Archivio per aprile 2010
Elephant: School Shooting
aprile 30, 2010Calvi, il processo dimenticato
aprile 30, 2010
A 28 anni dalla morte del “banchiere di Dio”, Roma celebra l’Appello. Tutti assolti in primo grado
di Rita Di Giovacchino
Piazzale Clodio, Roma, in un’aula semivuota della palazzina A si svolge da mesi il processo per l’omicidio di Roberto Calvi, l’ex presidente dell’Ambrosiano trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Blackfriars a Londra. Sono trascorsi 28 anni da quel giorno e questa potrebbe essere l’ultima occasione per fare luce sull’oscura fine dell’ultimo “banchiere di Dio”. In primo grado i quattro imputati sono stati tutti assolti dall’accusa di aver ucciso il presidente dell’Ambrosiano che – a dire del pm Luca Tescaroli - sarebbe stato eliminato per vendetta dalla mafia siciliana che nel crac aveva perduto centinaia di miliardi di dollari. Gli imputati sono Pippo Calò, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni e Silvano Victor. Ognuno di loro rappresenta un pezzo della storia criminale di questo paese, la mafia, la Banda della Magliana, la P2. La sentenza d’appello è prevista a giorni ma l’ipotesi che capovolga il verdetto assolutorio di primo grado appare lontana in quest’aula dove si consumano gli ultimi passaggi del processo più dimenticato di questi anni. Anche se ci aiuterebbe a capire quale eredità ha lasciato nell’Italia di oggi quel cadavere penzolante tra i grattacieli della City. (continua…)
JEAN PAUL SARTRE
aprile 30, 2010
«C’era una folla immensa: circa cinquantamila persone, soprattutto giovani. Qualcuno batteva contro i vetri del furgone: erano per la maggior parte fotografi che appoggiavano gli obiettivi contro i finestrini per sorprendermi. Alcuni amici di Les Temps Modernes formarono una barriera dietro la vettura, e tutto intorno, spontaneamente, degli sconosciuti fecero catena dandosi la mano. Nel complesso, lungo tutto il tragitto, la folla fu disciplinata e calorosa: È l’ultima manifestazione del ’68, disse Claude Lanzmann». Così ha ricordato Simone de Beauvoir il funerale di Jean-Paul Sartre nel suo libro La cerimonia degli addii. Un’altra voce, Olivier Revault d’Allonnes, racconta che suo figlio, tornando sfinito dal cimitero di Montparnasse, gli disse: «Vengo dalla manifestazione contro la morte di Sartre».
Restare vivo, per Sartre era non accettare né onorificenze né premi, perché non voleva essere istituzionalizzato. Nel 1964, dopo il clamoroso rifiuto del Premio Nobel per la Letteratura affermò, in un’intervista a Le Nouvel Observateur, che «se avessi accettato il Nobel – anche se a Stoccolma avessi fatto un discorso insolente, il che sarebbe assurdo – sarei stato recuperato». Oggi, nell’apogeo della società dello spettacolo, la sua rinuncia appare ancora scandalosa. (continua…)
Loro non lo chiamano ritiro
aprile 30, 2010
Baghdad, dal nostro inviato – Al settore militare dell’aeroporto internazionale di Baghdad – ex Saddam Hussein – la procedura è rimasta la solita, diffidente e irta di precauzioni. Poco prima dell’atterraggio l’aereo spegne di colpo tutte le luci, nella carlinga ne rimangono soltanto poche e rosse a illuminare le facce assonnate di un centinaio di soldati. Quando il portellone posteriore finalmente si abbassa i cento saltano a terra, camminano in fila indiana, fanno un lungo giro a U nel buio attorno all’aereo per evitare il getto ancora potente dei motori e dopo due minuti si infilano in un passaggio stretto nella muraglia di cemento accanto alla pista, tra i T-wall – le barriere prefabbricate che sono dappertutto – e i cubicoli con la scritta gialla “duck and cover”, buttati qui dentro e tieniti al riparo in caso di attacco. Ma è tutto qui. Dall’altro lato del settore militare ci sono già i bus pronti, i soldati devono prima aspettare all’aperto di recuperare le sacche, è “la prima di una serie infinita di attese noiose”, anche se non lo dicono proprio con queste parole. Un maxischermo trasmette “Avatar” e poi “King Kong”, la vecchia versione. Il clima generale è rilassato. Verso est, oltre le piste e le reti invisibili nel buio, c’è una linea bassa e luminosa: Baghdad. (continua…)
Dalla fine del Muro Berlino non si fida
aprile 30, 2010
Come avvenne con il fallimento di Lehman anche la crisi in Grecia pone uno scomodo interrogativo sull’adeguatezza della democrazia di fronte a fenomeni finanziari violenti, incontrollabili e indifferenti ai perimetri nazionali della politica. La scarsa capacità di analisi del problema greco, delle sue complesse interazioni e infine la debole capacità di decisione testimoniano l’imbarazzo e la lentezza delle democrazie in Europa. Dall’Asia arrivano già le osservazioni di chi ritiene che l’impasse europea sia una prova della superiorità dei sistemi autoritari.
