Archivio per giugno 2010

Che affare fondare un partito

giugno 30, 2010

Nell’articolo: nel 1993, ultimo anno prima che il finanziamento pubblico venisse abolito da un referendum, lo Stato versò ai partiti poco più di 80 miliardi delle vecchie lire, pari a meno di 45 milioni di euro di oggi. Nel 2008 i rimborsi elettorali assegnati ai nuovi partiti per le elezioni politiche sono stati più di 503 milioni di euro, dieci volte di più

Marcello Sorgi per “La Stampa

La querelle irrisolta tra Antonio Di Pietro e il suo vecchio socio fondatore di «Italia dei valori» Elio Veltri, che lo accusa di aver organizzato una truffa sui rimborsi elettorali, appropriandosi di una parte di quel che lo Stato ha versato al suo partito per interessi personali, non accenna a finire. Ma al di là delle responsabilità che toccherà alla magistratura accertare (Di Pietro si dice sicuro anche stavolta, come in precedenza, di un’archiviazione), il caso ha messo in evidenza un aspetto non secondario della crisi della politica.  (continua…)

Pierre-Auguste Renoir, 1881, Ragazze in nero, Museo Puškin, Mosca

giugno 30, 2010

Luiss, parte l’assalto a 50 mln di euro

giugno 30, 2010

Guerra tra Marcegaglia e Montezemolo per lo scrigno dell’ateneo

Nell’articolo: Nel composito business della società ci sono anche le locazioni immobiliari (che nel 2009 hanno fatturato 136.650 euro), la locazione dei campi sportivi (89.910 euro) e la vendita dei libri Luiss University Press (43.920 euro)

Stefano Sansonetti per “ItaliaOggi

La posta in palio è elevata, per una serie infinita di motivi. Non ultimo quello economico. La Luiss, l’università di Confindustria, custodisce al suo interno uno scrigno che vale la bellezza di 50 milioni di euro. Una parte, circa 37 milioni, è costituita da titoli e partecipazioni varie, il resto, più o meno 12,5 milioni, è rappresentato da liquidità in cassa. Questo ennesimo tesoretto, che si aggiunge ai 232 milioni di partecipazioni in pancia a viale dell’Astronomia (vedi ItaliaOggi del 16 giugno scorso), permette di capire ancora meglio l’entità dello scontro che sta andando in scena tra il numero uno degli industriali, Emma Marcegaglia, e il suo predecessore, Luca Cordero di Montezemolo. Quest’ultimo, almeno per il momento, siede ancora sulla poltrona di presidente del consiglio di amministrazione della Libera università internazionale degli studi sociali Guido Carli. Ma sullo stesso scranno, secondo una consolidata tradizione confindustriale, vorrebbe andare a sedersi l’attuale presidente di viale dell’Astronomia, la Marcegaglia stessa. Un attrito sfibrante, che qualche tempo fa aveva addirittura prodotto un tentativo di compromesso. Si tratta del cosiddetto «lodo Abete-Regina». In pratica Luigi Abete, ex numero uno degli industriali e consigliere di amministrazione della Luiss, in compagnia di Aurelio Regina, oggi presidente degli industriali di Roma ma candidato forte alla successione della Marcegaglia, avevano messo sul piatto una proposta: consentire al past president di viale dell’Astronomia di occupare la presidenza dell’Ateneo confindustriale, in una sorta di alternanza. Proposta che evidentemente non piace molto alla Marcegaglia, intenzionata a far valere la tradizione (senza contare che Regina e Abete sono più vicini a Montezemolo). (continua…)

Quanto ci costa il porto voluto da Scajola

giugno 30, 2010

Per il progetto di Bellavista, Caltagirone spese quintuplicate

Nell’articolo: Soltanto la Cgil, guidata allora da Claudio Porchia, tentò di sollevare la questione. Scajola replicò: “Caro Porchia, non sei il sindaco di Imperia, sei il capo di un gruppo parassitario che non conta un tubo e non prende un voto”

Ferruccio Sansa per “ilfatto

Neanche gli stadi dei Mondiali forse c’erano riusciti: il nuovo porto turistico di Imperia, fortissimamente voluto da Claudio Scajola, sarebbe costato cinque volte più del previsto. È scritto nel documento della Commissione di Vigilanza e Collaudo finito alla Procura di Imperia. “E’ necessario – scrivono i tecnici – osservare che l’ultimo certificato di pagamento emesso stima in 145,8 milioni il costo delle opere marittime, valore assolutamente non congruo rispetto al progetto approvato, il cui costo in fase di progettazione era stato stimato in maniera considerevolmente inferiore (29,3 milioni)”.

