LIBRI: LUDWIG WITTGENSTEIN, LETTERE A C. K. OGDEN, A CURA DI TIZIANA FRACASSI E LUIGI PERISSINOTTO, MIMESIS, PP. 130, EURO 12,00
LUDWIG WITTGENSTEIN, LEZIONI DI FILOSOFIA. 1930-1933, ANNOTATE E COMMENTATE DA GEORGE E. MOORE, A CURA DI LUIGI PERISSINOTTO, MIMESIS, PP. 136, EURO 12,00
Il primo libro non bisognerebbe averlo mai scritto, diceva Italo Calvino. Se questo può valere per la letteratura, in filosofia invece il primo libro è più facile che serva come bersaglio polemico da cui prendere criticamente le distanze. È successo a Wittgestein con il Tractatus logico-philosophicus che l’ingegnere-filosofo viennese definiva l’opera della sua vita: quello scritto di un’ottantina di pagine, scandite da una successione numerata di proposizioni (la settima ed ultima, divenuta ormai fin troppo famosa, diceva: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere»), cercava di tracciare i limiti del linguaggio, di quanto si può dire sensatamente.
Pubblicato in tedesco nel ’21, l’anno successivo apparve a Londra in edizione bilingue e con il titolo latino con cui sarebbe diventato famoso; sulle indicazioni fornite dall’autore in vista della traduzione inglese, preparata da Charles Ogden e dal giovane Frank P. Ramsey (promessa della logica matematica di Cambridge che morirà nel ’30 a soli ventisei anni), ci informano ora le Lettere a C. K. Ogden, tradotte dalle edizioni Mimesis. Consapevole dei rischi di fraintendimenti a cui si presta lo stile aforistico del Tractatus, Wittgenstein, che aveva studiato a Cambridge prima della Grande guerra, comprendeva anche la profondità dello scarto (tema sul quale si è soffermato il compianto Aldo Gargani) tra la cultura della finis Austriae e l’ambiente del gruppo di Bloomsbury a cui appartenevano i suoi estimatori inglesi, Bertrand Russell, J. M. Keynes e George E. Moore.
Convinto di «avere definitivamente risolto nell’essenziale i problemi», Wittgenstein si dedicò all’insegnamento nelle scuole elementari delle Alpi austriache. Non bastò l’incontro con alcuni studiosi del Circolo di Vienna, che si erano dedicati a una lettura sistematica del suo scritto, per indurlo a tornare alla filosofia. Quegli studenti cercavano nel «mistico – ciò che non poteva dirsi nei termini del rigore delle scienze e su cui il Tractatus invitava al silenzio – una conferma del loro rifiuto della metafisica; ma proprio questo era per Wittgenstein l’aspetto essenziale, quello etico: anche quando le scienze avessero dato risposta alle loro domande, non avrebbero comunque nemmeno sfiorato i problemi dell’esistenza umana.
Ramsey convinse Wittgenstein a tornare a Cambridge, dove ottenne il dottorato discutendo il Tractatus davanti a una commissione formata da Russell e Moore. Attratto dalla genialità e dalla profondità di analisi di Wittgenstein, Moore ne seguì le lezioni dal ’30 al ’33 e le sue annotazioni commentate (anch’esse proposte da Mimesis e sapientemente introdotte da Luigi Perissinotto), sono una fonte preziosa per comprendere il cammino che condurrà al «secondo» Wittgenstein, alla fase che troverà compiuta espressione nelle postume Ricerche filosofiche. Moore, difensore delle presunte verità del senso comune, ammise che ben poco gli risultava comprensibile dei pensieri di Wittgenstein; per quest’ultimo d’altra parte la certezza di quelle «verità» significava soltanto che le abbiamo elette a norme, pur sempre arbitrarie, del nostro operare con il linguaggio.
Venuta meno l’aspirazione del Tractatus a costruire un linguaggio che sia fedele rappresentazione del mondo, ispirato al modello del calcolo logico-matematico, bisogna prendere atto che nel linguaggio ordinario ogni proposizione è già in ordine così com’è. A Wittgenstein si attribuisce il merito (o la colpa) della «svolta linguistica» del pensiero del ’900, a lui si ispirano i sostenitori della filosofia analitica, ma anche qui non mancano incomprensioni e fraintendimenti. Wittgenstein diffidava del termine «analisi», perché induce a credere che in filosofia si possa scoprire qualcosa di nuovo, quando invece il lavoro di chiarificazione è in primo luogo un lavoro che mira a riportare le parole al loro uso quotidiano.
Gli imbarazzi (puzzles) filosofici sorgono infatti da confusioni nel modo di pensare dovute a false analogie suggerite dalle nostre espressioni. Così, la domanda che la filosofia si pone dai tempi di Socrate, «che cos’è?», ci porta a cercare un’essenza, una sostanza che corrisponda al sostantivo (come quando ci interroghiamo su cosa sia il tempo). Ma «l’essenza è espressa nella grammatica», cioè nelle regole che stabiliscono quali combinazioni di termini abbiano senso, quali mosse siano corrette. E i linguaggi, come i giochi, rimangono una molteplicità indeterminata, a cui non è sotteso un unico denominatore comune; c’è semmai una rete complessa di caratteristiche che si intrecciano e si incrociano. Non c’è dunque un concetto unitario, una definizione valida universalmente; tra i diversi «giochi linguistici» ci sono somiglianze, come tra gli individui che appartengono a una stessa famiglia. E non bisogna cercare le ragioni per le quali adottiamo le regole dei nostri giochi linguistici: semplicemente facciamo così, diranno le Ricerche, e il nostro sapere è senza fondamenti.
Mario Porro
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