Scajola, storia di un ministro al di sotto di ogni sospetto

Settanta giorni in carcere prima di essere assolto, gli insulti a Marco Biagi, la parentopoli a Imperia e ora gli interrogativi per mezzo milione di euro provenienti dalla “cricca”: ma uno come lui può ancora stare al governo?

“Certo, c’è bisogno di una moralità più forte, ma anche di non destabilizzare il sistema”. Quando in febbraio a finire sotto inchiesta era stato Nicola Di Girolamo, il senatore abusivo entrato in Parlamento grazie ai voti della ‘ndrangheta e a falsi documenti che attestavano la sua residenza all’estero, il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, aveva invitato tutti alla prudenza. Gli italiani si stavano riprendendo a stento dalle rivelazioni sul sistema di appalti truccati che ruotava attorno a una serie di ex stretti collaboratori del sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso, che adesso si apriva un altro fronte. Così Scajola, 62 anni, era apparso preoccupato. E aveva paventato il rischio destabilizzazione. Molti pensavano che si riferisse al sistema politico e a quello economico. Ma in realtà, come si comincia a intuire adesso, Scajola parlava di se stesso. Sì, perché intorno a “u ministru”, come lo chiamano nel suo feudo elettorale del Ponente Ligure, ruota un vero e proprio sistema – elettorale e familiare – che finora lo ha salvato da qualsiasi rovescio. E che oggi, c’è da giurarlo, lo salverà anche dall’accusa di aver intascato un assegno da mezzo milione di euro gentilmente offerto nel 2004 da uno degli uomini della “cricca” che si era raggrumata dalle parti della Protezione civile: l’architetto Angelo Zampolini, alter ego e forse testa di legno del costruttore Diego Anemone.

Certo, in un altro Paese (anzi in altri paesi), di fronte a un sospetto del genere, un ministro come lui che lo scorso anno ha gestito fondi per cinque miliardi destinati a incentivi a fondo perduto e contributi alle imprese private, non resterebbe sulla sua poltrona un minuto di più. Anche perché Scajola è pure di fatto lo sponsor, assieme al premier Silvio Berlusconi del grande affare dei prossimi 15 anni: il ritorno delle centrali nucleari. Un po’ troppo insomma per non chiedersi se, in tempi di ristrettezze economiche, non sia il caso di sostituirlo con qualcuno che non abbia l’imbarazzo di dover spiegare i motivi per cui il suo splendido appartamento romano con vista sul Colosseo sia stato acquistato, secondo i pm, anche con soldi in nero, gentile dono della cricca.

Ma Scajola, spesso soprannominato Sciaboletta dai giornali per la non slanciata statura, è assieme a Giulio Tremonti l’uomo più influente del governo. Ha saputo collezionare deleghe pesanti come Attività produttive, Comunicazioni e Commercio con l’estero e, soprattutto, ha dimostrato nel tempo di essere fatto d’acciaio. La politica, del resto, ce l’ha nel sangue. Anzi nell’albero genealogico. La sua famiglia ha regalato a Imperia tre sindaci dc: il padre Ferdinando (costretto a dimettersi negli anni ’50 perché sospettato di aver favorito il cognato per un posto di primario), Alessandro, e infine lui, Claudio, nel 1982. L’anno seguente, però, Scajola è già in manette. Arrestato dai carabinieri per ordine dei giudici milanesi che indagavano sullo scandalo dei casinò: una storia nera di clan mafiosi siciliane che han messo le mani sulle case da gioco di Sanremo e Campione d’Italia, accordandosi con i politici locali. Scajola è accusato di essersi incontrato in Svizzera il 20 maggio del 1983 con il sindaco di Sanremo e il conte Borletti – che aspirava al controllo del casinò sanremese – e di avergli chiesto 50 milioni a titolo di “rimborso spese” per l’impegno profuso dai politici di Imperia e Sanremo. Settanta giorni a San Vittore. Lui si difende ammettendo di aver visto Borletti – ma solo perché nominato tra i saggi incaricati dal partito di capire che cosa stava accadendo intorno al casinò – e dicendo di aver chiesto al conte non tangenti, ma un maggiore equilibrio politico nella gestione della casa da gioco. Alla fine lo assolvono. Si fa rieleggere sindaco, poi nel ’95 si ricandida con una lista civica. Di Forza Italia, alleata con An, non ha una grande opinione: “Sono solo dei fascistelli”. Poi cambia idea e passa con loro.