La colata di cemento
I riflettori si accendono ancora una volta su quest’opera faraonica: 1.440 posti barca più 117 appartamenti. Il tutto realizzato dall’Acquamare di Francesco Bellavista Caltagirone (non indagato), noto anche per aver partecipato alla cordata Alitalia sponsorizzata dal Governo. L’Acquamare a sua volta detiene il 33 per cento della società Porto di Imperia spa. Un altro terzo è del Comune di Imperia. L’ultima fetta è in mano a imprenditori locali tra cui risultava anche Pietro Isnardi, consuocero di Alessandro Scajola, fratello dell’ex ministro, ma soprattutto suocero di Marco Scajola, fino a pochi mesi fa vicesindaco della città.
Il nuovo scalo è forse la più grande colata di cemento in una Liguria dove i porticcioli – benedetti da centrodestra e centrosinistra – sono stati il cavallo di Troia per milioni di metri cubi di costruzioni. Proprio quel porto di cui Angelo Balducci era stato nominato commissario. E la presenza nella Riviera dei Fiori di uno dei protagonisti delle indagini sulla Cricca sta attirando sul progetto l’attenzione delle procure. Non soltanto di quella imperiese. Gli investigatori stanno valutando molti elementi, “come il mancato svolgimento di gare di evidenza europea”. (continua…)

«Tutto il sesso (segreto) sotto l’ombra del Vaticano»

giugno 30, 2010

Nell’articolo: E c’è poi la storia di Maronzia, una senatrice romana che fu figlia di papi, amante di quattro papi, madre, nonna e bisnonna di pontefici. Possiamo considerarla una vera e propria papessa»

Luciana Cimino per “L’Unità”

Diciassette papi pedofili, dieci incestuosi, dieci ruffiani, nove stupratori. E poi ancora pontefici sposati, omosessuali, travestiti, concubinari, sadici, masochisti, voyer. Nei giorni in cui la Corte Suprema Usa stabilisce che i preti possono essere processati per i reati di pedofilia e non si placano le polemiche per le perquisizione predisposte dalla magistratura belga nelle sedi episcopale del paese (definite da benedetto XVI «deplorevoli») esce in Italia per le edizioni Ponte alle Grazie il nuovo libro di Eric Frattini, giornalista, professore universitario a Madrid, autore di saggi sui sistemi spionistici tradotti in tutto il mondo. Frattini, originario di Lima, torna a occuparsi della chiesa cattolica con il documentatissimo “I papi e il sesso”. (continua…)

BLA-BLA-BLATTER

giugno 30, 2010

C’È DEL MARCIO NELLA FIFA – VIAGGIO NEL REGNO DEL DITTATORE DEL CALCIO MONDIALE SU CUI NON TRAMONTA MAI L’OMBRA DELLA CORRUZIONE: PER L’ELEZIONE DEL 2002 C’È CHI CONFESSÒ DI AVER RICEVUTO 100MILA $ PER VOTARLO – CHI PROVA A BUTTARLO GIÙ DALLA TORRE NON DURA A LUNGO – E ORA CHE IL MONDIALE SUDAFRICANO HA GENERATO PROFITTI RECORD, PUÒ GIOCARE CON TUTTI AL GATTO COL TOPO…

Nell’articolo: Il suo sogno è il premio Nobel per la Pace: mica male, detto da un despota

Roberto Beccantini per “La Stampa

Non ho mai corrotto, non sono mai stato corrotto e non lo farei mai». Firmato, Jospeh Sepp Blatter, ex colonnello svizzero di 74 anni, presidente della Fifa dal 1998. Dicono tutti così, gli gnomi che hanno sposato il potere. La Fifa (letteralmente, Federazione internazionale delle associazioni di calcio) abita a Zurigo, ed è l’Onu del pallone, 207 «figli» da nutrire e istruire. Blatter vi entrò nel 1975, e da allora non è stato più possibile rimuoverlo. Politicamente rampollo di Joao Havelange, il brasiliano alla cui scuola si era formato e di cui prese il posto, il colonnello è un uomo senza scrupoli.

