Archivio per dicembre 2009

Una vita tra i sogni (che son desideri)

dicembre 31, 2009

Il mondo animato di Roy E. Disney

di Luca Pellegrini
Mowgli, Baloo, Bagheera e Re Luigi non sapevano di essere stati investiti di una grande responsabilità:  niente meno che la sopravvivenza della divisione animazione della Disney, ossia il futuro del cartone animato. Il 18 ottobre del 1967 usciva, infatti, sugli schermi americani Il libro della giungla, attesa versione animata tratta molto liberamente dalla raccolta di racconti di Rudyard Kipling.
Al progetto, come di consueto fin dai tempi di Biancaneve, aveva lavorato “papà” Walt, scegliendolo e seguendolo scrupolosamente in ogni dettaglio. Ma la sua morte era sopraggiunta circa un anno prima dell’inizio della distribuzione del nuovo film in America, il 15 dicembre 1966:  sarebbe stata così la prima creazione animata del mitico studio a uscire orfana del fondatore. I mercati e gli osservatori ragionevolmente tremavano:  se il film non avesse riscosso il successo arriso a tutti i precedenti capolavori e di conseguenza gli incassi fossero diminuiti, così come l’attenzione e la fedeltà degli spettatori, l’animazione della Disney avrebbe rischiato la chiusura. Ma ciò non accadde:  quella giungla animata – un “safari musicale”, come venne descritto il film – conquistò ancora una volta il pubblico, totalizzando 142 milioni di dollari, al valore dell’epoca, nei soli Stati Uniti. (continua…)

Un amore nato a New York

dicembre 31, 2009

Un amore nato a New York
di André Aciman
Le strade. La folla. I vecchi cinema. E le orme dei film. Passeggiata sentimentale di uno scrittore innamorato di una metropoli eterna ma provvisoria

Ogni tanto non mi va di tornare a casa. Esco dall’ufficio, o da una festa notturna, o da un locale nel quale mi sono fermato a prendere un caffè nel pomeriggio e istintivamente mi ritrovo a fare una lunga passeggiata. Non c’è nessuno in particolare che io mi auguri di incontrare, per quanto mi piacerebbe imbattermi in un amico e sentirmi proporre di fare quattro chiacchiere davanti a una birra o un caffè. New York City, alla vigilia dell’anno 2010. La città, quando ti prendi un giorno di ferie o ti alzi all’ora sbagliata, o scendi alla fermata sbagliata, e ti concedi di girovagare per strade sconosciute e all’improvviso ti imbatti in un cinema che nemmeno sapevi che esistesse e non resisti alla tentazione di entrarvi. La città di uno scrittore; la città di uno che frequenta spesso i cinema; la città delle notti bianche; una metropoli elegante, fredda, moderna, con edifici altissimi dalle pareti di vetro che, nell’arco di pochi secondi, può trasformarsi in un piccolo quartiere con i suoi casalinghi odori di specialità etniche che invadono le viuzze d’acciottolato risalenti a un centinaio di anni fa e parlano di tempi che nessuno ricorda e la maggior parte inventa. Cose che non siamo abbastanza sicuri di non aver inventato noi. (continua…)

I ROVELLI DI CONAN DOYLE

dicembre 31, 2009

Che il crimine, di per sé, riesca a esercitare immediata attrazione sul pubblico è un’idea che comporta tutti i rischi e i pregiudizi del luogo comune: a interessarci, semmai, è il modo in cui il male e le sue delittuose epifanie vengono sceneggiate sotto i nostri occhi. Lo possono dimostrare, a loro modo, sia l’ampio e sempre crescente spazio oggi concesso in una qualsiasi libreria al settore dei gialli, sia l’interesse tutt’ora manifestato verso le opere di Sir Arthur Conan Doyle, che quest’anno sono state riproposte in ben due occasioni: in un primo momento, con l’edizione – giunta alla terza ristampa – di Tutto Sherlock Holmes (traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto, Newton Compton, pp. 1244, 14,90 euro) e in seguito con la pubblicazione di Sherlock Holmes. Tutti i romanzi (traduzione di Luca Lamberti, Einaudi, pp. 681, 19 euro). Al contrario di quanto afferma Margherita Oggero nella prefazione a quest’ultimo volume, le «ragioni del successo» di Sherlock non risultano però «inspiegabili»: se è vero che non dipendono tanto dalla misteriosa efferatezza dei delitti rappresentati, né dalle pur straordinarie qualità dell’investigatore invitato a decifrarli, si possono tuttavia rintracciare nel calibrato bilanciamento dei congegni narrativi, capaci di appianare alcuni urgenti problemi tecnici. (continua…)

