La testimonianza di Giuliana Cardosi e il racconto su Fossoli di Mariagrazia Gerina

Giuliana Cardosi: “Mia madre ebrea deportata dai fascisti” da “Il Giornale”

Gentile dottor Cervi, le scrivo con tanta amarezza e pena dopo aver letto sul Giornale del 31 marzo la sua risposta alla lettera del signor Motta sulle leggi razziali in Italia durante il fascismo.
Ho 84 anni e sono una degli ultimi testimoni della Shoah. Con le mie sorelle, Marisa e Gabriella, ho dedicato tanti anni di vita per cercare di ricostruire la nostra tragedia familiare ed insieme trasmettere alcuni aspetti, forse poco conosciuti, della persecuzione antiebraica in Italia durante il fascismo. Attraverso la ricerca di testimonianze dirette e documenti originali di archivi (e con l’incitamento e la guida di eminenti studiosi), abbiamo cercato di stabilire un confronto tra le diverse norme legislative antiebraiche e la relativa applicazione non solo in Italia ma soprattutto in Germania e nei principali Paesi occupati d’ Europa. Nostra madre, Clara Pirani, era ebrea, nostro padre, Franco Cardosi «ariano», un «matrimonio misto» che venne proibito nello Stato italiano dall’art. 1 del Rdl 17 novembre 1938 – XVII n.1728. Nostra madre aveva dovuto lasciare l’insegnamento di ruolo nelle scuole elementari a Torino dal 10-12-1938 con i primi provvedimenti razziali. Il 7 marzo 1944 venne diramata dal capo della Polizia Tamburini a tutti i Capi delle Provincia della Repubblica sociale italiana la circolare del ministero dell’Interno 7-3-1944 n.3968/442 che escludeva dall’invio in Campo di Concentramento gli ebrei di famiglia mista. Ci illudemmo di essere salvi.
La nostra famiglia risiedeva a Gallarate (Varese) ove nostro padre era preside del Civico Liceo-Ginnasio. Soltanto due mesi dopo l’emissione della circolare del Ministero dell’Interno, il 12 maggio 1944, si presentarono alla nostra abitazione tre agenti inviati dalla Questura di Varese con l’ordine di arrestare nostra madre e noi tre figlie, la minore Gabriella aveva solo tre anni. Al Commissario di Pubblica Sicurezza che comunicò a nostro padre, che si trovava a scuola, di dover eseguire l’ordine di arresto per sua moglie e le tre figlie, papà rispose di eseguire l’ordine fino in fondo poiché, se la sua famiglia era colpevole, anch’egli l’avrebbe seguita. Dopo ripetuti contatti con la Questura di Varese venne infine ordinato agli agenti di arrestare Clara Pirani, ebrea, benché coniugata con rito cattolico a Franco Cardosi di razza ariana, ma non le figlie, Giuliana, Marisa e Gabriella, «poiché erano state erroneamente inserite nell’elenco». Strappata dalla sua casa, dal marito e dalle figlie, nostra madre venne immediatamente condotta alla Questura di Varese; qui il questore firmò l’ordine di traduzione a Milano al carcere di San Vittore dove la sera stessa venne trasportata e consegnata, alle SS del Comando di Polizia germanica del Carcere che ne rilasciava ricevuta.
Qui la mamma rimase dal 13 maggio al 9 giugno, quando venne trasferita al «Campo di Polizia e di transito» (Polizei und Durchgangslager) di Fossoli (Carpi); di lì il 1° agosto 1944 venne deportata con l’ultimo convoglio partito da Fossoli, prima dello sgombero del Campo, ad Auschwitz, donde non fece più ritorno.
La prassi nei confronti di nostra madre non venne certamente attuata in Italia «con lentezza indolente». Qui la persecuzione antiebraica giunse persino a superare quella nazista; infatti la politica razziale in Germania riservava ai «matrimoni misti», tanto più con figli, una condizione di privilegio. Si cercava infatti di non provocare reazioni da parte del coniuge ariano che avrebbe potuto fomentare disordini nella popolazione e minare l’enorme sforzo bellico di energie impegnate sul fronte militare e nel lavoro. Uno degli esempi più noti: la protesta delle donne ariane nel febbraio del ’43 sulla Rosenstrasse a Berlino che, gridando insulti contro la Gestapo per l’arresto dei loro mariti ebrei, costrinsero Goebbels a liberarli.
Tornando all’Italia la persecuzione degli ebrei «puri» non si allontanava, nella attuazione, da quella nazista se consideriamo, come esempio fra tanti, il caso dei coniugi Lattes-Colombo: strappati dal letto nell’Ospedale Maggiore di Niguarda a Milano per ordine del capo della Provincia di Varese e di Milano e fatti uscire dall’Ospedale per essere consegnati alla polizia germanica. Così risulta dalla motivazione della sentenza del processo Bassi svoltosi dal 20 al 25 gennaio 1947 presso la Corte d’Assise straordinaria di Milano. Sulla questione dei Campi di Concentramento in Italia occorre sottolineare che il Campo di Polizia e di Transito (Polizei und Dürchgangslager) di Fossoli (Carpi), ove furono raccolti quasi tutti gli ebrei arrestati durante la Repubblica sociale italiana, se non era Campo di Sterminio ne era tuttavia l’anticamera. Venne sgomberato dei pochi ebrei rimasti «i non deportabili» tra cui era anche nostra madre, con l’ultimo convoglio partito per la Germania il 1° agosto 1944. Fino al 30 aprile 1945 rimase in funzione a Trieste la Risiera di San Sabba. «Lager di Transito e di Detenzione» utilizzato per internarvi ebrei: uomini, donne, bambini e prigionieri politici. A San Sabba vennero eliminate sul posto da quattro a cinquemila persone.