Oggi che la Fifa ha chiuso il 2009 superando per la prima volta il miliardo di dollari di ricavi, con profitti record di 169 milioni, e che dai diritti tv e gli sponsor del Mondiale in Sudafrica ha ricavato 3,4 miliardi di dollari, il 50% in più rispetto al bottino di Germania 2006, può permettersi di giocare al gatto col topo con tutti. Lo ha sempre fatto, gli è sempre piaciuto, anche se ha sempre rischiato. (continua…)

Argentina ’78: la tragedia a pochi passi dai campi di calcio

giugno 30, 2010

Mentre il Paese vive con trasporto i mondiali di calcio, si consuma l’Auschwitz argentino. Militari, calcio e legittimazione internazionale. Testimonianze di una pagina dolorosa per la storia dell’umanità

Nell’articolo: Nel 1976, un colpo di Stato militare rovesciò il governo di Isabel Martínez de Perón, alla guida del paese dopo la morte del marito Juan Domingo Perón tornato trionfalmente dall’esilio tre anni prima. Una volta assunto il potere, i generali affermarono di aver salvato la nazione dalla «dissoluzione e dall’anarchia» e di aver assunto la conduzione dello Stato in ottemperanza delle loro «obbligazioni permanenti»

Raffaele Nocera per “Limes

Strani tipi sotto casa (Firenze, Le Lettere, 2002, pp. 109) è il titolo del racconto dell’argentino Antonio dal Masetto, suggeritomi da un collega, Loris Tassi, docente di Letteratura ispanoamericana all’Orientale di Napoli. Il libro narra la storia di Pablo, giornalista solitario e un po’ scontroso, ed è ambientato a Buenos Aires, in Argentina. Siamo nel giugno del 1978 e il paese vive con grande trasporto il mondiale di calcio. Il giorno prima della finale tra la squadra di casa e l’Olanda (finita 3-1 per gli argentini) Pablo si accorge che, appunto, degli strani tipi sono sotto casa sua. Non sa se sono lì per lui, per spiarlo e tenerlo sotto controllo, o più semplicemente per sorvegliare il quartiere affinché “l’ordine e la disciplina” regnino sovrane in una città – e in una nazione – allora al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.

In realtà, non sa nemmeno chi siano e che cosa ci facciano all’angolo del palazzo in cui vive. Ma ciò basta a mandarlo nel panico, a costringerlo a dubitare di sé e della vita che conduce, a rovinargli l’esistenza. Attorno a lui si crea il vuoto, i suoi più cari amici lo abbandonano, preoccupati di essere immischiati in una vicenda che può costare loro molto caro. Al suo fianco rimane solo Ana, amica e amante, che con Pablo condivide anche le paure e il senso di scoramento e frustrazione per una violenza silenziosa e orribile che senza avvisarti e senza che tu abbia fatto alcunché un bel giorno può abbattersi su di te e spazzarti via come una mosca. (continua…)

Legalizzare la cocaina?

giugno 30, 2010

In America un libro prova ad aprire il delicato dibattito e affrontare il fallimento delle strategie attuate finora. Il ragionamento si basa su due punti: la guerra alla droga ha sempre fallito, e il traffico rafforza la criminalità

Nell’articolo: Sulle controindicazioni della legalizzazione, come il possibile monopolio delle case farmaceutiche e quindi l’insufficiente controllo da parte dello Stato, Feiling si dice fiducioso che le nazioni abbiano imparato dall’esperienza tabacco: secondo lui, se si tornasse indietro nel tempo i governi non darebbero di nuovo in mano ad aziende private l’industria delle sigarette.

da “ilpost

Negli Stati Uniti il dibattito sulla legalizzazione della marijuana è sempre più vivo e l’opinione dei cittadini americani sta pian piano cambiando, mentre in Gran Bretagna è stato recentemente approvato l’uso della cannabis per scopi terapeutici e la campagna è guidata da anni dal settimanale Economist, non sospettabile di estremismo fricchettone. In nessuna delle due nazioni, però, la legalizzazione della cocaina è per il momento nemmeno pensabile.