Il mistero di Stradivari? Proprio nessuno…

dicembre 31, 2009
Più sorprendente d’Adriano Celentano, che nel film Mani di velluto produce vetro a prova di scassinatore, grazie a un dettaglio imprevedibile: uno sputo dentro la fornace. L’ingrediente segreto delle vernici prodigiose che Antonio Stradivari stendeva sui suoi celeberrimi violini si direbbe più banale ancora, perché semplicemente… non c’è. A questa conclusione inattesa è arrivato un gruppo di ricercatori francesi con collaboratori in Germania, e l’ha pubblicata sulla rivista tedesca «Angewandte Chemie». I due capifila sono Jean-Philippe Echard e Loïc Bertrand, e il primo lavora al Musée de la Musique di Parigi, dove sono conservati cinque strumenti – quattro violini e una viola d’amore – che Antonio Stradivari fabbricò in un arco di quasi trent’anni, fra il 1692 e il 1720, e quindi si collocano nella piena maturità della sua tecnica costruttiva.

Fra i più celebri liutai della tradizione cremonese, fiorita a metà del Cinquecento con Andrea Amati, egli esercitò il suo mestiere dal 1665 circa fin quando morì nel 1737. La magia dei suoi strumenti, che non si limita al rendimento acustico, ma affascina anche l’occhio, ha incuriosito gli scienziati. La chimica non poteva restare a lungo fuori del cimento, e infatti sulle finiture di Stradivari i chimici cominciarono a indagare già all’inizio dell’Ottocento. Per un paio di secoli le difficoltà si sono tuttavia rivelate insormontabili, e hanno portato a ipotesi contraddittorie. Alcuni studiosi avevano segnalato la presenza occasionale di sostanze inorganiche, come il vermiglione ottenuto dal minerale cinabro, che chimicamente è solfuro mercurico, o la pozzolana, roccia che prende nome da Pozzuoli e si forma in eruzioni vulcaniche esplosive. (continua…)

Islam e Occidente, alla fine aveva ragione Oriana la “pazza”

dicembre 31, 2009

È destino di tutti i profeti rimanere inascoltati. Dopo l’11 settembre 2001 è accaduto anche a Oriana Fallaci, «Cassandra» che parlava con passione, con rabbia e con molta ragione, e che pur sapendo di parlare al vento, lo faceva con tutta se stessa. Lo faceva in modo diretto, chiaro, coraggioso. Troppo. E infatti nessuno – o quasi – l’ha seguita. Nessuno delle élite, si intende, perché la «gente» invece ha intuito immediatamente che Oriana aveva parecchie ragioni dalla sua parte, anche se scomode, anche se scorrette. Gli intellettuali, i politici, i maître à penser per lo più l’hanno bollata come «pazza», invasata, xenofoba, razzista: hanno detto che istigava all’odio, che era una fascista, una guerrafondaia. L’hanno attaccata, incriminata per vilipendio all’islam, hanno fatto di lei un facile bersaglio politico e un oggetto di pessima satira. Quando diceva: state attenti, questa «civiltà» è troppo diversa da noi, non esiste un islam moderato, l’Europa e l’Occidente sono troppo arrendevoli, il terrorismo non finirà, anzi crescerà – quando diceva tutto questo, chi avrebbe dovuto non l’ha presa sul serio. I risultati? A quasi dieci anni da quell’11 settembre tutto è come prima, o peggio. Eppure bastava ascoltare le sue parole. Queste, ad esempio. Tutte tratte dai suoi libri, pubblicati da Rizzoli.

di Oriana Fallaci

Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia». Anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. Incominciai con La Rabbia e l’Orgoglio. Continuai con La Forza della Ragione. Proseguii con Oriana Fallaci intervista sé stessa e con L’Apocalisse. I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical chic «plebaglia-di-destra». E sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto della- Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia. (continua…)

