«Giusto riabilitare Craxi, era parte di un sistema»

De Mita: Berlusconi? Processi da sospendere, deve governare

 La «grande guerra» è finita. Dieci anni dopo la morte di Bettino Craxi, Ciriaco De Mita riabilita l’avversario storico al quale, in vita, era arrivato a dare del «fascista». Riscrivere la storia non si può, ma rileggerla sì e l’ex premier lo fa alla luce delle polemiche di questi giorni. Condivide l’iniziativa di intitolargli una via di Milano, lo assolve come uomo e lo rivaluta come politico: di certo un protagonista della vita politica italiana. Nel merito delle sentenze l’eurodeputato udc non vuole entrare, però osserva che la lettura giustizialista non ha risolto la crisi del Paese, anzi l’ha aggravata. Craxi come Berlusconi? Il paragone non lo affascina, eppure De Mita riconosce al premier il diritto di difendersi dai processi e non solo nei processi.

È favorevole all’idea di intitolare all’ex leader psi una strada di Milano?
«Dico di sì, con grande convinzione. A dieci anni dalla morte aprire una riflessione sulla vicenda umana e politica di Bettino Craxi, più che opportuno, forse, è necessario».

Di Pietro è insorto, Borrelli ritiene «indecoroso» rendere omaggio a un latitante.
«Le motivazioni che vengono avanzate da chi si oppone rafforzano la mia convinzione. La lettura giustizialista della vicenda politica è inadeguata, la crisi non è stata risolta e anzi si è aggravata. Non possiamo cambiare i fatti, ma dobbiamo interrogarci per restituire al personaggio la sua dimensione politica. Col senno di poi bisogna convenire che è sbagliato leggere l’esperienza dell’uomo politico Craxi come quella di un criminale latitante. Deve essere riconosciuto come un protagonista della nostra storia politica. Non è stato una comparsa, aveva in testa un disegno».

Coinvolto in Mani pulite, fu condannato per corruzione e finanziamento illecito.
«Non entro nel merito delle sentenze, ma dico che dopo dieci anni, poiché la motivazione del giudizio penale riguardava un errore che le sentenze avrebbero dovuto correggere, se il problema rimane vuol dire che la soluzione era sbagliata». Lei lo avrebbe assolto? «L’assoluzione confliggerebbe con gli eventi, ma la lettura giustizialista è sbagliata. Se uno sottrae risorse è reato, invece il sistema, se è sistema, non si condanna».

Stefania Craxi ha detto che suo padre fece bene a non farsi processare. È d’accordo?
«La lettura giustizialista ha alimentato la convinzione che ci si difende nei processi e non dai processi, il che è una pratica di aggravamento della crisi».

Per difendersi dai processi, Craxi scappò ad Hammamet…
«In un contesto analogo abbiamo visto due comportamenti rilevanti. Quello di Craxi che ha rifiutato, con le sue ragioni, di farsi processare e quello di Andreotti che ha accettato. E in entrambi i casi ci sono margini di arbitrarietà e di prevaricazione. Andreotti è stato assolto, il che non vuol dire però che, nel suo caso, non ci siano stati elementi di commistione tra politica e magistratura».

E Berlusconi? Fa bene a rifiutare il processo?
«Berlusconi è legittimato dal voto popolare. Condivido la posizione, sia pure confusa, di risolvere il problema consentendo al premier di governare e sospendere eventuali processi. Approvo l’ipotesi avanzata da Enrico Morando di ripristinare l’immunità».

Il suo scontro con Craxi ha segnato gli anni 80 e i primi anni 90: rotture, alleanze tradite, staffette a Palazzo Chigi… Tutto rimosso?
«La diversità di posizioni, passata alla storia come conflitto personale, riguardava invece la lettura della situazione politica. Craxi fondava la sua strategia su un Psi come guida egemone della democrazia italiana, che avesse alla sua sinistra il Pci e alla sua destra la Dc. Quasi ammiccando, mi lasciava intendere di potersi alleare con noi, mentre io contrapponevo a questo disegno non lo scontro su chi doveva andare al governo, ma una analisi completamente diversa. Per me la crisi comincia con il pentapartito, quando le forze politiche competono a occupare e dividersi il potere».

Lei lo accusò di essere un «fascista». Ha dimenticato?
«Abbiamo avuto momenti conflittuali, non sereni. Ma Bettino era una brava persona. Dopo il mio governo i nostri rapporti sono stati splendidi, negli ultimi anni non tralasciava occasione per manifestarmi stima e simpatia. Ricordo che nel ’92, quando ancora era convinto che la sua strategia fosse quella giusta, mi incontrò alla Camera e mi spiegò come avrebbe formato il governo. Voleva un uomo forte agli Esteri emi disse “accetta Ciriaco, gireremo il mondo”. Ma rifiutai. Ecco, quello fu il nostro ultimo colloquio sereno».

Ne parla con rimpianto, quasi con nostalgia.
«Quando è morto mi è dispiaciuto molto».

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L’elenco dei riabilitatori è lungo. Fassino, Reichlin, Veltroni…
«Veltroni ha le attenuanti generiche per incapacità a capire. Quanto ai riabilitatori di sinistra, le racconto un fatto. Nel ’99, appena eletti a Strasburgo, mi trovai con Claudio Martelli a una cena del gruppo parlamentare europeo, c’erano i diessini e c’era Di Pietro. Non fu affatto allegra e, quando uscimmo, Martelli mi disse che eravamo stati a tavola con i nostri carnefici».

Monica Guerzoni

Il Corriere della Sera

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