Tom Feiling, giornalista inglese, cerca di far crescere la discussione con il libro che ha da poco pubblicato negli Stati Uniti, Cocaine Nation: How the white trade took over the world, in cui espone le conclusioni a cui è arrivato dopo mesi di ricerche e studi del problema. Conclusioni che si sintetizzano così: per risolvere i problemi legati al commercio della droga bisogna legalizzare la cocaina.

Feiling ha parlato con produttori, spacciatori e consumatori di cocaina. È stato in Colombia — un posto che conosce bene, in cui ha girato Resistencia: Hip-Hop in Colombia, film vincitore di diversi premi — per studiarne la coltivazione e l’uso, seguendo i traffici di cocaina fino alle strade di New York. Come tiene a far notare nell’intervista a Salon, la sua non è una provocazione ma una proposta concreta. (continua…)

Così i camalli affondarono la democrazia dell’alternanaza

giugno 30, 2010

Il 30 giugno di cinquant’anni fa i portuali misero a ferro e fuoco Genova. Le violenze minarono il governo di centrodestra e il possibile cambiamento

Nell’articolo: L’Msi ebbe l’infelice idea di celebrare il suo congresso a Genova, città antifascista con un forte movimento sindacale e comunista. Di fronte alle minacce della sinistra, il Prefetto di Genova aveva saggiamente proposto di spostare il congresso missino a Nervi. Ma social-comunisti, Anpi, Cgil e portuali non accettarono il compromesso; volevano cogliere il pretesto del congresso missino per abbattere il governo di centro-destra. Sarà proprio Sandro Pertini (che perfino il suo compagno di partito Pietro Nenni considerava un violento) ad accendere il fuoco della rivolta con il «discorso del brichettu» (il fiammifero) del 28 giugno

Marcello Veneziani per “Il Giornale

Se cercate la scatola nera della sinistra italiana, potrete trovarla nel porto di Genova. Là, esattamente cinquant’anni fa, in un giugno più caldo del presente, la sinistra sfregiò la democrazia e fece cadere un governo legittimamente uscito dalle urne con un moto violento di piazza. Sto parlando dei ganci di Genova, come furono chiamati in gergo missino i micidiali ganci usati dai portuali comunisti, i feroci camalli che scesero in piazza per impedire lo svolgersi di un regolare congresso nazionale del Msi. Oggi tv e giornali ricordano i fatti di Genova con un sottinteso epico, quasi a celebrare un’epopea partigiana di giustizia e libertà. Affiorano rievocazioni nostalgiche di quel clima, in cui perfino le auto bruciate e le magliette a strisce dei portuali sono ricordate con tono elegiaco da commosso amarcord. E invece quell’evento che Aldo Moro definì «il più grave e minaccioso per le istituzioni» dalla nascita della Repubblica italiana, fu un vero e proprio golpe di piazza che tardò la nascita di una democrazia matura fondata sull’alternanza, resuscitò gli spettri della guerra civile e alimentò nella destra frustrata rigurgiti di neofascismo e sogni di golpe. Il principale testimonial e istigatore di quell’evento, con Umberto Terracini, fu Sandro Pertini, che ritrovò in quella mobilitazione lo spirito bellicoso della lotta partigiana, non accorgendosi che si trattava di una mobilitazione violenta contro un pacifico congresso ed un legittimo governo liberal-democratico. Era l’epoca del governo Tambroni, il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi. Il Paese viveva il boom economico, ormai pacificato, la violenta contrapposizione tra fascismo e antifascismo si era spenta, e anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita (salvo poi riaggravarsi a Cuba), assopendo l’antitesi comunismo-anticomunismo. Non era ancora stato eretto il Muro di Berlino. (continua…)