Chiesa, singolare femminile

dicembre 31, 2009

La minorità storica della donna ha un’eccezione: il cristianesimo

La condizione della donna, scriveva Simone de Beauvoir, è stata molto immiserita dall’avvento del cristianesimo. Quest’idea, diffusa con insistenza da una parte del mondo femminista, dalla stampa, dalle rivistine in vista sul tavolo del parrucchiere, da molti testi scolastici, ha ormai radici piuttosto profonde ed è quindi un luogo comune accettato spesso anche all’interno del mondo cattolico, spesso ignaro della propria storia. Su Wikipedia, l’enciclopedia in Internet consultata da milioni di persone, alla storia delle donne sono dedicate poche righe. Nulla sulla condizione femminile, umiliante a dire poco, nell’antica Roma, o in Grecia, o sotto l’islam, o nell’Induismo, sia in passato sia oggi.
L’unica frecciata velenosa è dedicata al cristianesimo, con accuse invereconde, neppure supportate dalla citazione di fonti. Si legge: “Una delle più grandi (sic) discriminazioni nei confronti della donna è operata dalla chiesa cattolica… Questo atteggiamento è confermato dai vari concili ecclesiastici: a Macon, a Laodicea, ad Aquisgrana, a Trento si discute ‘se la donna appartenga al genere umano’ e ‘se la donna abbia un’anima!’”. Così il lettore medio impara che per secoli, sino al Concilio di Trento, sino al XVI secolo, la chiesa avrebbe messo in dubbio l’anima delle donne, quindi la loro dignità, e non di rado, purtroppo, finisce per crederci. Perché più grossolane sono, le menzogne, più trovano proseliti e ottengono fortuna secolare.

Lo storico francese Jean Pierre Moisset, nella sua “Storia del cattolicesimo” (Lindau), ricorda come questa calunnia così ridicola fu proposta per la prima volta dal calvinista Pierre Bayle, nel suo “Dizionario storico e critico, nel XVII secolo”. Essa, nota il Moisset, fu avidamente ripresa, ampliata e propagandata come vera da molti polemisti anticattolici, nonostante la sua patente assurdità. Ma come erano andati i fatti? Al II concilio di Macon, nel 585 d.C., un vescovo aveva detto ai suoi confratelli che la “donna non poteva essere chiamata uomo” (“dicebat mulierem hominem non posse vocari”). Il problema, spiega Moisset, era di ordine linguistico: “Era il caso di applicare alla donna il termine generico homo, che designa l’essere umano, o bisognava chiamarla femina o mulier? Dal momento che l’evoluzione del latino parlato tendeva ad assimilare homo (essere umano) a vir (essere umano di sesso maschile), l’oratore chiedeva che si prendesse atto del nuovo uso, riservando homo all’essere umano di sesso maschile. Gli altri vescovi non erano di quell’avviso e hanno risposto che bisognava cercare di esprimersi, oralmente e soprattutto per iscritto, in buon latino, di conseguenza era giusto continuare a chiamare homo la donna”. (continua…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

dicembre 31, 2009

Se vi sono rimasti ancora 37 euro (meno, con lo sconto) vi consiglio di regalare, ad altri o a voi stessi, il volume di 927 pagine che contiene l’opera omnia di Abdulah Sidran col titolo “Romanzo balcanico” (Aliberti editore). Sidran è nato nel 1944 a Sarajevo, è un poeta e uno scrittore, in prosa e per il teatro. E’ lo sceneggiatore di film come “Papà in viaggio di affari” e “Ti ricordi di Dolly Bell?”. Durante la guerra Kusturica lasciò Sarajevo per luoghi più felici e fedi più protette, e perfino per la Belgrado che lo premiò con la direzione di un festival. Sidran, e altri come lui, restarono, difesero quello che si poteva difendere, a cominciare dalla memoria, bevvero per riscaldarsi e presero nota di come si comportano gli umani e le loro città quando il mondo finisce. Il libro è un monumento a Sidran e al paese che ha amato e rimpianto e custodito, frutto di anni di lavoro del suo amico e curatore italiano Piero Del Giudice. Vi hanno collaborato decine di scrittori e fotografi e storici e traduttori e compagni di viaggio, ricucendo attorno ai testi di Sidran la trama strappata della storia della Jugoslavia, fino ai nostri giorni e alla sua lunga notte. E’ allegro e amaro, ed è formidabile. Viene da dire che un lavoro così presuppone una gran fiducia fatta al futuro. Forse. Senz’altro è prova di un intelligente e resistente amore per il passato. “Dev’essere che qualcosa di grosso e importante e bello in quell’idea ci sia stato. E tutta questa cazzata della Jugoslavia dev’essere stata senz’altro una cosa buona. Ma chi allora siamo Noi, che cosa siamo allora accidenti questi Noi, tartarughe, rane, maiali o mascalzoni. Se le cose sono così come evidentemente sono, per il mondo intero forse sarebbe meglio che noi semplicemente non ci fossimo. Così anche noi finalmente potremmo tirare un sospiro di sollievo”.