La stessa cosa è già successa negli Usa. Nel 2008 l’allora ministro del Tesoro, Henry Paulson, fece fallire Lehman scatenando una crisi globale perché non voleva affrontare il Congresso che aveva già una volta bocciato un piano di salvataggio delle banche, l’estremo tentativo di Paulson fu un accordo extra-politico e non pubblico con l’inglese Barclays che fallì come era prevedibile.
La reticenza di Angela Merkel a partecipare al salvataggio greco è altrettanto significativa. Dal giorno della sua nomina, il voto in Vestfalia rappresenta l’appuntamento politico che determina le sorti di una coalizione nata male e cresciuta peggio. (continua…)
Nel Fatto è battaglia ad alta quota
aprile 30, 2010
I giornalisti esclusi ottengono da Padellaro, Travaglio & co. di entrare con piccole quote
Piatto ricco mi ci ficco. Ieri mattina si è svolta l’assemblea degli azionisti del Fatto quotidiano. Tra le varie questioni da dirimere, il malumore dei giornalisti non soci che hanno contribuito allo strepitoso successo del quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio, ma che non ne potrebbero dividerne gli utili. Nemmeno simbolicamente. Alla fine, dopo non poche polemiche interne, è venuta la decisione di aprire loro la possibilità di entrare con piccole quote nel libro soci. Le cederanno gli attuali possessori e non ci sarà l’aumento di capitale richiesto da Chiarelettere che avrebbe messo in difficoltà gli altri nel sottoscriverlo. In particolare Padellaro e Travaglio. (continua…)
L’industria delle patacche milionarie
aprile 30, 2010
I lavori di Hirst, Fabre e Cattelan valgono un tesoro anche se tecnicamente nulli. Così gallerie e musei pubblici creano “capolavori” a getto continuo usando metodi uguali a quelli della peggiore economia
di Jean Clair
In pittura, in scultura non esiste più «arte sacra», ma tutt’al più, con Cattelan, con i fratelli Chapman, Damien Hirst e tanti altri, sulla scia del Dada e del surrealismo, esiste un’arte del sacrilegio o della desacralizzazione.
Eppure esiste ancora una musica sacra: giovani compositori continuano a scrivere messe, requiem, persino opere metafisiche come, ad esempio, il Faust di Pascal Dusapin. Anche la danza non è mai stata così bella, affascinante e audace come oggi; tale qualità dipende da una perfezione fisica che forse nessuna epoca, salvo l’antichità, aveva mai raggiunto: corpi eleganti, muscolosi, sciolti, aerei, modellati dallo sport, dalla dieta, dall’allenamento. Non c’è niente di più bello, oggi, che vedere certi balletti «d’avanguardia». Si potrebbe proseguire: il canto lirico, stando alle vecchie registrazioni, sembra oggi più bello di un tempo, come se la voce si fosse migliorata, amplificata, rafforzata, perfezionata.
Il motivo è evidente: c’è ancora in queste discipline – e qui la parola «disciplina» acquista tutto il suo senso – un mestiere, una maestria del corpo lungamente, duramente, pazientemente appresa, una tecnica singolare insegnata e trasmessa, anno dopo anno. Nelle arti plastiche non c’è più mestiere. Non possono esserci master class di pittura semplicemente perché non c’è più maestria. Un tempo il pittore aveva i suoi allievi, gli apprendisti, i ragazzi di bottega: preparavano o terminavano, talvolta copiavano, i quadri del maestro. Ma che cosa si può «insegnare» oggi in una scuola di Belle Arti, che non ha più nulla da trasmettere se non i lacci del mercato? (continua…)
Quando il peso politico si misura in metri quadri
aprile 30, 2010
L’amore della Casta per il catasto: dagli attici della Prima Repubblica ad Affittopoli
Attico e superattico, luminosissimo e terrazzatissimo, zona Fontana di Trevi, equo canone, ma almeno Ciriaco De Mita teorizzava il diritto al privilegio per le classi dirigenti. Era l’88 e le cronache si adeguavano: un po’ divertite e appena appena scandalizzate. Il capo democristiano si era preso quattrocento metri (più cinquecento di terrazza) e si giocava a indovinare la data dell’inaugurazione, e che cosa avrebbe indossato la figlia Antonia, tutto lì. Saltò fuori che la casta aveva lottizzato il patrimonio immobiliare: ai comunisti i palazzi Inps, ai democristiani i palazzi Inpdai, e il trilocale all’amante e il bilocale al figliolo. Siccome forse il potere logora, ma il podere no, non c’era capocorrente che fosse stato privato della vantaggiosa locazione in centro storico: Nilde Jotti, Giuliano Amato, Giorgio La Malfa, il giovane Rutelli eccetera eccetera. Paolo Cirino Pomicino, in anni di Prima Repubblica, accolse i fotografi a casa, sempre attico e superattico, sempre luminosissimo e terrazzatissimo, kitch e sbalorditivo, stavolta affacciato su Posillipo e di proprietà, per offrire alla vista degli elettori un commensurabile esempio delle sue vette di gloria.