Nella Lega è iniziata la lotta dei capi per il dopo-Bossi

giugno 30, 2010

Tutti presi – a destra e a sinistra – dalla discussione sul dopo-Berlusconi, tema che ci accompagna (inutilmente e ossessivamente) da almeno un quindicennio, ci siamo dimenticati di un fatto assai semplice: che un dopo arriva, prima o poi, per tutti i protagonisti della scena pubblica. Ad esempio anche per Bossi (anche per Fini, certo, ma oggi parliamo di Bossi). Non si tratta beninteso di biologia, ma di politica. Non c’entra, in questo caso, il fisiologico e inesorabile trascorrere del tempo, che prima o poi colpisce chiunque, non c’entrano la malattia e il declino fisico, che semmai Bossi lo hanno rafforzato e ricoperto di un’aura speciale, c’entra invece l’esaurirsi non meno fisiologico e inevitabile di un ciclo o di una stagione

Nell’articolo: Nel Carroccio attuale ci sono molte anime e sensibilità: quella forcaiola e vagamente xenofoba di Borghezio e quella istituzionale e pragmatica del ministro Maroni, quella secessionista perché anti-italiana e quella federalista nel nome del “buon governo”.

Alessandro Campi per “Il Riformista

Il più grande dei leader, per quanto amato e rispettato, per quanto forte e potente, prima o poi deve fare i conti con chi gli sta intorno, con le loro ambizioni e aspettative, con le loro differenti vedute, con i cambiamenti di scenario storico e politico, con l’affacciarsi all’orizzonte di nuove sfide e questioni. E quando quel momento si avvicina, quando si comincia a respirare l’aria di un possibile o imminente o necessario cambiamento, le dinamiche politiche che si mettono in moto in seno a qualunque realtà organizzata sono sempre le stesse: incomprensioni, conflitti di personalità, contrasti e sgambetti, prove di forza, faide interne, il disordine che annuncia un ordine nuovo. La Lega ovviamente non è ancora a questo punto estremo. E Bossi è un leader ancora oggi adorato dal suo popolo e rispettato (nonché temuto, vista la fine fatta in passato dai dissidenti) dai suoi diretti seguaci. È il solo capo politico per il quale si possa utilizzare, senza alcuna inutile enfasi retorica, il termine carisma; che nel suo caso è interamente politico, non nasce dalla ricchezza o dalla forza possedute, ma dal corpo e dalle parole, dalla carica radicalmente innovativa del suo progetto politico.

Immaginare la Lega senza Bossi, della quale è stato non solo il fondatore, ma sin qui l’anima, il demiurgo e il simbolo, che ancora oggi egli governa con pugno di ferro e grande accortezza tattica, è ancora più difficile che immaginare, oggi o domani, un centrodestra senza Berlusconi. Già il solo parlarne pubblicamente è come violare un tabù, significa mettersi contro una base militante che lo adora e che di certe cose nemmeno vuol sentire parlare. Ma ciò che sta accadendo da qualche tempo all’interno del Carroccio – i contrasti e le divisioni, i malumori e le oscillazioni di linea politica, i colpi bassi e i giochi di potere di cui ieri ha dato conto il Giornale di Feltri – dimostra che il pensiero su cosa accadrà nella Lega dopo Bossi in realtà attraversa la mente di molti dirigenti e ne condiziona sempre più i comportamenti e le scelte. La successione a Berlusconi, raccontano i giornali, si è aperta da un pezzo. E sono tanti – da Tremonti a Fini, da Alfano a Formigoni – coloro che ambiscono a contendersela. Ma con ogni evidenza si è aperta anche la corsa a chi, nel prossimo o lontano futuro, prenderà il posto di Bossi. (continua…)