Il Foglio

“Bettino fu un capro espiatorio”

dicembre 31, 2009

Fassino: silenzio reticente della classe politica al suo discorso alla Camera

FABIO MARTINI
ROMA
Piero Fassino che da giovane dirigente del Pci, non criminalizzò mai il Psi di Craxi, ora può sobriamente citarsi: «Sette anni fa, in un libro che in alcuni passaggi sembrò eretico, provai ad uscire dagli opposti manicheismi nei confronti di Craxi. Continuo a pensare che dipingerlo come un criminale sia una caricatura sciocca e inaccettabile. Così come descriverlo come la vittima di una congiura».

In Craxi ci sono i prodromi di Berlusconi o restò un uomo di sinistra?
«Non ci sono dubbi. Craxi è stato un politico della sinistra, nel solco della storia del socialismo riformista. Ha rivitalizzato il Psi, ha intuito prima di altri quanto l’Italia avesse bisogno di una modernizzazione economica ed istituzionale, su questo sfidò due grandi forze come la Dc e il Pci ed avvertendo il rischio di non farcela, non sfuggì alla tentazione di un alleanza con i poteri forti, come la P2 di Gelli, terreno sul quale è maturata la degenerazione e la corruzione». (continua…)

La sfida dei rabbini a Israele

dicembre 31, 2009
AVRAHAM B. YEHOSHUA
Nelle ultime settimane i rabbini appartenenti alla corrente religiosa nazionalista, e soprattutto quelli a capo delle colonie e delle accademie talmudiche della Giudea e della Samaria (i territori occupati palestinesi), si sono schierati in prima linea nell’opposizione alla decisione del governo israeliano di congelare le colonie per dieci mesi.

Alcuni di loro hanno diramato appelli ai soldati, ex studenti delle accademie talmudiche, perché rifiutino di eseguire l’eventuale ordine di evacuare gli insediamenti, sfidando così le decisioni del governo relative alla possibilità di riprendere il negoziato di pace con i palestinesi in vista di una creazione di un loro Stato. Tra i rabbini stessi, apparsi di frequente sugli schermi televisivi sia in gruppo sia singolarmente, vi sono dissensi sul modo di esprimere la loro protesta e quella dei loro allievi. Ma sia gli estremisti che i moderati sono uniti nell’impegno religioso di mantenere la sovranità ebraica su tutto il territorio dell’Israele biblico. (continua…)

Tutto Craxi, tangente per tangente

dicembre 30, 2009

Al momento della morte, nel gennaio del 2000, Bettino Craxi era stato condannato in via definitiva a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai; 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Altri processi furono estinti “per morte del reo”: quelli in cui aveva collezionato tre condanne in appello a 3 anni per la maxitangente Enimont (finanziamento illecito), a 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel (corruzione), a 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione (bancarotta fraudolenta Banco Ambrosiano); una condanna in primo grado prescritta in appello per All Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo.

Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato introiti per almeno 150 miliardi di lire, movimentati e gestiti da vari prestanome: Giallombardo, Tradati, Raggio, Vallado, Larini e il duo Gianfranco Troielli & Agostino Ruju (protagonisti di un tourbillon di conti e operazioni fra Hong Kong e Bahamas, tuttora avvolti nel mistero per le mancate risposte alle rogatorie). (continua…)

Karadzic parla alla stampa serba

dicembre 30, 2009

L’ultima volta che Radovan Karadzic aveva parlato con i media serbi, la Bosnia era ancora in fiamme, mentre tragicamente calava il sipario sull’ultimo grande conflitto in terra d’Europa.
Dopo quasi quindici anni, l’ex leader della Repubblica Srpska ha affrontato con il quotidiano di Belgrado Vecernje Novosti gli anni della guerra e il controverso accordo verbale secondo cui l’allora inviato speciale Usa Richard Holbrooke gli avrebbe garantito l’immunità se avesse accettato di lasciare la vita pubblica sparendo dalla scena politica. Mentre Holbrooke, però, ha sempre negato l’esistenza di un tale accordo, Karadzic sostiene che la proposta venne fatta in presenza di almeno una decina di testimoni.

