L’ORRIBILE CASO SLÀNSKIJ

Nell’articolo: «La riabilitazione di Slànskij – scrive Togliatti al capo del partito cecoslovacco Antonin Novotny – venendo pochi giorni prima (delle elezioni), darebbe luogo a una campagna forsennata contro di noi. Tutti i temi più stupidi e provocatori dell’anticomunismo verrebbero messi al centro dell’attenzione pubblica. Vi prego di differire la pubblicazione a dopo le nostre elezioni»

Ugo Finetti per “Il Giornale

Quando Gustaw Herling scrisse che a differenza degli ebrei che vennero perseguitati da Hitler come «razza», le vittime di Stalin potevano essere anche comunisti a lui fedeli, autorevoli intellettuali come Cesare Segre dalle colonne del Corriere della Sera – era il giugno 1999 – lo accusarono di utilizzare parole che «fanno venire i brividi»: Herling indicava nella Shoah, in contrapposizione all’arbitrio stalinista, una causa precisa e così facendo finiva col giustificare i lager nazisti. «Dunque Herling protesta a ragione contro l’illegalità degli arresti e la mancata imputazione di colpe precise ai deportati dei Gulag; mentre gli pare che l’essere ebreo, zingaro od omosessuale costituisca una motivazione in qualche modo valida per quelli dei Lager» (Segre). Herling in realtà affermava che lager e gulag «sono gemelli. Ed è essenziale dirlo e capirlo perché altrimenti si sottovalutano i Gulag».
Un documento che «fa venire i brividi» – però a favore della tesi di Herling – è il racconto lasciato dalla vedova di Rudolf Slànskij su come il marito, salito nel dopoguerra al vertice del regime comunista cecoslovacco fino ad essere segretario generale del partito, venne improvvisamente incriminato, processato e giustiziato nel 1952 con grottesche accuse di cospirazione. Il testo ora pubblicato in Italia a cura di Curzia Ferrari (Josefa Slànska, Slànskij, 1952. Processo & impiccagione di un gerarca comunista, Ares, pagg. 160, euro 15) ricostruisce la vicenda a partire dall’improvviso arresto a Praga al termine di una cena a casa del capo del governo cecoslovacco Antonin Zàpotocky. 
La documentazione sul «caso Slànskij» è rimasta sconosciuta in Italia. Vi fu scarsa attenzione anche nel 1968, durante la Primavera di Praga, quando vennero resi noti gli atti di quel processo: le carte furono pubblicate da una piccola casa editrice milanese nell’indifferenza generale. In Italia è ancora molto forte quel che Furet ha definito «il pregiudizio positivo» sul comunismo inteso come movimento di bene intenzionati; ebbene, la disinformazione sul «caso Slànskij» riguarda uno dei capitoli più imbarazzanti: l’antisemitismo comunista. 
Stalin non era antisemita ed aveva appoggiato la nascita dello Stato di Israele. Ma, dopo la rottura con Tito, il leader dell’Urss temeva il ripetersi di altre insorgenze nazionaliste nei Paesi europei appena conquistati. I sospetti si concentrarono sui dirigenti ebrei inizialmente valorizzati proprio per la sicura estraneità al collaborazionismo filonazista. Stalin, preoccupato anche dalle manifestazioni di massa organizzate al di fuori del Pcus in occasione dell’arrivo di Golda Meir a Mosca, individuò negli ebrei il potenziale nucleo di un’identità autonoma. Lo stesso Slànskij, avvertendo gli umori di Stalin, aveva cercato di rassicurarlo ordinando la cancellazione di ogni segno di ebraismo e l’abbandono del nome ebraico anche a scrittori come Eduard Goldstucker. Ma Stalin colpì gli ebrei Paese per Paese a cominciare dallo scioglimento, con uccisioni e incriminazioni, del Comitato Antifascista Ebraico dell’Urss e dalla messa fuori legge della Federazione sionista ungherese. Quindi toccò ai vertici dei partiti: da Traico Kostov, ex segretario del partito cecoslovacco, e Ana Pauker, numero due del partito e ministro degli Esteri di Sofia, al ministro degli Esteri ungherese Laszlo Rajk fino a Wladislav Gomulka che già arrestato si salvò, al pari dei «medici terroristi» ebrei arrestati a Mosca all’epoca del caso Slànskij, perché Stalin morì prima del processo.

La vicenda di Slànskij è indigesta in Italia anche perché solleva la questione della «corresponsabilità» del Pci. Togliatti conosceva Slànskij con cui aveva lavorato a Mosca nello stesso ufficio del Komintern e lo sapeva innocente. È al segretario del Pci in visita a Praga che Josefa fa consegnare un disperato appello. Il leader del Pci non solo non le risponde, ma prende parte attiva alla campagna contro l’ex segretario dei comunisti cecoslovacchi. Fu tale l’esposizione di Togliatti e del Pci che quando nel 1963 a Praga viene decisa la riabilitazione di Slànskij, il «Migliore» invia una lettera per chiedere che nulla trapeli prima delle imminenti elezioni politiche: «La riabilitazione di Slànskij – scrive Togliatti al capo del partito cecoslovacco Antonin Novotny – venendo pochi giorni prima, darebbe luogo a una campagna forsennata contro di noi. Tutti i temi più stupidi e provocatori dell’anticomunismo verrebbero messi al centro dell’attenzione pubblica. Vi prego di differire la pubblicazione a dopo le nostre elezioni». Il Togliatti «italiano» non era diverso da quello «moscovita».

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