Niente pasticci in salsa greca

giugno 30, 2010

Nell’articolo: Quando per tenere a galla un paese si usano soldi pubblici, quei fortunati investitori i cui crediti sono prossimi a maturare spesso se la cavano senza scotto alcuno da pagare, giacché gli aiuti di Fmi o Ue consentono di pagarli in toto. Quando però subentra un eventuale default, le perdite per i creditori rimasti sono molto più gravi, perché i creditori pubblici si prendono la prima fetta di ciò che rimane. In parole povere, quindi, le ristrutturazioni ben pianificate e strutturate – come si sono viste in Pakistan e in Ucraina nel 1999 e in Uruguay nel 2002 – sono per la maggior parte dei creditori privati, per la nazione debitrice e per le istituzioni multilaterali molto meglio di un raffazzonato salvataggio in extremis

di Nouriel Roubini per “Il Sole 24 Ore”,

(Traduzione di Anna Bissanti)
© THE FINANCIAL TIMES

È giunto il momento di ammettere che la Grecia non sta soffrendo soltanto di una crisi di liquidità: sta per affrontare per di più una crisi di insolvenza. Le agenzie di rating hanno iniziato a declassare il suo debito pubblico a livello di spazzatura, mentre la settimana scorsa gli spread sui bond sovrani greci hanno raggiunto nuove vette. Il piano di salvataggio in extremis da 110 miliardi di euro approvato a maggio dall’Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale posticipa soltanto l’inevitabile default.

Al contrario, ciò che serve assolutamente e adesso è una ristrutturazione ben strutturata del debito pubblico della Grecia.
Le misure di austerity che la Grecia ha acconsentito a firmare per ottenere il salvataggio in extremis impongono un drastico aggiustamento fiscale del 10% del Pil. Ciò protrae la recessione del paese, lasciandola con un rapporto tra indebitamento pubblico e Pil pari al 148% entro il 2016. A questi livelli, è alquanto probabile che basti anche una scossa minima per innescare un’ulteriore crisi debitoria. Per stabilizzare il rapporto debito-Pil entro il 2016 nelle economie più avanzate saranno anche necessari misure e accorgimenti improntati al rigore – come concordato dal G-20 lo scorso week end – ma nel caso della Grecia questa “stabilizzazione” di fatto sarebbe insostenibile.
Si mettano a confronto la Grecia odierna e l’Argentina del periodo 1998-2001, contrassegnato da una crisi che culminò in un default molto sregolato. Il deficit fiscale dell’Argentina all’inizio era pari al 3% del Pil, mentre quello della Grecia è del 13,6 per cento. Il debito pubblico argentino era pari al 50% del Pil, mentre quello greco è del 115% e continua a crescere. Infine, l’Argentina aveva un deficit delle partite correnti pari al 2% del Pil, mentre quello della Grecia è del 10 per cento. Se l’Argentina è stata insolvente, la Grecia lo sarà due volte o perfino tre volte tanto.
Quanti sostengono che la Grecia possa evitare una ristrutturazione del debito rammentano i precedenti ingenti tagli fiscali ordinati da paesi quali Belgio, Irlanda e Svezia negli anni Novanta. Simili esempi, tuttavia, sono irrilevanti, giacché quelle ristrutturazioni ebbero luogo su periodi più lunghi e in periodi di crescita economica. (continua…)

L’anello di congiunzione

giugno 30, 2010

Nell’articolo: Intrattiene rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo del sodalizio criminale, tra i quali Stefano Bontate, Girolamo Teresi, Ignazio Pullarà, Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Giuseppe Di Napoli, Pietro Di Napoli, Raffaele Ganci, Salvatore Riina

Giuseppe D’avanzo per “La Repubblica

UNA sentenza ripete per la seconda volta, in appello, una verità tragica: Marcello Dell’Utri, l’uomo che ha accompagnato passo dopo passo, curva dopo curva, tutt’intera l’avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi è stato un amico dei mafiosi, l’anello di un sistema criminale, il facilitatore a Milano degli affari e delle pretese delle “famiglie” di Palermo, prima del 1980. Dei Corleonesi, almeno fino al 1992 quando cadono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Se sarà confermata dal giudizio della Cassazione, è una “verità” tragica perché ricorda quanto le fortune del Cavaliere abbiano incrociato e si siano sovrapposte agli interessi mafiosi e rammenta come – ancora oggi – possa essere vigoroso il potere di ricatto di Cosa Nostra su chi governa, sui soci di Berlusconi, forse sullo stesso capo del governo. È stupefacente, alla luce di queste osservazioni, il vivamaria che minimizza, ridimensiona, sdrammatizza l’esito della sentenza di Palermo. Come naufraghi al legno, ci si aggrappa – uno per tutti, lo spudorato Minzolini retribuito con pubblico denaro – alla riduzione della pena di due anni. Dai nove del primo grado ai sette anni di oggi, contro gli undici chiesti dall’accusa in appello. La decisione della corte conclude infatti che “dal 1992 ad oggi, il fatto (il soccorso offerto da Dell’Utri a Cosa Nostra) non sussiste”. Prima di affrontare ciò che la sentenza esclude, è un obbligo esaminare ciò che i giudici confermano.