‘Holbrooke sa che non sono un criminale’. Il quotidiano di Belgrado non ha specificato se l’intervista è avvenuta per telefono, attraverso uno scambio epistolare o se un inviato della testata si sia recato fisicamente nella cella del Tribunale dell’Aja dove Karadzic si trova dal luglio del 2008, in seguito alla sua cattura avvenuta a Belgrado. L’ex leader serbo bosniaco, che deve rispondere di 11 capi d’accusa tra cui due di genocidio, quando fu arrestato nella capitale serba si faceva chiamare Dragan Dabic e aveva fatto crescere una lunga barba bianca per meglio nascondere i lineamenti del suo volto. Stando alle sue parole, non avrebbe goduto di una rete di protezione che lo nascondesse dagli investigatori: “Il miglior nascondiglio – dice Karadzic – è stato l’essersi comportato da cittadino esemplare”. Perché, a quanto pare, in 13 anni nessun ufficiale gli avrebbe mai chiesto le generalità. Andando nel merito degli anni della guerra, Karadzic difende il suo operato, dicendosi convinto che lo stesso Holbrooke non lo ha mai considerato un criminale: “Altrimenti non avrebbe mai accettato di trattare con noi in maniera così profonda e rispettosa”.  (continua…)

“Si beatifica Pio XII per santificare il papato”. Parla lo storico Daniele Menozzi

dicembre 30, 2009

di Luca Kocci, da adistaonline.it

“Non si intende disconoscere lo sforzo compiuto dalle istituzioni ecclesiastiche o da singoli cattolici per sottrarre, con tutti rischi del caso, moltissimi ebrei ad una barbarica persecuzione, offrendo una via di scampo a chi probabilmente era destinato alla morte. Ma va affermato con altrettanta chiarezza, senza con questo voler dare un giudizio morale che non è compito dello storico, che non ci fu alcun intervento pubblico di Pio XII contro la Shoah”. Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa ed in particolare esperto del papato del ‘900, spiega ad Adista i rapporti fra papa Pacelli e le dittature nazi-fasciste e dà un’interpretazione delle beatificazioni, realizzate o solo annunciate, dei pontefici dell’ultimo secolo.

I “silenzi” di Pio XII sulla Shoah sono presunti o reali? Cosa dice la ricerca storica?
Pio XII è intervenuto solo a livello diplomatico, facendo presente al governo di Hitler che la Santa Sede non condivideva le persecuzioni contro gli ebrei, ma non ha mai assunto una posizione pubblica di condanna durante la guerra. Nel magistero pontificio del periodo bellico la parola “ebreo” non viene mai usata. Pio XII la pronuncerà solo molti anni dopo, a guerra finita, per dire che non si poteva fare nulla di più di quello che è stato fatto, in una sorta di autoassoluzione. Non è esatto affermare, come alcuni fanno, che fu l’opera teatrale di Rolf Hochhuth, Il Vicario, a dare inizio alla “leggenda nera” circa i silenzi del papa: di questi silenzi si aveva la consapevolezza, anche in Vaticano, già a partire dal periodo bellico. Faccio due esempi: c’è una testimonianza di Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII, che nei suoi Diari, scrive: “Papa Pacelli mi chiede che impressione facciano i suoi silenzi”. Inoltre, negli anni ‘50, quando vengono ripubblicati i discorsi di Pio XII, l’allocuzione tenuta al Sacro Collegio nel dicembre 1940 subisce una significativa modificazione: il termine “non ariani” presente nel testo originale viene sostituito con l’espressione “di stirpe ebraica”. Non mi pare solo la manifestazione della volontà di eliminare una testimonianza di acquiescenza al linguaggio del razzismo fascista dell’epoca, ma l’espressione della consapevolezza di un “silenzio” cui si voleva retrospettivamente rimediare. (continua…)

Servizi, servizietti e servizioni!

dicembre 30, 2009

L’ombra di Silvio e l’intreccio occulto che lega Don Verzé e Pollari: il “raffaeliano” Pio Pompa teneva i contatti tra i due mondi, i suoi report realizzati con spioni al soldo del Sismi riferivano dell’attività dei magistrati anti Berlusconi – I suggerimenti di Pompa per le nomine (Ferruccio Fazio) e per gli acquisti in comproprietà San Raffaele/Sismi per “centri studi” (nome in codice degli uffici Sismi) – “Pompa riferiva anche degli incontri riservati dei magistrati con giornalisti e politici”…

Marco Lillo per “Il Fatto Quotidiano

Un gruppo di mitomani convinti di far parte di una setta di buoni ed eletti che doveva fronteggiare il male come nei film di Harry Potter. A leggere le carte finora segrete del covo di via Nazionale, l’ufficio segreto del servizio militare Sismi, allora diretto da Nicolo Pollari, c’è davvero da rabbrividire. Finora erano stati pubblicati .dai giornali alcuni estratti delle decine di faldoni sequestrati dalla Digos di Milano nel 2006.

