Destra, ultima fermata

L’impossibilità di fare futuro oltre il berlusconismo. Mentre la Lega vince imponendo la sua prassi

di Pietrangelo Buttafuoco

In principio fu la scoperta degli Hobbit, dopo di che gli altri cominciarono a scoprire “il noi” contenuto nella parte di mondo chiamata “destra”. Un modo di stare insieme secondo un alfabeto fatto di saghe, epiche, maghi, minuscoli guerrieri, foreste infestate di orchi e fiammeggianti sovrani della luce. Stupidaggini, forse. Proiezioni adolescenziali, magari. E tutto ciò fu rubato dalle pagine di Tolkien pur di non perpetuare il rancore di una pesante eredità: la sconfitta militare e un Dopoguerra eterno annodato al collo peggio di un cappio da cui penzolare nella certezza inamovibile dell’inutilità di stare al mondo. Figurarsi quanto utile, invece, per la destra, era quel tentativo di stare nella scena politica. Qualcuno ci lasciava la pelle. Era ancora il tempo in cui c’era il regime e l’arco costituzionale. Si faceva la lotta al sistema.
Non era più sufficiente risolverla con la colla e il secchio dell’attacchinaggio. Bussava alle spalle della giovinezza – Giovinezza! – il mito più che capacitante di farla finalmente estetica, la battaglia politica: e giù con i Campi Hobbit, allora.

Sono i raduni di una destra “anni Settanta”, non propriamente una replica di Parco Lambro, neppure una presa di Fiume, piuttosto un esperimento riuscito di “destra”: comunitarista e non democratica, libertaria e non liberale, militante e non militarista, plurale e non occidentale, creativa e non museale e perfino anche musicale. Succedeva questo in Italia quando tutti, con faciloneria, pensavano fossero solo addestramenti paramilitari quelli dei Campi Hobbit dove, in luogo di confrontarsi “con l’egemonia degli altrui paradigmi culturali”, poter sfoggiare Ray-Ban e scarpe a punta. Furono – insieme a tanti convegni e al proliferare di riviste intellettuali tra le quali Elementi e Diorama Letterario – l’apice della Nuova Destra. E qualcosa di ancora più nuovo, a destra, dopo quell’esperimento che vide in Marco Tarchi l’animatore e il leader, non c’è più stato. Fu l’unico momento in cui la destra entrò in un mondo dal quale si era da sempre “autoesclusa”.
A maggior ragione con una “destra” al governo. Esclusa comunque. Nulla è mutato rispetto al passato. Per dirla con Tarchi, “la destra non sapeva partorire niente che andasse al di là di una produzione intellettuale di seconda scelta, una sub-cultura (in termini gerarchici), come qualcosa che si collocava sotto il livello della cultura vera”. E ancora adesso, malgrado il governo del paese, è così.

E fin qui ce la caviamo con i modi del prologo.
Le cose della teoria hanno i piedi per camminare e siccome tempo n’è passato da allora, il filo si riannoda a partire dall’attualità. Ecco: comunque vadano le elezioni, la destra – per come ha cristallizzato la propria fisionomia – è arrivata alla sua ultima fermata, e l’atto finale si rivela già nell’impossibilità di fare futuro (e non è un gioco di parole) oltre l’ombrello del berlusconismo.
La destra-destra, qui s’intende. E’ quella derivata dalla doppia mutazione da Alleanza nazionale in Pdl e, da questo, poi, in quel che è diventato il laboratorio della fronda finiana. Domanda delle domande, però: perché, facciamo ad esempio, la Lega di Umberto Bossi è cresciuta e si è evoluta senza farsi vampirizzare da Silvio Berlusconi – anzi, sovrastandolo ma aiutandolo non poco – mentre al contrario la destra è risultata solo un inciampo e si è dissolta nell’abbraccio con Forza Italia, anzi, creando non pochissimi disastri per sparire senza resti e senza eserciti?
La destra-destra non avrà futuro fuori dell’epoca berlusconiana. Magari esisterà la parola è sarà una qualsiasi immondezza di tipo nevrastenico pop (esempi, purtroppo, non ne mancano a furia di isterie xenofobe e occidentaliste) ma la destra derivata dalla tradizione culturale della vena ghibellina, quella della Tradizione, quella, insomma, risorgimentale del liceo classico, della caserma e di Guglielmo Marconi, non troverà più modo di essere contemporanea al proprio tempo per manifesta incapacità di disegnare, innanzitutto, il presente.