Dunque, siccome il peso di un uomo si calcola in metri quadrati e accatastamento, e da prima della domus aurea, l’immediata preoccupazione del leader è procurarsi un domicilio all’altezza, in ogni modo: in ossequio alle regole o con la truffa. Sulle modalità d’acquisto del ministro Claudio Scajola – appartamento con vista sul Colosseo – si stabilirà. Ma come dimenticare che il medesimo Scajola, nel 2007, in denuncia dei redditi aveva elencato undici immobili di proprietà? Il rischio, poi, è di essere impiccati alla medesima causa per cui si era ammirati: la reggia. Trasecolava, Claudio Martelli, quando da un giorno con l’altro la villa sull’Appia antica era diventata da simbolo di grandeur a simbolo di taccheggio. Era il terribile 1993, ma le cose non sembrano cambiare. (continua…)
Assediati dall’amianto, costi alti, niente regole
aprile 30, 2010
Le bonifiche si bloccano. nelle città ancora 32 milioni di tonnellate da smaltire. La fibra killer si nasconde ovunque, dal vano ascensore alla caldaia, dai tubi alla cappa. Non solo operai a rischio fra le 3 mila vittime annue
LE QUATTRO balle di lastre ondulate sono pronte per il viaggio. A vederle così, saranno tre metri per due, incapsulate dentro una museruola di cellophane speciale, sembrano un grosso pacchetto regalo bianco: un po’ sbilenco perché comprimere i fogli di eternit uno sull’altro non è proprio un inno alla geometria. Ci hanno appena spruzzato su un collante rosso, per evitare la dispersione delle fibre killer. “Questa roba va a Pomezia”, nell’unico sito di stoccaggio temporaneo del Lazio, dice Paolo, 41 anni, ex operaio edile, oggi cacciatore di amianto. Tuta, guanti, mascherina. Rimarranno lì pochi giorni. Poi via con i camion, Germania o Francia. “Là l’amianto lo rendono inerte e lo riciclano – spiega Davide Savelloni, proprietario di Assa, azienda romana specializzata nella bonifica di eternit – . Ci fanno le strade. In Italia al massimo si interra nelle poche discariche adatte. Ma i costi sono alti. E ricadono sulle tasche del cittadino che chiama. Quando presentiamo il preventivo, in tanti rinunciano”.
La bonifica era iniziata così. Roma, condominio di via Fleming. Centocinquanta metri quadrati di onduline da rimuovere. “Vede quel tetto rosso lassù? E’ di eternit. Vede la canna fumaria? È di amianto. E sotto quel solaio lo vede il cassonetto per l’acqua? Indovini un po’? Eternit”. Porteranno via tutto, ed è una notizia.
