Antonio Gnoli per “Repubblica“
Dopo circa due ore di conversazione, dentro un fiume di parole che scorre nella cucina di casa di Montichiari, un paese del bresciano, Aldo Busi si alza dal tavolo e si volge verso i fornelli. «Se le va, a questo punto, preparerei qualcosa da mangiare: salama con gli spinaci. Che dice?». Il tono della voce non prevede dinieghi. E mentre traffica tra una pentola e l´altra, continua a parlare.
Dice che sono quasi dieci anni che non va più in televisione e che non rilascia interviste. Ha orrore della mediocrità e del conformismo. Il silenzio non lo ha arrugginito. Cavalca gli argomenti più diversi con la solita maestria oratoria. È perentorio e poco incline al dubbio. Ma è anche il miglior talento narrativo degli ultimi trent´anni.
È chiaro che un´affermazione del genere Busi la considererebbe un insulto. Ma è un fatto che romanzi come Seminario sulla gioventù, Vendita galline Km 2, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, sono un pezzo importante di storia letteraria.
Ora escono tre racconti molto belli – dal titolo sospiroso Aaa! (edito da Bompiani, pagg. 160, euro 11) – scritti lui dice con tre sistemi nervosi e in una sarabanda di stili. Quello conclusivo è una spiritosa lettera a Carla Bruni nella quale si propone come il solo scrittore che possa adempiere a un magistero per la first lady francese. Quello di mezzo è una sorta di elogio-riscatto della figura del marchettaro. Infine, il primo, il più sofferto in cui si giustappongono vita e letteratura in un paese – l´Italia – torvo e declinante. Busi si definisce “un cittadino terminale”.
«Guardo il nostro paese con raccapriccio. Non ho più voglia di fare niente per l´Italia. Ho scritto i miei romanzi bellissimi e a un certo punto ho deciso: mi sono tolto dalle balle. Via. Dai rumori, dal chiacchiericcio, dalle pretese di far sognare una nazione che non sogna, non vive, non ha futuro. Mi sento molto inutile. E se le parlo, se ho deciso per un momento di rompere il silenzio, non lo faccio in quanto scrittore, ma solo perché continuo ad essere Aldo Busi».
C´è una differenza tra il Busi uomo e lo scrittore?
«Nessuna, ma la metto in guardia verso quegli scrittori che pensano di avere la chiave di volta per spiegare i mali del mondo, che ritengono di essere dei salvatori della patria. Poi li leggi e senti immediatamente che non c´è l´opera, non c´è il romanzo. Io ho un´opera. Cresciuta nel deserto, nel nulla italiano. Ma c´è».
Non tutti se ne sono accorti.
«Non sono un populista. Quindi penso che il dovere dell´opera sia di restare ferma dov´è. Sono gli altri che devono andarle incontro. Il romanzo che va verso il pubblico non è più un´opera, al più è un operetta. Tra l´altro avercene di operette. Neanche queste sono state prodotte negli ultimi vent´anni. Uno scenario desolante, dove spicca solo la rivoluzione di Internet».
Non è poco, ha cambiato radicalmente il nostro modo di stare nella cultura.
«Certo, ma non in meglio. La lingua è diventata solo comunicazione. È caduto il senso estetico della lingua italiana e in generale della lingua usata come sistemazione delle idee. Con l´avvento di Internet la mia opera si è trasformata in sale».
Appartiene al passato.
«La mia opera è talmente indietro che non è né di ieri né di oggi. È il domani».
Rischia l´incomunicabilità.
«L´esperienza di un lettore non è comunicabile a un altro lettore. Il passa parola va bene per le operette. La mia identità di scrittore non è negoziabile».
Ma i romanzi bisogna pur venderli.
«Non ho mai pensato di vivere di diritti di autore. Alla fine uno come me è destinato a restare solo. Non ho una famiglia alle spalle che mi protegga. Non appartengo ai clan, non sono iscritto ai partiti. Da sempre detesto la figura dell´intellettuale organico. Che cos´è: un suggeritore, un imbonitore, un servo? Sono disorganico a tutto».
È il suo modo di salvarsi?
«A un prezzo carissimo. Sono due settimane che non esco di casa, che non incontro nessuno, non vado a cene mondane. Non entro nei ristoranti. Cosa faccio? Cucino cotechino e lenticchie e metto su pancia».
Cosa la spinge a questa vita da recluso?
