sui camion, obbligati a bere acqua mischiata al petrolio (così le riserve duravano di più), mangiando cibo e terra. Vomitando sangue.

Alla fine, dopo due anni di viaggio, 74 indiani entrano, in tempi diversi, a Ceuta. Non otterranno mai lo status di rifugiati. Ma c’è la possibilità del permesso di soggiorno per “motivi umanitari”. Le associazioni e i media spagnoli si mobilitano, il governo non risponde. Dopo più di un anno, gli indiani decidono così di lasciare il centro e andare nella foresta. Per protesta. Tende e baracche di fortuna ospitano così “los tigres del monte”.

Trovano lavoretti saltuari come facchini o posteggiatori e, sostenuti dai cittadini di Ceuta, si arrangiano come possono. Ogni giorno, alcuni di loro frequentano le classi di spagnolo all’associazione Elìn, e quelle di informatica al centro San Antonio.

Dopo alcuni mesi, 20 di loro danno “forfait”. Troppo dura la vita sul monte: e tornano così al centro. “Siamo esseri umani, non numeri”, spiega Babu, il portavoce. “Vogliamo solo poter lavorare e aiutare le nostre famiglie lavorando in Europa. Chi ci restituirà 4 anni della nostra vita? La nostra lotta è la lotta di tutti i migranti“. Ora, con l’arrivo dell’inverno, molti di loro hanno febbre e influenza. “Ogni tanto sì, perdiamo la speranza, ma poi ripensiamo a quello che abbiamo passato e teniamo duro. E guardiamo avanti, sognando l’Europa” dice Babu. Un sogno che, per molti di loro, si è già trasformato in un incubo.

Giampaolo Musumeci

Panorama

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