Dai campi al computer il miracolo di un secolo

di Valerio Castronovo

2010 anno di compleanni centenari. La Confindustria taglia il traguardo del secolo, come la Nazionale azzurra di calcio, nata negli stessi giorni dell’associazione industriale. La prova dei campioni dello sport nel Mondiale in Sudafrica, la prova per i campioni del lavoro e dell’impresa nel campionato globale sui mercati, ogni giorno. Lo storico Valerio Castronovo ripercorre per il Sole a partire da oggi, le tappe centrali della storia dell’industria italiana, in un viaggio emozionante nell’avventura che ci ha portato dall’Italia povera dei campi al miracolo economico. Nel maggio 1910, quando vide i natali a Torino la Confindustria, l’Italia aveva iniziato la rincorsa ai paesi più avanzati affrancandosi da una condizione d’infantilismo economico che, sino al volgere dell’Ottocento, sembrava condannarla, nell’età dell’acciaio e del vapore, al ruolo di un paese fornitore per lo più di derrate agricole e di alcuni semilavorati.
Al crescente sviluppo di un’industria non più in fasce e allevata per molto tempo grazie soprattutto al protezionismo doganale e a varie sovvenzioni pubbliche, avevano contribuito, da un lato, i benefici effetti derivanti da una favorevole congiuntura internazionale (per via della ripresa su vasta scala degli scambi e degli investimenti nonché dell’introduzione di nuovi procedimenti tecnici); e, dall’altro, l’avvento nel nostro paese di un sistema creditizio su modello tedesco orientato a sostenere il finanziamento della grande industria e delle infrastrutture di base, l’incremento del mercato interno e dei consumi assicurato in parte dai progressi dell’agricoltura padana a conduzione capitalistica, gli sviluppi dell’elettrificazione e un più efficace intervento dello stato a favore di una svolta industrialista.

Ma se allora fu possibile mettere a frutto questi e altri fattori propulsivi, lo si dovette alla comparsa in scena di una nuova classe imprenditoriale, più dinamica e risoluta, tendente a far valere i propri diritti di cittadinanza rispetto alla grande proprietà fondiaria e ai gruppi d’affari legati a doppio filo con l’alta finanza straniera.
Da Giovanni Agnelli a Giovan Battista Pirelli, da Ettore Conti a Camillo Olivetti, da Guido Donegani a Giorgio Enrico Falck, a Cesare Pesenti, ciò che li accomunava, al di là dei loro singoli caratteri e interessi personali, era l’intenzione d’imporre l’industrializzazione come modello alternativo alla vecchia società rurale, sulla base dei principi e delle dinamiche dello sviluppo capitalistico.
D’altra parte essi avevano quale loro modello d’elezione i paesi industriali più evoluti (dalla Germania alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti) dove avevano compiuto il loro apprendistato o s’erano recati per rendersi conto direttamente delle novità in corso di realizzazione.
E i settori in cui stavano affermandosi erano in sintonia con le più recenti innovazioni tecnologiche e l’ampliamento della domanda: dall’automobile alla gomma, dall’elettricità alla meccanica di precisione, dalla chimica all’elettrosiderurgia, alla fabbricazione del cemento.
Insieme a questi e altri imprenditori (che avrebbero dato vita da allora a dinastie industriali di spicco) aveva cominciato a farsi le ossa un nucleo di “figli del lavoro”, emersi, dalle file dell’artigianato e dei capi-operai, a titolari di piccole e piccolissime aziende, grazie alle loro cognizioni e al loro talento.
Di certo, nei recinti dei loro opifici vigeva un codice rigoroso, che esigeva dai dipendenti un’obbedienza silenziosa e incondizionata, alla stessa stregua di quella imposta ai propri famigliari per cui ciascuno di loro e ogni loro avere dovevano concorrere a far marciare le macchine e alle fortune dell’azienda. Ma, anche per questa via, come rilevava Luigi Einaudi, si stavano formando «più fresche e solide energie produttive».
Se il Mezzogiorno, salvo il distretto siderurgico e cantieristico partenopeo, era rimasto legato per lo più a un’agricoltura di sussistenza, anche perché afflitta dalla sopravvivenza in numerose zone del latifondo, il Nord-ovest appariva a quel tempo una sorta d’«Inghilterra d’Italia», per dirla con il leader socialista riformista Filippo Turati.
D’altro canto, s’era venuto stabilendo, durante il nuovo corso liberal-riformista dei governi di Giovanni Giolitti, un patto tacito fra la grande industria e la principale organizzazione sindacale, la Confederazione generale del lavoro (sorta nel 1906), che annoverava nelle sue file un’aristocrazia operaia, di operai di mestiere professionalmente qualificati. E ciò in funzione dell’espansione delle ciminiere e della crescita dell’occupazione.
In effetti, la remunerazione in termini reali delle maestranze nell’industria manifatturiera crebbe fra il 1901 e il 1913 di circa il 26% rispetto a un aumento del reddito nazionale pari al 17 per cento. E, mentre vennero via via riconosciute le Commissioni interne operaie, si giunse in alcune imprese alla stipulazione dei primi contratti collettivi di lavoro.

È pur vero che alla vigilia della Grande guerra la quota dell’industria nel Pil non superava il 25%, ma era cresciuta di quasi sei punti rispetto al 1911, gli investimenti in impianti e attrezzature si erano moltiplicati di circa tre volte, e l’industria manifatturiera si era sviluppata a un ritmo tale da raddoppiare il volume della sua produzione, mentre il numero degli addetti era già salito nel 1911 a oltre 2,3 milioni di unità, quasi il doppio rispetto al 1903.
A imprimere questo passo di marcia più spedito ai vari settori industriali erano stati, in pratica, una costellazione di imprese piemontesi, lombarde e liguri e alcuni complessi disseminati fra l’Emilia, la Toscana e l’Umbria.
Di fatto, il Nord-ovest da solo concentrava nel 1911 oltre la metà del potenziale industriale italiano e vantava indici di produzione e di occupazione nelle fabbriche e nelle attività terziarie non molto dissimili da quelli del Nord-est francese, della Svizzera, del Belgio e della Germania Centro-occidentale.
A Milano, il cuore dell’incipiente “triangolo industriale”, Ettore Conti annotava fin dal 1906 nel suo Taccuino come i principali imprenditori avessero acquisito posizioni di rilievo nella vita pubblica non più da comprimari ma da protagonisti.
Al loro confronto, «la nostra aristocrazia – osservava – ha mantenuto, insieme con una certa larghezza di mezzi, le abitudini di signorilità, ma la sua influenza sociale è enormemente diminuita: pochi sono quelli che contano nella vita della produzione, della politica o del pensiero».

Il Sole 24 Ore

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