“Il fatto quotidiano” ha visionato le migliaia di pagine dell’inchiesta e da oggi comincia a pubblicare una serie di articoli che provano a tracciare un primo quadro dell’attività del servizio deviato che ha operato in Italia dal 2001 al 2006. Gli appunti sequestrati a Pompa dimostrano la sua ossessione per i magistrati.

Dopo l’insediamento del Governo Berlusconi nel 2001, grazie alle sue fonti sparse per gli uffici giudiziali, era in grado di controllarne le mosse. Impressionante un suo report del 2001. “da fonte certa nella giornata di sabato 11 agosto 2001 si è avuta notizia dell’acquisizione da parte dei magistrati inquirenti di un elemento di prova circa la collusione tra persona politica di primissimo piano (Silvio Berlusconi Ndr) e un magistrato relativamente al processo SME, appellato in Cassazione. (continua…)

La Resistenza dei Badoglien

dicembre 30, 2009

I diari e le lettere degli internati militari italiani nei lager nazisti

di Gaetano Vallini
“Dimenticati dalla patria siamo un gregge senza nome”, annotava nel suo diario Guido Baglioni, prigioniero nel campo di Deblin-Irena, nella Polonia occupata. Quella dei militari italiani deportati dai nazisti dopo l’8 settembre 1943 è una storia ancora poco conosciuta dal grande pubblico. Ignorati allora da una patria divisa in due, e per decenni anche in seguito da una nazione che voleva rinascere in fretta senza i fantasmi del passato, i soldati del Regio esercito finiti nei lager sono diventati oggetto di ricerca storiografica approfondita solo di recente. Eppure non si tratta di una vicenda minore, visto che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone e le loro famiglie. Dopo l’armistizio, infatti, i militari italiani disarmati dai tedeschi vennero posti di fronte a una scelta:  continuare la guerra sotto le insegne nazifasciste o essere deportati nei campi di prigionia. La maggior parte – si calcola circa 650.000, tra i quali 30.000 ufficiali, di cui 200 generali – decisero di non aderire alla Repubblica di Salò, rifiutandosi di combattere al fianco delle truppe tedesche.  (continua…)

Renata Polverini e i suoi “vizietti” di sinistra

dicembre 30, 2009

Dà fuoco alle polveri ma non brucia. Solleva polvere ma non inquina. Un po’ come quelle avvertenze che si leggono sui prodotti a rischio, le battute su Renata Polverini si sprecano.
Anche se gliele fanno, però, come accadeva fin dall’asilo, rigorosamente dietro le spalle.
Primo: perché lei appena si gira, sempre che le vada di voltarsi e di salutare prima di congedarsi, mette a posto tutti con uno sguardo. O con uno dei suoi sorrisi (che poi sono dello stesso genere dello sguardo). Secondo: perché lei adesso, anche se nonsisabeneperché (o forse lo si sa fin troppo bene) è una che conta. Forse non conterà troppi iscritti nel suo sindacato, l’Ugl (su questo punto torneremo fra poco), ma conta dove, dati i tempi che corrono, importa contare. Cioè nei salotti televisivi buoni che hanno sostituito le sale da tea di una volta. Nelle feste comandate, intendendo per tali non Natale e Pasqua, ma quelle che si danno tra piazza Navona e piazza Affari. Ai tavoli di consultazione e davanti a una telecamera con vista. Insomma lei, la nuova Renata d’Italia, c’è. Sempre. Ed è una sicurezza. Perché rappresenta un po’ la pasticceria finissima. Ovvero la sicurezza di un tempo, nei salotti buoni di un tempo. Quarantasette anni compiuti il 14 maggio, figlia di una delegata della Cisnal da cui ha appreso, fin da giovanissima, la passione e l’impegno per il sindacato, si è ritrovata a guidare, prima donna in Italia a ricoprire tale incarico, a 44 anni, l’Ugl. Acronimo che nulla a che vedere con la gioventù del littorio (pur essendo l’organizzazione sindacale della nuova destra), ma che sta per Unione generale del lavoro. (continua…)


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 45 other followers