Günter Grass, Beckenbauer e Kohl due grandi fanfaroni

Parla il premio Nobel: le promesse non mantenute della Germania, le spine di Obama, gli autogol della democrazia

Nell’articolo: “La vecchia generazione della Ddr era passata da una dittatura all’altra, dal nazionalsocialismo allo stalinismo. Non aveva pratica nelle cose democratiche. Si è proceduto in modo sbrigativo e così questo processo è stato accorciato, o si è pensato di poterlo accorciare, in maniera inaccettabile”

ALBERTO SINIGAGLIA da “La Stampa
Vent’anni fa, mentre ancora si ripulivano le macerie del Muro di Berlino, caduto a fine ’89, cominciava un futuro sognato: la riunificazione delle Germanie, la fine della guerra fredda e delle dure contrapposizioni ideologiche. Ma che cosa è stato fatto? E che cosa è rimasto incompiuto in Germania, in Italia, in Europa? Cerca risposte il festival Passepartout «1990. Oltre il Muro», ad Asti da oggi a domenica. Tra i molti protagonisti, Sergio Romano, Achille Occhetto, Valerio Zanone, Gian Enrico Rusconi, Massimo Cacciari, Sergio Chiamparino, Emanuele Macaluso, Domenico Fisichella, Enrico Mentana, Ferruccio De Bortoli, Domenico Siniscalco, Giorgio Forattini, Emilio Giannelli, Fabrizio Cicchitto, Riccardo Barenghi, Stefano Bartezzaghi, Inge Feltrinelli. Questa sera la testimonianza di Günter Grass in una videointervista di Alberto Sinigaglia che sarà poi diffusa, in lingua originale, dal Goethe Institut. Ne offriamo uno stralcio in anteprima, nella traduzione di Enrico Ganni. Per informazioni: www.passepartoutfestival.it www.bibliotecastense.it

LUBECCA
Günter Grass accende e riaccende tabacco danese nella pipa inglese, guarda il bosco nel quale si nasconde la sua casa poco distante da Lubecca e si raccomanda, cortese: «Non parliamo troppo di politica». Va bene incominciare dalla natura e dal calcio? Sorride. Va bene.

Il 1° luglio 1990, Kohl, alla tv, disse che con la riunificazione la Ddr si sarebbe trasformata in un «paesaggio fiorente». Franz Beckenbauer, appena vinto il campionato di calcio come allenatore della nazionale tedesca, spiegò che la Germania sarebbe stata «imbattibile» per molti anni. Due pessimi profeti, non crede?
«Inizio dal calcio: così come la Germania occidentale si è annessa quella orientale senza che sorgessero fiorenti paesaggi, così i giocatori della Ddr sono stati comprati da squadre occidentali. Anche nel calcio si è verificata, e continua a verificarsi, una sottrazione di energie; per esempio, nella Bundesliga non è rimasta nemmeno una squadra della Repubblica Democratica Tedesca. Due grandi fanfaroni, sia il signor Kohl sia il signor Beckenbauer. Le realtà è diversa, se solo si è disposti a osservarla con attenzione».

In Il mio secolo lei descrive la gioia che provò quando seppe della caduta del Muro. Poi prese le distanze.
«Prima parliamo della gioia. Non ho mai dubitato che un giorno o l’altro il Muro sarebbe caduto e che a quel punto si sarebbe presentata l’occasione di tornare insieme. Ma sono sempre stato consapevole che i tedeschi per quarant’anni erano stati divisi, che avevano biografie diverse, che avevano potuto progredire o dovuto regredire nelle differentissime condizioni imposte dagli alleati, in base a realtà storiche del tutto diverse e di conseguenza con progetti diversi da individuo a individuo. E invece si è proceduto in modo sbrigativo e andando contro la Costituzione, nella quale era stato stabilito che in caso di unificazione si sarebbe dovuto elaborare una nuova Costituzione di tutto il popolo tedesco». 