«Fuori incontri gente che è convinta di avere la verità in tasca e pensa di illuminarti. Ma questo non è il paese dei Lumi. Non vedo alcuna speranza di miglioramento. Per questo ho smesso di scrivere».
Non le manca la scrittura?
«Perché dovrebbe. Quello che avevo da dire l´ho detto. Vengo dalla scuola severa del grande autodidatta. Non sono il semplice amateur. Lo scrittore è la coscienza della nazione. Se non è tale non è niente. Ma qui c´è ancora una nazione?».
Ce lo dica.
«Non le rispondo, non sono un demagogo, non mi rivolgo alle folle. La letteratura è un fatto elitario. In me non c´è la minima predisposizione al mercimonio e alla prostituzione».
Eppure nel secondo dei suoi racconti c´è un elogio quasi malinconico di un giovane prostituto.
«È un lavoro come un altro, del resto non c´è cosa che non sia mercificata. Se è mercificato il pensiero perché non dovrebbe esserlo un quarto di carne? La carne umana è la merce più a buon mercato che abbiamo. Non sono gli amanti prezzolati, le escort, i leccaculo che da noi mancano. E poi, gli uomini e le donne sono talmente insicuri di sé che è chiaro che stanno solo cercando un padrone. Tutti vogliono un padrone. La mia lotta, quando incontro qualcuno, è restituirgli la stima in se stesso».
E cosa si aspetta di ottenere?
«Non lo so e non mi importa di saperlo. A volte mi rimproverano di investire energie sulle persone sbagliate. Ma non ci sono persone giuste. Le persone sbagliate sono le uniche su cui vale la pena di prodigarsi. Sono le sole davvero spossessate di sé».
Echeggia il retaggio cattolico.
«Solo una persona profondamente anticlericale e aconfessionale può essere buona come me. Io posso essere generoso con un nemico, un cattolico difficilmente».
È una forma di gratuità più che di generosità.
«È vero perché la gratuità richiede una grandezza che il generoso non sempre possiede. E poi a me piace stupire».
Cosa significa stupire?
«Dare la sensazione che non stai agendo in base a un istinto di rapina. Stupire significa costringere qualcuno a ricredersi su di te, su di sé e conseguentemente sul mondo».
In passato lei stupiva giocando sui suoi gusti sessuali.
«Cosa vuole che le dica: ho praticamente smesso di fare sesso. Sono un omosessuale ideologico. I maschi cominciano a farmi schifo. All´odore del caprone in palestra, preferisco la castità».
O le donne, visto l´elogio sperticato che ha fatto di Carla Bruni.
«Un´eroina della nostra contemporaneità».
Che cosa l´affascina di queste figure femminili: prima Liala, poi Zsa Zsa Gabor e adesso la moglie di Sarkozy?
«È un movimento ascensionale. Liala conquista le analfabete e comunque insegna loro a lavarsela. Zsa Zsa conquista gli uomini. Non fa film ma è la più grande attrice della vita. La Bruni conquista il potere vero. In lei vedo la capacità ormai in estinzione di essere virile».
Si spieghi.
«La virilità è un progetto, la femminilità una condizione. Mettendo insieme queste due cose Carla Bruni ha conquistato una nazione, i francesi sono pazzi di lei. Non ha compiuto un passo falso. Ha tutta la mia ammirazione».
I detrattori insinuano che abbia fatto tutto per calcolo.
«E allora, dov´è lo scandalo? I critici come al solito non hanno capito che Carla Bruni ama tanto di più Sarkozy proprio in quanto non lo ama. Troppo facile amare qualcuno perché lo ami. Prova ad amare qualcuno senza amarlo. È durissima».
E lei ha amato?
«Ho cercato la merla bianca. Ma avevo già la mia opera e me stesso».
Di se stesso, del suo corpo scrive: il mio è un corpo che non si vendica su di me.
«Nel senso che sono costantemente aggiornato su di me, anche quando muto, quando mi trasformo, quando mi travesto».
Inclinazione camaleontica?
«Travestirmi equivale a sentirmi come Gregorio Samsa che Kafka trasforma in scarafaggio: sono un personaggio che può vivere indifferentemente in un romanzo o nel mondo».
Che cosa ha fatto in questi anni di silenzio?
«Sono stato benissimo. Non ho fatto una bella mazza di niente. Non ho scritto, non sono andato in televisione, non ho avuto sfoghi sessuali. In compenso ho cambiato tantissime stanze di albergo in Europa. Non c´è stata cosa più bella che staccarsi da tutto e chiudere il rubinetto. Così se mi faranno fuori non ci sarà nessuno che mi rimpiangerà».
