La fine del 2009 ha visto un susseguirsi di attacchi contro media e dissidenti del regime del presidente Kurmanbek Bakiev. Ultimo caso, martedì scorso quello del giornalista Gennady Pavljuk, morto in un ospedale di Alma-Ata dopo una settimana di coma. Pavljuk aveva lavorato per le edizioni kirghize delle muscovite Komsomolskaya Pravda ed Argumenty i fakty. Il 16 dicembre è stato scaraventato, mani e piedi legati, da un appartamento al sesto piano. Lo stesso giorno a Biškek, il reporter dell’agenzia russa BaltInfo news, Aleksandr Evgrafov è stato assalito da due uomini in uniforme. Gli aggressori erano latori di un chiaro messaggio: “non scrivere brutte cose” sul Kyrgyzstan. Ancora una settimana prima, quattro sconosciuti hanno picchiato e derubato nelle scale della propria abitazione il professor Aleksandr Knyazev a Biškek. Abbandonando la scena uno degli assalitori ha gridato “questo è per la tua politica!”. Knyazev è una figura molto conosciuta di commentatore politico che ha spesso criticato la politica estera dell’attuale governo. Lo stesso giorno, Bolot Zhanuzakov, già a capo del Consiglio nazionale di Sicurezza ai tempi del predecessore di Bakiev, Askar Akaev, è stato ricoverato in seguito ad un’aggressione. Il mondo dell’informazione della repubblica centrasiatica è sotto shock, difficile parlare ancora di libertà d’informazione. Pavljuk è il secondo giornalista pagare con la propria vita quest’anno. A luglio Almaz Tashiev, si è spento in seguito ai postumi di un pestaggio ad Osh, la seconda città del paese, scena due anni fa della pubblica esecuzione a colpi di revolver di Ališer Saipov, allora la principale voce del locale giornalismo impegnato.
Più in generale, da quando Kurmanbek Bakiev si è installato al potere nell 2005, sull’onda di una “rivoluzione di velluto” che ha visto il paese sull’orlo del caos, gli attacchi contro i giornalisti si contano a decine. Molti, ultima Cholpon Orozobekova, ex redattore capo del principale organo indipendente kirgyzo, De Facto, sono stati costretti ad abbandonare il paese. Orozobekova aveva ricevuto ripetute minacce contro lei e membri della sua famiglia, fino ad un ultimatum a cambiare linea politica da parte di “personaggi influenti”. E’ il nono caso di giornalisti e attivisti dei diritti umani ad aver chiesto asilo politico in occidente negli ultimi due anni.
In un chiaro monito di stampo etno-nazionalista alla società civile, le principali redazioni di media indipendenti hanno ricevuto una lettera anonima in cui si poteva leggere “vi avvertiamo voi tutti – russi, coreani (una delle più numerose diaspore urbane del caleidoscopio multietnico centrasiatico, ndr), armeni – e tutti gli amici di Akaiev. Dovete andarvene dal nostro Kyrgyzstan e non immischiarvi nella nostra vita. Noi vi conosciamo tutti”.
Le aggressioni si svolgono sullo sfondo di una serie di manovre politiche che, mascherate da “iniziative popolari”, hanno lo scopo reale di mettere completamente sotto il controllo della mafia famigliare di Bakiev il potere e le ricchezze del paese. Il primogenito di Bakiev, Maksim, è stato recentemente messo a capo dell’Agenzia per lo sviluppo e gli investimenti, da dove sovrintende ai vitali flussi d’aiuto dall’estero. E’ stato poi attuato un processo di revisione costituzionale il quale se attuato nella forma proposta, permettere a Bakiev di trasferire il potere al figlio.
Il defunto Pavljuk era sul punto d’intraprendere un nuovo progetto: il giornale Ata-Meken, ononimo del principale partito dell’opposizione al regime di Bakiev, il cui leader, Omurbek Tekebaev, non ha esitato a definire mandante della morte del giornalista.
Un altro comun denominatore dei bersagli è la vicinanza alla Russia per i cui media tutte le vittime hanno lavorato. Il professor Knjazev in particolare dirige la filiale centrasiatica dell’Istituto della CSI (un think-tank moscovita d’orientamento nazional-patriottico diretto dal più volte deputato della Duma, Konstantin Zatulin). Dal canto suo Zhanuzakov non ha mai reciso i legami con il precedente presidente Askar Akaev, che risiede a Mosca dal momento della sua cacciata dal potere del 2005.
Gli attacchi sono un sicuro indice del deterioramento delle relazioni fra Bishkek e Mosca. Soprattutto dopo l’esito contraddittorio dei negoziati fra la repubblica centrasiatica e gli USA sul mantenimento della base di Manas, elemento chiave dell’infrastruttura logistica americana fra l’Atlantico e l’Afghanistan: all’inizio dell’anno, Bishkek ne aveva annunciato la chiusura, per poi fare dietro front all’ultimo minuto – utilizzando l’escamotage della sua trasformazione in “Centro di Transito” – in cambio di un considerevole aumento delle prebende versate da Washington nelle tasche del regime. Lo stesso si è vista costretta a fare la Russia, la quale è impegnata nella repubblica in considerevoli progetti di sviluppo infrastrutturale.
Imbarazzati, gli americani hanno espresso tramite la loro ambasciata locale “profonda preoccupazione per i recenti casi d’aggressione contro i rappresentanti dei media”.
Frand Villier
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