Carriera folgorante. Berlusconi lo promuove responsabile organizzativo, lui in pochi anni trasforma il partito di plastica in una macchina da guerra. E intanto incensa il capo. “Berlusconi è il sole al cui calore tutti vogliono scaldarsi”, dice serio, ricordando a tutti di aver ricevuto “l’incarico di lavorare affinché il presidente possa essere fiero del movimento che ha creato”. Nel 2001 arriva il premio: ministro dell’Interno. Per la prima volta siede così al Viminale un uomo che ha conosciuto le patrie galere dal di dentro e non durante le consuete visite umanitarie. Scajola si allarga. “Nel giro di due anni manderemo in pensione la carta d’identità cartacea. La nuova carta elettronica potrà sostituire anche la tessera elettorale” promette nell’estate del 2002 parlando di un progetto (mai realizzato) costato alle tasche dei contribuenti 36 milioni di euro. È il (provvisorio) canto del cigno. Subito dopo ecco l’indimenticabile frase che gli costerà il posto: “Marco Biagi? Era solo un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”, dice a chi gli chiedeva come mai, nonostante le insistenze, al giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse il suo ministero non avesse dato la scorta.

Poco male. Pochi mesi dopo è di nuovo ministro prima come responsabile dell’Attuazione del programma e poi (2005) allo Sviluppo economico. Il via vai nei dicasteri ha delle importanti conseguenze ad Albenga, dove esiste un piccolo aeroporto. Tutte le volte che “u ministru” diventa tale, viene inaugurata la tratta per Roma. Inizialmente si vola con Alitalia, anche se, secondo un’interrogazione parlamentare il record massimo di passeggeri raggiunge solo quota 18. Poi, dopo la prima sospensione, si passa ad AirOne che fruisce, per la cosiddetta continuità territoriale, di contributi pubblici messi a disposizione dal governo. Quindi arriva Prodi e tutto si ferma, per ricominciare nel 2008.

Meglio va con le carriere dei familiari che, al contrario degli aerei, sono sempre in volo. Qualche esempio: suo fratello Alessandro, ex segretario generale della Camera di Commercio di Imperia, è vicepresidente della banca Carige. L’altro fratello Maurizio è l’attuale segretario generale di Unioncamere Liguria. Mentre Marco (figlio di Alessandro) è vicesindaco di Imperia e neo consigliere regionale. Poi c’è la moglie, Maria Verda, insegnante di storia dell’arte in una scuola superiore. In università la signora Scajola è diventata vicepresidente di un master sul turismo alla facoltà di economia. Per tenere il corso erano necessarie almeno 18 iscrizioni (circa 2.700 euro l’una). Alla fine sono state 26. Quindici erano quasi interamente coperte da una borsa di studio. Chi pagava? Il contribuente. O meglio Promuovitalia, braccio operativo del dicastero dello Sviluppo. Sì proprio quello di Claudio, il potente ministro che davanti agli scandali difendeva il sistema e chiedeva serio “una moralità più forte”.

Peter Gomez

Antefatto

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2 Risposte to “Scajola, storia di un ministro al di sotto di ogni sospetto”

  1. Giancarlo Says:

    Aggiornamento: leggo oggi sull’unità che gli assegni intascati per l’acquisto dell’appartamento,erano due per un totale di 900.000 euro girati a favore di Barbara e Beatrice Papa.proprietarie dell’appartamento.
    Luogo dell’operazione: Ministero per lo sviluppo economico!!!!!

  2. aer92 Says:

    Andatelo a dire a quelli che ancora lo votano e a tutti gli italiani onesti, che ogni giorno lottano ad armi impari per sopravvivere, portati allo sfascio da questa classe politica che incurante continua a farsi beffa delle problematiche del popolo, e quelli della lega che dell’onestà ne fanno una bandiera! dove sono bossi e company?meditate gente meditate.

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