Per farlo, è utile riproporre, liberato dal groviglio di gerundi, il capo di imputazione che la sentenza approva e punisce. Sono parole così chiare e aspre che saranno accantonate per prime dal dibattito pubblico e dai ministri del culto di Arcore. (continua…)

Forza Italia masfiosa? Una bufala

giugno 30, 2010

La corte d’Appello di Palermo abbatte i falsi teoremi montati dai professionisti dell’antimafia. Altro che mandanti occulti o politica collusa: Dell’Utri è estraneo alle trattative con i boss

Nell’articolo: Dell’Utri non ha avu­to niente a che fare con Pro­venzano, come sosteneva In­groia nell’aula di Giustizia e ripeteva in televisione anche recentemente il ventriloquo Massimo Ciancimino, rac­contando che l’aveva saputo da quel sant’uomo del padre defunto; e non ha avuto nien­te a che fare con i fratelli Gra­viano, come questi hanno raccontato a Gaspare Spatuz­za a un tavolino del bar Do­ney a via Veneto a Roma. Del­l’Utri non ha mai “trattato” con Cosa nostra, né coi “mo­derati”, né con gli “stragisti”, né per conto di Silvio Berlusconi, né all’insaputa di Ber­lusconi, il Cavaliere “incon­sapevole”, per fare un parti­to che conquistasse il Paese e lo consegnasse “nelle ma­ni” della mafia

Lino Jannuzzi per “Il Giornale

C’è un pubblico ministero a Palermo che non merita le reprimenda che Silvio Berlusco­ni di solito fa ai magistrati poli­ticizzati. Si chiama Antonino Gatto ed è il procuratore gene­rale che al processo d’appello contro Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per concorso esterno in asso­ciazione mafiosa, ha chiesto non solo di confermagli la con­danna, ma di aumentargli la pena da nove anni ad undici. E tuttavia l’ha fatto senza mai nascondere qual era il vero obiettivo della procura.

Fino all’ultimo, quando, concludendo e ri­volgendosi ai giudici che sta­vano per entrare in camera di consiglio, ha detto: “Dove­te prendere una decisione storica, non solo dal punto di vista giudiziario, ma per il no­stro Paese. Voi potete contri­buire alla costruzione di un gradino salito il quale, forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare ac­certare le responsabilità che hanno insanguinato il no­stro Paese… C’è un dovere che attiene al modo di essere giudici. Non ci si può ferma­re al rapinatore che fa la pic­cola rapina. Qui è il potere che viene processato, un po­tere che ha tentato di condi­zionare e di sfuggire al pro­cesso”.

Con grande sincerità, o se si vuole con eccessivo cando­re, il procuratore Gatto ha svelato pubblicamente che a Palermo stanno processan­do Dell’Utri da tredici anni non per i suoi presunti rap­po­rti con qualche mafioso ti­po Vittorio Mangano, lo “stal­liere di Arcore”, come si può processare “un rapinatore che fa una piccola rapina” ­ma come occasione e prete­sto per processare il “pote­re”, e un potere responsabile delle stragi “che hanno in­sanguinato il Paese”, cioè per processare Berlusconi e il suo partito, colpevoli di aver trattato con la mafia e averle dato mandato di fare le stragi per aprirsi la strada per il governo e il potere: la condanna chiesta per Del­l’Utri doveva essere solo un “gradino” per poi salire gli “altri scalini” per inchiodare alle loro responsabilità Ber­lusconi e i suoi accoliti. (continua…)

I poteri forti come alibi

giugno 30, 2010

Nell’articolo: L’Economist propone ironico di separare il Sud dall’Italia associandolo alla Grecia in uno Stato denominato «Bordello »? Raffaele Lombardo ribatte che il magazine è «espressione dei Poteri Forti della globalizzazione »

Gian Antonio Stella per “Il Corriere della Sera

IPoteri Forti hanno smesso finalmente di interferire col basilico della Riviera? Il silenzio della Cia (non l’Intelligence: la Confederazione Italiana Agricoltori), che diede la tessera di socio onorario al governatore genovese «come apprezzamento per le iniziative assunte a difesa del pesto e del basilico liguri» contro l’Europa «suddita dei Poteri Forti», rassicura. Almeno su quel fronte, forse, non si avvistano complotti.

