Chi è l’esperto di diritti umani che accusa Israele e colleziona cimeli nazisti

Marc Garlasco, l’inviato di human rights watch si firmava “Heil Hitler”

Tira una brutta aria nel quartier generale di Human rights watch (Hrw) a Manhattan, che contende ad Amnesty International il primato e i finanziamenti nella battaglia per i diritti umani. E l’imbarazzo della celebre Ong ha un nome di origine italiana: Marc Garlasco. E’ stato per anni il principale esperto militare dell’organizzazione, inviato in tutti i teatri di guerra, dall’Afghanistan a Gaza. Di giorno, Garlasco rispondeva ai giornalisti, accusando americani e israeliani delle peggiori nefandezze. Di notte, l’esperto si trasformava in “Flak88”, il suo nickname nei forum nazistoidi. Garlasco era un accanito collezionista di cimeli hitleriani.

E’ stato un blogger a notare come l’esperto militare scrivesse su Amazon recensioni entusiastiche di libri sul Terzo Reich. Come simbolo in rete, Garlasco aveva adottato una svastica. Flak88 è un nome in codice per un’arma tedesca e il corrispondente numerico di “Heil Hitler”. Assidue erano le sue frequentazioni nei siti internet che inneggiano alla Wehrmacht (suo nonno aveva vestito la divisa della Luftwaffe). Il governo israeliano di Netanyahu aveva accusato più volte Hrw di parzialità.

Se all’inizio l’organizzazione aveva offerto sostegno a Garlasco, evocando perfino una “cospirazione” contro l’organizzazione, adesso è come se l’esperto militare non avesse mai lavorato per il Nobel per la pace. Lo scorso 5 marzo, scrive il quotidiano Times, il nome di Garlasco è scomparso dal sito di Hrw. Era stato lui a denunciare come “crimine di guerra” il lancio a Gaza di proiettili traccianti al fosforo, usato da tutti gli eserciti per illuminare il campo di battaglia. Ma Garlasco era in preda a una vera e propria febbre per i cimeli nazisti. E’ il secondo incidente per la lobby dei diritti umani, dopo la denuncia del giro propagandistico alla ricerca di finanziamenti in un paese come l’Arabia Saudita. Il caso Garlasco non avrebbe attirato tanta attenzione se Hrw non avesse sposato una chiara linea antisraeliana. In poche settimane, l’organizzazione ha dedicato cinque rapporti a Israele. E per fare un raffronto, in vent’anni appena quattro memo sul conflitto in Kashmir, costato la vita a 80mila persone. E sulle repressioni in Iran, Hrw non ha scritto nulla.

Dalla imbarazzante cacciata di Garlasco, altre ombre emergono al vertice dell’organizzazione. Joe Stork, vicedirettore del dipartimento mediorientale, elogiò il massacro di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. E partecipò a una conferenza contro Israele promossa da Saddam Hussein. Darryl Li è l’uomo del Palestinian center for human rights, che definisce “atti di resistenza” gli attacchi contro i civili israeliani e che nel suo grossolano elenco delle vittime civili a Gaza enumera anche Nizzar Rayyan, il capo di Hamas che ha mandato uno dei figli a compiere un attentato suicida. Reed Brody è l’uomo che tentò di far processare in Belgio il premier israeliano Ariel Sharon e oggi dirige l’ufficio europeo di Hrw. Ci sono anche Charles Shamas, consulente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, e Gary Sick, che ha invitato Ahmadinejad alla Columbia University.

Ad accusare Human rights watch di bancarotta è stato perfino il suo leggendario fondatore, Robert Bernstein, per il quale Hrw “ha perso la prospettiva critica su un conflitto che ha visto Israele ripetutamente aggredito da Hamas e Hezbollah, due organizzazioni che si accaniscono contro i cittadini israeliani e usano la propria stessa gente come scudi umani”. Il massimo esperto mondiale di uniformi hitleriane era anche quello che doveva giudicare la condotta degli israeliani in guerra. Troppo persino per un’organizzazione antipatizzante verso Israele come Human rights watch. Un’organizzazione che era nata con altri intenti in un piccolo appartamento nel cuore di Mosca, dove quarant’anni fa si riunivano i dissidenti sovietici assieme all’americano Bernstein. Fra di loro c’era anche Nathan Sharansky.

di Giulio Meotti

Il Foglio

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