1925, quando il re fermò Mussolini

Nell’articolo: Inaspettatamente il re gli oppose un fermissimo e secco rifiuto. “Sono stato educato secondo principi liberali. Sono assolutamente democratico, per natura e convinzione. Ho giurato sulla Costituzione e i Savoia non sono mai stati spergiuri. Non firmerò mai”

Roberto Festorazzi per “Avvenire

Benito Mussolini, dopo il discorso parlamentare del 3 gennaio 1925, quello in cui rivendicò la propria responsabilità politica e morale nel delitto Matteotti, tentò di instaurare la dittatura, con un colpo di mano. A sorpresa, la mattina seguente, il duce si presentò dal re con un decreto di scioglimento del Parlamento che prevedeva anche l’arresto di tutti i parlamentari dell’opposizione.

Ma Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmarlo, con un’energia senza precedenti. Solo nell’autunno del 1926, dopo il quarto fallito attentato al capo del governo, il sovrano abbassò il capo di fronte alle “leggi fascistissime” che introdussero la dittatura abolendo i partiti e facendo decadere i deputati di opposizione. Il clamoroso retroscena, destinato a cambiare i libri di storia, emerge dalle pagine inedite di un documento straordinario, il memoriale di Margherita Sarfatti, che fu amante e consigliera politica di Mussolini.

Il testo integrale inedito che abbiamo potuto consultare in anteprima fu scritto in lingua inglese, probabilmente tra il 1943 e il 1944, sotto il titolo My Fault. Gli storici e i biografi dell’intellettuale ebrea per decenni hanno dato la caccia al manoscritto, che si riteneva fosse in francese e che fosse intitolato Mon erreur.

La stessa Margherita Sarfatti pubblicò alcune parti del suo memoriale su un quotidiano argentino, “Crítica”, rinunciando tuttavia alla divulgazione di alcuni capitoli di notevole rilevanza politica. Ma veniamo al contenuto delle rivelazioni. La Sarfatti, che negli anni Venti fu la first lady semi-ufficiale del regime, premette su Mussolini perché ammettesse solennemente la sua responsabilità de facto nell’assassinio del leader socialista Giacomo Matteotti, avvenuto ad opera di sicari della “Ceka” fascista, nel giugno 1924.

Il 3 gennaio 1925, il capo del governo pronunciò un discorso alla Camera in cui “legittimò” a posteriori quel fatto di sangue, quale scaturigine estrema – ancorché non desiderata – della sua lunga azione ideologica e politica svolta a partire dal 1914. Le parole conclusive dell’intervento non sono state finora chiarite nel loro esatto significato. Il duce disse infatti: «L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa; gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza se sarà necessario. Voi state certi che nelle quarantotto ore successive al mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area, come dicono».

Che significava, questo riferimento sibillino al definitivo chiarimento, così imminente da non essere più rinviabile? Lo apprendiamo solo ora, grazie alle memorie postume di Margherita Sarfatti. La verità viene finalmente alla luce per la prima volta dopo ottantacinque anni. Citiamo il testo del memoriale sarfattiano: «Riguardo a questo discorso, c’è un rebus irrisolto che a quel tempo tormentò chiunque s’interessasse alla politica. Solo Vittorio Emanuele, re d’Italia, e Mussolini avrebbero potuto risolverlo. Oltre a loro, sono l’unica destinataria delle confidenze di Mussolini sulla questione[corsivo nostro, ndr]. Mussolini dichiarò solennemente in Parlamento che non sarebbero passati tre giorni senza che l’Italia vedesse le misure drastiche che egli era in grado di prendere contro l’opposizione. Tuttavia, il 4, il 5 e il 6 [gennaio] passarono senza che succedesse nulla.

Solo quaranta giorni dopo, Mussolini nominò il borioso estremista Roberto Farinacci segretario del partito come premio per la sua inalterabile truculenza. Quindi si ammalò improvvisamente, svenendo per un’ulcera allo stomaco. E il grande evento annunciato? Quando lo aveva annunciato, o vi aveva fatto cenno, in Parlamento, aveva pensato che fosse inutile chiedere il consenso, che riteneva scontato, del docile re al suo piano: l’immediato inatteso scioglimento del Parlamento, con il conseguente brillante arresto di tutti i membri dell’opposizione». Soltanto che quel “via libera” del sovrano all’abolizione delle libertà democratiche non era affatto scontato. Vittorio Emanuele, nel gennaio nel ’25, si oppose risolutamente al duce, così come aveva rifiutato di firmare il decreto sullo stato d’assedio presentatogli dal premier Luigi Facta, per bloccare la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Margherita Sarfatti è l’unica fonte in grado di ricostruire quella pagina drammatica della nostra storia, rimasta finora occultata.

Così la ninfa Egeria del fascismo racconta lo scontro di potere che oppose Vittorio Emanuele a colui che era ancora il suo primo ministro costituzionale: «Il mattino del 4 gennaio, quando Mussolini si presentò in udienza al re e gli sottopose il decreto di scioglimento del Parlamento perché lo firmasse, come misura necessaria e dovuta, si verificò una scena di una violenza senza precedenti. Inaspettatamente il re gli oppose un fermissimo e secco rifiuto. “Sono stato educato secondo principi liberali. Sono assolutamente democratico, per natura e convinzione. Ho giurato sulla Costituzione e i Savoia non sono mai stati spergiuri. Non firmerò mai”. Mussolini insistette, pregò, si disperò, supplicò e persino minacciò. Invano. “È contro la mia coscienza. Non lo farò.

Se voi e i vostri uomini di partito vorrete prendervi la mia vita, fatelo; sono e soprattutto mi sento vecchio e consunto; la mia vita non è altro che un povero straccio logoro e consumato. Potete prendervela se volete. Ma ho idee e convinzioni alle quali resterò fedele fino alla fine. Rispetto la parola data, e la Costituzione appartiene ad essa. Non andrò e non desidero andare oltre i vincoli della Costituzione e violare la legge. Non firmerò, nemmeno a costo della mia vita”». Se, dunque, Vittorio Emanuele ebbe la forza e il coraggio di dire “no” a Mussolini al principio del 1925, rifiutando lo “strappo” allo Statuto, si deve aggiungere tuttavia che abdicò a questi stessi doveri a cominciare dall’anno successivo.

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