L’Italia, dati Cnr, “affonda” ancora dentro 32 milioni di tonnellate di materiale contenente amianto. Cinquecento chili per abitante. Due miliardi e mezzo di metri quadrati di coperture in eternit. Immaginate una città di 60 mila abitanti fatta di solo amianto. Una giungla di miliardi di fibre che, sino a quando non verranno smaltite, costi e pastoie burocratiche permettendo – è qui il punto – continueranno a essere una bomba a tempo sulla quale l’Italia siede nemmeno fosse sabbia tiepida. E intanto i morti d’amianto crescono: 3 mila vittime ogni anno per malattie correlate all’esposizione all’asbesto. Milleduecento casi di mesotelioma, una forma letale di cancro per il quale finora non è stata trovata una cura. Benvenuti nel Paese che non riesce oppure non vuole smaltire tutto l’amianto che, fino al ’92, ha spalmato ovunque. Sulle navi, sui treni, nelle fabbriche, nelle case, nelle palestre. Persino tra le scuole e gli asili. Da Bagnoli a Monfalcone, una firma indelebile. Ma chi si occupa della bonifica e dello smaltimento? Perché, a quasi vent’anni dalla sua messa al bando, è così complicato disinnescare l’amianto? (continua…)
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aprile 29, 2010Il Tintoretto – Il ritrovamento del corpo di San Marco – 1562/1566 – Pinacoteca di Brera Milano
aprile 29, 2010Agcomiche
aprile 29, 2010Ieri, come ha detto Fini che sta pure diventando spiritoso, il fratello dell’editore del Giornale ha espresso “la più convinta solidarietà a Fini per gli attacchi personali che quest’oggi il Giornale gli ha mosso” a proposito degli appalti Rai alla suocera di Fini perché “la critica politica, anche più severa, non può trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla hanno a che fare con la politica”. Stiamo parlando di Silvio Berlusconi. Da non confondere con Paolo che, com’è noto, è l’editore de Il Giornale talmente geloso dell’indipendenza della testata che – assicura Silvio – non permette a nessuno, meno che mai a Silvio, di influenzarne la linea. Infatti Silvio, rispondendo l’altro giorno a Fini, ha comunicato dolente che “io non parlo col direttore del Giornale e sul Giornale non ho alcun modo di influire”, ma se Fini volesse influire un po’ “potrebbe far entrare nella compagine azionaria un imprenditore suo amico”, perché lui, Silvio, pur non avendo alcun modo di influire, ha “convinto un mio familiare (una zia? Un cugino? Un nipotino? Il solito fratello Paolo?, ndr) a mettere in vendita il Giornale“. (continua…)
Spenta la fiamma tricolore, al pensiero di destra non è rimasto nulla
aprile 29, 2010
L’articolo di Pietrangelo Buttafuoco “Destra, ultima fermata”, ospitato sul Foglio del 29 marzo scorso, ha creato un grande dibattito in rete (dai blog a facebook). Molti i commenti e le reazioni: tra questi, la lettera di Tomaso Staiti di Cuddia a Buttafuoco, ripresa anche da FareFuturo, e l’analisi del professor Marco Tarchi, ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche di Firenze. Tarchi fu lo storico animatore, dalla fine degli anni Settanta, della cultura delle nuove sintesi nota come Nuova Destra. Autore di molti volumi, il suo ultimo libro è “La rivoluzione impossibile. Dai Campi Hobbit alla Nuova Destra” (Vallecchi, 370 pp, 18 euro).
Ne ha dette, di cose, Gianfranco Fini in questi ultimi giorni. E, come nel suo costume, non sempre le ha orientate nella stessa direzione. Esagera, probabilmente, chi sostiene che abbia fatto impallidire la fama di Togliatti in materia di doppiezza, quando gli rinfaccia l’andirivieni fra l’esaltazione del fascismo dei congressi missini degli anni Ottanta e le proclamazioni di segno opposto scaturite un ventennio più tardi, o gli chiede conto, nel pieno dell’offensiva dell’accoglienza e dell’apertura politica verso gli immigrati, della vena xenofoba venuta alla luce quando voleva accanto sul palco dei comizi Jean-Marie Le Pen e faceva mettere ovunque possibile tavolini per lanciare petizioni che urlavano l’imperativo del “tutti a casa loro”. Ma è certo che una vocazione a giocare su due tavoli il personaggio l’ha sempre dimostrata – basti pensare che, proprio quando faceva campagna contro l’immigrazione, si premurava di farsi premurare con una bambina di colore in braccio nell’oleografia degli auguri natalizi agli impavidi lettori del “Secolo d’Italia” – e non sembra propenso a smentirla adesso, se è vero che a Bondi minaccia “scintille in parlamento” per il governo e in tv giura che non si presterà a imboscate in quella sede.
Insomma, dare ascolto a quel che Fini dice, per chi vuole capire sul serio come funziona la politica non è consigliabile (né, del resto, è opportuno seguire alla lettera le dichiarazioni di qualsiasi esponente di partiti e coalizioni, non solo nel nostro paese; non per dar ragione per forza a Grillo, e per converso torto a Travaglio, ma pretendere che la politica si accordi con l’etica è far torto alla natura, all’esperienza e al buonsenso). Tuttavia, qualche frammento di sue dichiarazioni può servire a far luce su singoli aspetti di quegli atti della commedia umana che si svolgono nei palazzi istituzionali. E in questo senso si può leggere l’ammissione che gli è sfuggita in un dialogo fuorionda con Lucia Annunziata, quando, a proposito dei sodali di tanti anni non disposti a seguirlo ora sulla via della rottura di fatto con Berlusconi, ha detto che i suoi ex colonnelli “hanno solo cambiato caserma”. L’analisi è impeccabile. (continua…)



Piccola Posta di Adriano Sofri
aprile 30, 2010Il Foglio
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