Mariagrazia Gerina: “La memoria si è fermata a Fossoli, campo sosta prima di Auschwitz” da “L’Unità”

E all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare ». Fossoli 22 febbraio 1944 data l’istantanea dell’ orrore scattata da Primo Levi, un attimo prima di salire con gli altri 600 internati sul convoglio che li porterà ad Auschwitz. Sembra di vederli ancora quei pannicelli chiari che sventolano per la campagna emiliana trasformata in universo concentrazionario. Mentre si spegne il lamento che le donne tripoline avevano intonato per l’intera notte. C’era voluta la bonifica, subito dopo la Grande guerra, per strappare quelle zolle alle paludi, evento celebrato nel giugno del ’22 con tanto di visita del re. Ma, dopo la nascita della Repubblica di Salò, nel giro di poche settimane quel fazzoletto di terra nel modenese era diventato il principale campo di transito per ebrei, partigiani, prigionieri politici, operai da deportare negli altri campi di concentramento e di sterminio del Reich. Scelto per la posizione isolata e per la ferrovia che dalla vicina cittadina di Carpi puntava verso il Brennero. «Ecco che superiamo Verona, Trento, Bolzano. Ecco il Brennero: noi guardiamo il mondo che ci circonda dalla piccola feritoia del carro bestiame», la ripercorre tappa per tappa Luciana Nissim, «partita da Fossoli di Carpi (Modena) la mattina del 22 febbraio 1944, con alcuni fra i miei più cari amici, Vanda Maestro, Primo Levi, Franco Sacerdoti». Lei e Primo, tutti e due torinesi, laureata in medicina lei, in chimica lui, si erano uniti ai partigiani ed erano stati subito catturati. Quello su cui salirono era il primo convoglio di ebrei italiani che partiva da Fossoli. «Il trasporto venne formato a Carpi: eravamo 50-60 persone in ogni carro bestiame», racconta ancora Luciana in un libriccino di fortuna, stampato già nel 1946 con un titolo eroico Donne contro il mostro. Una delle prime testimonianze della Shoah in Italia (la prima edizione di Se questo è un uomo è di un anno dopo, 1947), destinata però a restare a lungo sepolta. Sembra già tutto scritto, tutto già ricordato, oggi, ma la memoria è stata ed è un lavoro incessante lavoro. È per questo che oggi siamo. Ad imparare come si fa memoria da Fossoli, dove sessantacinque anni dopo la Liberazione, sulle tracce dei circa 5mila ebrei, resistenti, prigionieri politici, operai, che vi furono rinchiusi, si spingono bambini, ragazzini delle scuole, uomini, donne. Quasi quarantamila visitatori l’anno. Un popolo memorioso, che qui, portato per mano dalle guide (giovani, anziani, volontari), impara di strato in strato ad aguzzare la memoria. Un lavoro di scavo. Il primo strato, subito dopo la guerra, lo posò su Fossoli la piccola comunità di Nomadelfia. Ancora una istantanea del campo, scattata nel ’47 da Norina, una delle «mamme di vocazione» che con don Zeno Saltini decise di occupare l’ex campo di concentramento per dare una casa agli orfani: «Io fui una delle prime a visitare i capannoni: tutto parlava di una grande tragedia. Le figure e le scritte sui muri, certe frasi… qualcuno aveva disegnato tragedia vissute. Mi sembrava di vedere una via crucis ». Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, poi, Fossoli diventa campo per i profughi giuliano-dalmati, in fuga forzata dall’Istria. Le baracche vengono ristrutturate, fanno spazio alla scuola, all’ambulatorio, alla chiesa. Il Villaggio San Marco verrà smantellato nel 1970. E solo nell”84 il sito verrà ceduto all’amministrazione comunale, che comincia a progettarne il recupero come luogo di memoria. Dal ’96 è la Fondazione ex Campo Fossoli, promossa dal Comune e dagli Amici del Museo Monumento, a portare avanti questo preziosissimo lavoro. È grazie a loro che oggi Fossoli è cantiere permanente della memoria.

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Una Risposta to “La testimonianza di Giuliana Cardosi e il racconto su Fossoli di Mariagrazia Gerina”

  1. felice anelito pasquali Says:

    perche non si fa indagine chi ha fatto scomparire gli registri dal 1946 1947 ? siamo tutti stupidi ?

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