E questo non è mai avvenuto.
«È avvenuto tutto attraverso il cosiddetto articolo dell’annessione, e tutto su misura dell’Occidente. E questo è stato l’aspetto deludente. Poi si è aggiunta l’Amministrazione fiduciaria, che ha operato al limite della legalità e nell’arco di tre anni ha del tutto eliminato quel poco di fragile struttura economica che esisteva nella Repubblica Democratica. Non c’è stato alcun tentativo di risanare le industrie importanti e di trasferirle in seguito all’industria privata, come ad esempio si è fatto all’inizio della Repubblica Federale. La conseguenza è che attualmente i nuovi Länder devono ancora essere sostenuti a livello economico, che da allora si è creato un mostruoso debito pubblico – è questo uno dei motivi per cui i debiti della Germania sono così aumentati -, che i giovani dei nuovi Länder se ne vanno in Occidente dove trovano lavoro, e che nei paesi, nelle città più piccole, ma anche in quelle grandi, rimangono soprattutto gli anziani. È un’evoluzione funesta che a tutt’oggi nessuno ferma».

Si è detto che con la caduta del Muro avrebbe avuto inizio il futuro. Quale futuro vede o teme?
«Beh, su questo tema ho scritto il romanzo È una lunga storia, quindi non vorrei rispondere solo nelle vesti del cittadino che reagisce a livello politico. Non credo ci possa essere una risposta a livello nazionale. Ci dobbiamo confrontare a livello mondiale con problemi che in questa dimensione in passato non c’erano, a cominciare dai cambiamenti climatici, dall’esplosione demografica che ancora perdura, con una crescente miseria negli Stati del cosiddetto Terzo mondo, soprattutto in Africa. Sono problemi noti da molti anni, per risolvere i quali non si fa abbastanza – si passa da una conferenza all’altra, di decisioni non se ne prendono. E in più c’è il fatto, e ce ne accorgiamo anche oggi tutti i giorni, che l’economia reale, ossia i luoghi dove si lavora, dove si creano prodotti, si è staccata dall’economia finanziaria».

Due economie avversarie?
«L’economia finanziaria ha un’esistenza propria, un’esistenza distruttiva, tanto che si può dire che il capitalismo, l’ultima ideologia rimasta, mancando un nemico, che non esiste più da quando non c’è più l’Unione Sovietica, è in procinto di distruggere se stesso. Tutto ciò avviene parallelamente, a una velocità incredibile. E mi pare di poter dire che di fronte a questi processi la politica si consideri impotente, non riesca a prendere decisioni e non sia capace di affrontare i problemi che ad esempio Obama ha posto. Anche per Obama del resto, che pure ce la mette tutta, è difficile: si pensi a Wall Street o alle lobby internazionali che non solo co-governano in tutto il mondo, ma anzi mettono gli accenti decisivi. Sono tutte cose che travalicano la nostra idea di democrazia e che fanno sì che la democrazia stessa si renda ridicola».

Nella testa dei tedeschi il muro esiste davvero ancora?
«Nella popolazione dell’ex Ddr cresce la delusione perché ancora oggi per quanto riguarda gli stipendi e le pensioni si sentono trattati da tedeschi di serie B. All’inizio della guerra fredda, la Germania occidentale potè approfittare del Piano Marshall. Quella orientale non ebbe niente di simile: anzi, sino agli Anni 80 la Repubblica Democratica Tedesca è stata sfruttata economicamente dall’Urss. La cosa giusta da fare nel 1990 sarebbe stato aumentare le tasse facendo in modo che l’economia si riprendesse e che la popolazione dell’Est avesse la possibilità di praticare una cosa che noi in Occidente avevamo dovuto faticosamente apprendere: la democrazia. La vecchia generazione della Ddr era passata da una dittatura all’altra, dal nazionalsocialismo allo stalinismo. Non aveva pratica nelle cose democratiche. Si è proceduto in modo sbrigativo e così questo processo è stato accorciato, o si è pensato di poterlo accorciare, in maniera inaccettabile. E adesso la situazione è questa, ci troviamo di fronte al fatto che la gente non va a votare, che è delusa, che ha un atteggiamento di sfiducia nei confronti della politica».

In ottobre compirà 83 anni. La vecchiaia la fa soffrire?
«No, per niente, no. Finché non è accompagnata da malattie dolorose, la vecchiaia è una strana, nuova esperienza. Implica un concentrarsi sull’essenziale, non è più necessario avere riguardi, si può dire quel che si vuole. È anche un modo diverso di percepire la natura: quando ero giovane il cambio delle stagioni era un fatto scontato, adesso osservo che ogni anno sono immensamente contento quando percepisco che sta per iniziare e che sto per vivere una nuova primavera».

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