Rimpiangeremmo il suo talento indiscusso.
«Mi hanno fatto il vuoto intorno perché sono tra l´altro una persona troppo spiritosa».
Di sé lei ha scritto in uno dei racconti: sono un ex cameriere con il complesso di superiorità.
«È vero. Ho avuto la fortuna di non essere figlio di papà, di non studiare nelle scuole di Stato. Tutti quelli che erano handicap insormontabili li ho trasformati in grotte di Aladino piene di tesori. E poi, se uno non ha fatto il cameriere e non ha visto la vita dal basso, o dal sotto di una tovaglia, non può aspirare al trono».
Lei ha anche detto: si può smettere di scrivere ma non si può smettere di essere scrittori.
«Essere scrittore è per me possedere un terzo occhio. In questi anni di voluta inattività si è molto acuito».
Chi è per lei uno scrittore?
«Prenda me, come parlo, come mi muovo, come gestisco il mio corpo, prenda le mie opere e da lì capirà chi è scrittore e chi non lo è. Non è una cosa di cui posso vantarmi, perché per il fatto di essere scrittore non me ne torna niente in tasca».
Tutto accade perché deve accadere.
«Eppure non mi spiego perché le ho rilasciato questa intervista. Ha mai scritto su di me negli ultimi anni?».
No, dovevo?
«Io nasco respinto. Mio padre non mi voleva, mia madre desiderava una femmina. Io nasco e già avevo un completino rosa».
Da neonato ha cominciato a scavare l´abisso tra lei e il mondo.
«Preferisco essere respinto che accettato, parola davvero miserabile. Chi siete voi per tollerarmi? Dei lombrichi. Ammettetelo e io vi trasformerò in draghi volanti. Il segreto è tutto qui».
Busi/2
Ottavio Cappellani per “Libero”
Aaa! Il grande Aldo Busi oggi è il genio che fu di OTTAVIO CAPPELLANI Si meriterebbe una recensione in forma di altare dismesso quest’ultimo libro di Aldo Busi (Aaa!, Bompiani, pp. 160, euro 14,da oggi nei negozi), un altarino celebrativo in una piazzetta nascosta, ortiche fresche di rugiada e sacchetti di spazzatura abbandonati, ottimo per il battuage (o nella versione originale lieu de drague), sul quale andasse a orinare la fila degli scrittori che dopo di lui non hanno riconosciuto altri scrittori che se stessi.
Si meriterebbe una recensione incomprensibile, di nicchia, o di minchia, o di ninchia, da parte dime,che sonounsuo fan, di quelli che vanno a cercare le sue verità inconfutabili nascoste tra le righe di una parentesi di un inciso di una subordinata, laddove qualsiasi altro, di quella sola idea, ne farebbe un libro. E poi però lo vedi, impazzito, sfracellato, devastato da questa Italia politica, mediale, televisiva, pubblicitaria, col dolore della ex starlette di Maria De Filippi, abbandonato al suo triste destino di semplice scrittore, per quanto unico, o l’unico unico.
Di certo non sto qui a sciorinare trama e sottotrama, perché storia non ce n’è, o c’è in quanto pretesto, o sopratesto, ma senza sottotesto, dei tre racconti. O anzi la trama c’è, sottotesto compreso, ma è quello di uno scrittore invecchiato male, malissimo, e di questa vecchiaia esplosa (lui, ex bello, ex corteggiato, ex mauriziocostanzato) ne tesse le lodi a se stesso dietro ogni finzione narrativa.
Se ne fa attraversare, dandogli voce, roca ogni tanto, ma anche falsettata, o in forma di scorreggetta andante velocissima quando arriva al calembour alla Pinketts (questa ti fa male vero Aldo?): «Ballarò sotto le stelle», e «Sergio Cavoli». Mentre il corpo si disfa, l’unico (scrittore) vuole fare la velina, ma non può, così deve dirigersi altrove, verso un pensiero, un’indignazione. Mioddio quanto inizia a somigliare ad Alba Parietti, Aldo Busi. (Non c’è bisogno di precisare quanto l’”unico” che metti in scena sia stirneriano, suppongo).