Cerco, intanto di dare a me stesso la risposta
alla domanda di prima: la Lega vince perché è prassi. Tanto per cominciare il Carroccio, che pure nasce da una comunità a guida carismatica, rende tutti gli onori al capo ma ha messo in campo fior di campioni quali Roberto Maroni – quello che materialmente sta sfasciando la mafia e la camorra –, quindi Tosi, sindaco di Verona (uno che non teme il paragone con la celebrata tradizione amministrativa delle municipalità rosse, tanto è bravo), quindi ancora un ottimo ministro come Zaia e poi ancora curiosi e ghiotti incursori della cultura, magari sconosciuti al pubblico altero dei grandi quotidiani, ma di solida tempra (sia consentita l’espressione) spirituale. Sono quelli di “Terra Insubre”. Personalmente li ho incontrati in una tavolata degna dei banchetti di Asterix e Obelix, anzi, degna dei Campi Hobbit. Ad un certo punto della discussione hanno iniziato a fare una sana litigata e se in quello stesso momento, a Capalbio, qualcuno stava accalorandosi sulle “Mine vaganti” di Ozpetek, questi almeno se le stavano ragionando le questioni a proposito del concetto di divenire: si dividevano tra hegeliani ed eraclitei. Con tanti saluti all’egemonia culturale.

E tanto per gradire, poi, la Lega che predica male con parole d’ordine ai confini del razzismo e dell’islamofobia, razzola poi benissimo se si pensa che quel fantastico Gentilini, pro sindaco di Treviso, è quello che meglio di un qualsiasi prete di frontiera ha saputo gestire l’immigrazione nella sua Alabama della Marca se è vero che più del 20 per cento delle partite Iva sono dei regolari extracomunitari. Gentilini è – giusto perché la Lega è sangue di popolo – quello che va a prendersi il tricolore di Cesare Battisti, la bandiera dimenticata nella tazza del cesso da Umberto Bossi, per stringerselo al proprio collo di vecchio alpino.
La Lega è prassi mentre la Destra è tentativo senza essere pensiero, questa è l’unica risposta possibile al perché tutto quel lavoro dei Pinuccio Tatarella e dei Beppe Niccolai (sul piano politico) e dei Domenico Fisichella e dei Marco Tarchi in illo tempore (di quest’ultimo, appunto, e del suo nuovo libro adesso parleremo) sia infine sfumato nel fallimento del Pdl. E il dramma è doppio perché anche a dover vincere le elezioni regionali, il Pdl, il partito nato dalla fusione tra Forza Italia e quel che restava di An intorno alla figura di Gianfranco Fini, è crepato. Se la Lega ha approfittato dell’opportunità del berlusconismo per realizzare i propri capitoli – sia esso il federalismo, l’immigrazione o la conquista del Veneto – la destra, al contrario, in Silvio Berlusconi – fatta salva la schiera lealista e faticatrice di Maurizio Gasparri – ha avuto un padrone cui riservare solo coltellate. Non a caso Bossi, dal palco di piazza S. Giovanni, indicando il Cavaliere ha detto: “A lui io non ho mai chiesto una lira”. Se la Lega è rimasta fedele a se stessa, la destra, a partire dalla svolta di Fiuggi, ha sistematicamente distrutto “il partito”. E questo non l’ha fatto per veicolare libertà tra i propri aderenti ma per cinturare un leader e scimmiottare una contraffazione della società civile ritenendo ogni militante un pezzo di mondo da lasciare alla deriva. Perpetuando così “un senso di inferiorità”, così diceva Beppe Niccolai, “che ha fatto sì di non cercare risorse al proprio interno ma fuori dai confini”. Da Fiuggi in poi, sempre con l’eroica eccezione della sim telefonica di Gasparri dove ancora vive un sano nocciolo identitario, è venuto meno il contatto carnale con il territorio, con l’attivismo, con la base, con qualsiasi cosa che abbia a che fare con la selezione di una classe dirigente, con la convocazione di un congresso, meno che mai con il movimentismo creativo e metapolitico di un Campo Hobbit. E, dicendo questo, la prendo alla larga per arrivare al punto.