Per il resto, dicono gli archivi di questi mesi, siamo immersi negli intrighi.
Quando Roberto Calderoli accusa generici Poteri Forti («non sono così ben definiti da poterli nominare per nome e cognome…») di essere «impegnati in una manovra nella quale il Corriere della Sera sta ricoprendo una parte di spicco», non solo sopravvaluta forse quei poteri che spesso sono divisi e qualche volta impotenti. Ma arriva in coda a centinaia di denunce così allarmate e contrastanti da commentarsi da sole. (continua…)

«Restituite i soldi dati a Propaganda Fide»

giugno 30, 2010

La Corte dei Conti cita i vertici di Arcus per la ristrutturazione voluta da Sepe

Nell’articolo: La conclusione del magistrato è lapidaria: «Allo stato nessun luogo dell’edificio – non soltanto la Pinacoteca, per la quale vi è espressa asserzione di non completamente, ma anche le parti che dovrebbero essere ultimate da anni quali l’area museale, la cappella dei Re Magi e la biblioteca lignea del Borromini – è aperta al pubblico

Fiorenza Sarzanini per “Il Corriere della Sera

La Corte dei Conti chiude l’istruttoria sul palazzo di Propaganda Fide a piazza di Spagna e chiede il risarcimento del danno erariale ai vertici di Arcus, la società ministeriale che ha erogato cinque milioni di euro per la ristrutturazione. Un avviso a dedurre è stato notificato dieci giorni fa al direttore generale Ettore Pietrabissa, al direttore amministrativo e finanziario Gianluca Colabove e alla responsabile del progetto Francesca Nannelli. I giudici contabili confermano così la tesi della procura di Perugia che ritiene illegittima la concessione della somma alla Congregazione all’epoca guidata dal cardinale Crescenzio Sepe. L’alto prelato, attuale arcivescovo di Napoli, e stato indagato dai pubblici ministeri umbri per corruzione insieme all’allora ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi. L’ipotesi dell’accusa è che ci sia stato un vero e proprio scambio di favori: il politico avrebbe concesso il finanziamento dopo aver comprato da Propaganda Fide il palazzetto di via dei Prefetti pagandolo 3 milioni di euro, cioè un terzo del suo valore effettivo.

I lavori pregressi
Agli alti funzionari la Corte dei Conti contesta ora di aver concesso il denaro «accollandosi lavori che in realtà erano già stati effettuati», ma soprattutto di non aver preteso «il rispetto dei termini» della Convenzione stipulata con l’Istituto religioso. E per dimostrarlo ricostruisce la vicenda sin dal 1˚ marzo 2005 quando «il prefetto della Congregazione (Sepe ndr) trasmetteva al ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi copia del progetto dell’area Museale al fine di accedere al finanziamento, precisando che il Museo sarebbe stato aperto al pubblico». Costo previsto: 13,8 milioni di euro per la ristrutturazione dell’intero palazzo e 5.572 milioni di euro per quella della pinacoteca. Scrive il magistrato: «Con nota del 21 ottobre 2005 il capo di gabinetto del ministro Lunardi segnalava per un esame prioritario in vista dell’imminente riunione del Cda di Arcus alcuni progetti, tra i quali quello in questione. E il direttore generale di Arcus, in sede di audizione personale, evidenzia la non frequente prassi seguita nell’occasione dal ministero. Tra gli atti c’è anche un’altra nota del 31 gennaio 2006 del direttore centrale Carolina Botti dalla quale si evince l’interessamento diretto del ministro Lunardi alle convenzioni firmate, tra le quali quelle in esame». (continua…)


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