E così da un lato ogni riga è una pugnalata al fan che si chiede cosa c’entri Aldo Busi con quest’Italia, o come possa perdere anche una stilla del suo tempo per monologare su potere e finanziarie, anche in forma e uso di metafora, che di metafore ne abbiamo ben altre e queste vorremmo da lui. E dall’altro lato resti ammirato. Scioccato. Di come uno scrittore possa farsi tempo, Zeitgeist, telecomando.
Farsi attraversare a tal punto dalla scrittura da cancellare lo scrittore che fu, in un altro tempo, in un’altra epoca. Prendete Busi e mettetelo su di un picco, su una stele, in un monastero rumeno, e ne avrete cantiche. Lasciatelo qui dove si trova, solleticate la sua vanità con una comparsata, dedefilippizatelo, amicizzatelo, xfattorizzatelo, a lui, e non ci metterà niente a spiattellarvi in faccia che la verve, la riconoscibilità, il rispetto, l’autorità, nell’Ottocento in mano agli scrittori, oggi sono in mano ai grandi fratelli.
Aaa! È un romanzo warholiano, ma mentre Warhol ci raccontava di un’epoca e del mondo, Busi resta affacciato al balcone con i gerani. La provincia lo sta ammazzando. E però poi pensi che la provincia ammazza chiunque e torni a pensare a lui come l’unico grande scrittore. Aaa! È la storia di uno che studia da prete e poi prende moglie. Ed è anche la storia di un marchettaro (e che palle il mantra: c’è chi vende il pensiero non prendiamocela con chi vende il corpo).
E poi è una leccaculata nei confronti di Carla Bruni ché a Busi piacerebbe veramente invecchiare bene in Francia. «Le metto a disposizione l’intelligenza più brillante e più civile prodotta dal Suo stesso Paese nell’ultimosecolo, cioè un miracolo antropologico, che mi sono prodotto tutto da solo », scrive.
«La cosa, l’assunzione sarebbe possibile perché non scrivo più libri dal 2002 e non intendo assolutamente riprendere – e perché ho rotto anche il mio contrattino televisivo quasi decennale, ormai era diventata una stucchevole timbratura di cartellino tra sagome di cartone bidimensionali cui mi ero ficcato in testa di insufflare una qualche profondità e, siccome o diventavo di cartone anch’io o ci lasciavo le penne, finalmente ho gettato la spugna del salvatore a tutti i costi e però ho messo in salvo me, abbastanza invano, perché, ora, per uno di sessantun anni con una madre morta a novantaquattro aspettare solo la morte può diventare un tedio senza fine». Ma Pietrangelo Buttafuoco in Fimmini ha detto molto di più sulla virilità e femminilità della Bruni e con meno menate.
Per cui? Aaa!è un libro splendido e orripilante, una poesia lunga 160 pagine che con il romanzo non ha niente a che vedere ma con la Letteratura sì, tanto. Troppo purtroppo! Un pannolone senile come non se ne vedevano da anni! Un De Profundis di Giuseppe Genna scritto peggio, e dunque meglio, molto meglio. Un capolavoro se fosse stato scritto da una ventenne caruccia engagé pubblicata da Minimum Fax.
Una tristezza infinita poiché pubblicata da Bompiani e da Elisabetta Sgarbi e firmata da Busi. Un vorrei ma non posso immane. Ma onestissimo. In quanto finto fino al midollo senza più la capacità di esserlo. Come quegli anzianotti gagà che si affettano in baciamano ed erre moscie, mossette un tempo chiamate “stile”e oggi ridicole. Poi il vecchio ti spara quella frase, a fine periodo, là dove deve stare e dove starà nei secoli dei secoli: «E mi hanno sposato a una donna».
E tu pensi che per una frase così è giusto che muoiano miliardi di persone. Un altro ne avrebbe fatto un titolo. E un romanzo impeccabile. Ma Busi la dà via a chiunque. Come vendetta. Ha inventato la buttana vendicativa in letteratura. Ma il mondo l’ha inventata prima di lui. E più feroce. E anche femmina, per dirla tutta. Leggere questo libro è una grandissima perdita di tempo. Ma è esattamente come vivere in questo tempo. Per chi non l’avesse capito, è il suo “Seminario sulla vecchiaia”.
Etichette: aldo busi
febbraio 14, 2010 alle 7:57 pm |
Per chi desidera conoscere meglio il pensiero busiano c’è il sito http://www.altriabusi.it – oltre all’opera dello Scrittore, va da sé.
Cordialità.