Se la Lega ha incoraggiato al proprio interno la crescita di figure autonome (anche al costo di oscurare il capo), la Destra, oltre alla buona volontà di guastatori intercettati dalla polemica giornalista, ha seminato questa malinconica stagione del berlusconismo in crisi di grigi proconsoli fedelissimi al co-capo, ovvero quel Fini, altrettanto capo carismatico ma che a differenza del senatore Bossi, non ha ancora attratto a sé uomini autonomi, progetti e un fare presente che non sia la generica adesione alla Costituzione, al patriottismo repubblicano e alla corrente elencazione dei propositi assai in voga nell’antiberlusconismo così da guadagnare buona stampa e niente più. Un dato, questo dell’aver buona stampa, con il quale si rivela l’abolizione della passione senza sostituirla con l’intelligenza. Machiavellica va da sé. Ecco, parliamo di Tarchi. Politologo estraneo a qualsivoglia destra, ieri ideatore della più entusiasmante stagione della destra-destra (tanto da averla fatta nuova e – soprattutto – disarmante rispetto agli anatemi e ai luoghi comuni del patriottismo costituzionale di allora immutato rispetto a quello di adesso), Marco Tarchi che è uno studioso di provato spessore ha saputo scrivere un libro con la serietà propria di chi vive con distacco una stagione di cui fu il principale attore. Fu lui, infatti, a vincere un congresso contro Gianfranco Fini che dovette ricorrere a Giorgio Almirante per farsi nominare comunque alla guida del Fronte della gioventù. Poiché la storia non si fa con i se, non perdiamo di certo tempo ad immaginare cosa sarebbe diventata la destra-destra se, giusto in quel frangente, con la leadership di un Tarchi non si sarebbe certo attardata con il vecchio armamentario: perfino “il Fascismo del 2000!”.

E però, il “capire cosa potesse spingere i ragazzi che frequentavano le sezioni missine a intestare un loro raduno nazionale a un personaggio fiabesco”, è un’operazione di analisi culturale urgente specie se quasi tutta la schiera di chi era giovane allora, al fianco di Tarchi, adesso stia con Fini, su posizioni che l’attuale presidente della Camera ieri osteggiava e che oggi, al contrario, sostiene. E l’ultimo libro di Tarchi, “La Rivoluzione impossibile. Dai Campi Hobbit alla Nuova Destra” (edizioni Vallecchi, euro 18,00), è un perfetto scandaglio per rischiarare una stagione altrimenti dimenticata, specie se solo attraverso questa si può capire il come, il perché e il come mai la destra-destra di oggi al governo – pur con tutti quei protagonisti, Alessandro Campi, Luciano Lanna, Flavia Perina, Umberto Croppi, Adolfo Urso e gli altri rautiani derivati da quella stagione – abbia esaurite tutte le sue potenzialità. Era un giocattolo che doveva entrare per forza nella storia della destra, quello della Nuova Destra e con i Campi Hobbit a far da sfondo non c’è un dettaglio da scapestrati, ma la strategia metapolitica, l’unica che potrebbe definitivamente forgiare la destra senza per questo sfinire d’agguati un Berlusconi che il merito fondamentale lo ebbe: porgere l’ombrello alla cui ombra rendere fresca l’assolata solitudine di tanti. Sarebbe opportuno che, in sede di analisi e di confronto, si ricominciasse da quella stagione. Scrive Tarchi: “Le eredità ideologiche sono sempre più frequentemente rifiutate dai beneficiari e i segni delle identità originarie vengono cancellate per non creare imbarazzi negli interlocutori”. Non è il caso degli Hobbit. Nessun imbarazzo deriva dai giorni di Castel Camponeschi e di Montesarchio (alcuni dei luoghi che videro i raduni), tanto meno possono essere dimenticati i convegni della ND dove arrivavano anche intellettuali fuori area come Massimo Cacciari. Sarebbe, appunto, opportuno che si riprendesse quel filo. E che i temi proposti allora – comunità solidale, critica al liberalismo, identità plurale, la paganitas perfino – trovassero finalmente i propri tempi, questi nostri. Altrimenti ci sarebbe un’ulteriore domanda, questa: perché il partito democratico è nato e l’altra cosa lì, una destra-destra, invece, no?

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Pietrangelo Buttafuoco

Il Foglio

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