Tre mesi minimo per rispondere a una richiesta di credito. Con funzionari incompetenti e paurosi. Intanto le piccole e medie aziende a conduzione familiare falliscono una dopo l’altra. Così muore l’ex locomotiva del Paese
Paolo Tessadri per “L’Espresso“
Le grandi banche non hanno dato un grande esempio in fatto di aiuti alle imprese: impiegano tre mesi prima di dare la risposta a una richiesta di finanziamento. Il tempo che basta a un imprenditore per fallire… Paolo Salviato, direttore di Veneto Garanzie, società che offre garanzie di fideiussione, non ha peli sulla lingua. E sulle abitudini del sistema del credito picchia duro: “Mandano qui nel Nordest giovani ragazzini senza competenza, passacarte, così le filiali non hanno autonomia, zero virgola zero. Hanno una burocrazia pesante e fanno istruttorie infinite e valutazioni incomprensibili”.
Le parole di Salviato amplificano quanto detto recentemente dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, a Vicenza: “Le difficoltà di accesso al credito si sono accentuate, con una riduzione del 3,5 per cento, superiore alla media nazionale, che riflette comportamenti più cauti delle banche”. Ma le grandi banche “hanno un legame meno intenso con il territorio, che rappresenta invece uno dei punti di forza della rete degli Istituti di media e piccola dimensione”.
Tuttavia non è solo un problema di grandi banche e di finanziamento alle imprese, perché è la locomotiva d’Italia ad essere andata in crisi, sempre secondo Draghi: “Il Nordest è un’area cruciale per l’intera economia italiana. Vi risiede un quinto della popolazione, vi si produce un quarto del Pil del settore privato; è da questa area che origina poco meno di un terzo delle esportazioni italiane”.
Ma nel 2009 a Nordest il prodotto è calato del 5,6 per cento e le esportazioni del 22 per cento. Le imprese che hanno chiuso il bilancio in perdita sono più che raddoppiate tra il 2007 e il 2009, dal 14 al 30 per cento. E secondo i dati dell’ufficio studi della Cgia, l’associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, in Veneto le sofferenze bancarie sono passate da 2,8 miliardi di euro del 2007 a 5,5 miliardi nel primo quadrimestre del 2010. //
Solo un fatto congiunturale? Pare proprio di no. L’economia del Nordest deve ristrutturarsi perché è andato in crisi proprio uno dei punti di forza del suo tessuto imprenditoriale, e cioè la ridotta dimensione delle imprese (il 97 per cento ha meno di nove dipendenti e l’82 per cento non supera i cinque). A soffrire è proprio l’impresa familiare, quella con il capannone attiguo alla casa di abitazione. Il cui punto di forza si è spesso trasfromato nel suo tallone d’Achille.
“Lo sviluppo ha tratto vigore specie in Veneto ed Emilia Romagna dalla diffusione dei distretti industriali, sistemi di piccole imprese che superavano gli svantaggi della piccola dimensione industriale, attraverso la specializzazione”, ha ricordato Draghi. Eppure, sebbene “la piccola dimensione presenti il vantaggio della flessibilità, della capacità di adeguarsi con rapidità ai cambiamenti del contesto”, oggi “la dimensione troppo piccola trova difficoltà a far fronte all’avvento dei paesi emergenti, alla diffusione delle nuove tecnologie e ostacola la grande innovazione, che richiede elevati investimenti in ricerca e sviluppo”.
Dunque il laboratorio Nordest, fino a ieri motore di quella parte vitale del paese rischia di restare in panne? Il fatto è che non è stata la crisi a bloccare la macchina: la crisi ha solo accentuato il danno, che parte da lontano. Dice Luigi Coppello, segretario della Cisl di Vicenza: “Non è vero che il Nordest negli ultimi dieci anni sia andato meglio del resto d’Italia. La frenata del pil pro capite è una tendenza di lungo periodo: eravamo una delle regioni più ricche d’Europa, ora siamo sotto la media Ue. All’inizio del decennio la ricchezza prodotta da ogni residente del Nordest staccava di quasi 1.600 euro quella degli altri cittadini europei e di 2.600 euro i connazionali”.
Da allora una progressiva discesa fino al 2009, quando il pil pro capite è tornato ai livelli del ’98, undici anni fa”. Antonio Silvestri, sindacalista della Fiom di Padova, che sta ogni giorno a contatto con le aziende in crisi, la vede così: “Le piccole industrie con scarsa liquidità sono saltate quasi tutte e anche quando potrebbero sopravvivere ci si mettono le banche a fare danni”.
L’esempio arriva dalla Lofra, azienda di Teolo nel Padovano che aveva 100 dipendenti con elevata professionalità nella costruzione dei forni per cucine. “La principale causa del dissesto è imputabile alla proprietà”, rimarca Silvestri, “tuttavia le banche hanno chiuso i rubinetti dei finanziamenti e la fabbrica è rimasta chiusa fino allo scorso marzo, quando sono subentrati gli iraniani della Eurostyle, che hanno rilanciato la produzione e riassunto 75 dipendenti. Ma le due banche creditrici chiedevano il fallimento dell’azienda pur di recuperare parte del credito, senza verificare le potenzialità dell’azienda”.
Dito puntato contro le banche anche dall’Api di Venezia, l’associazione dei piccoli industriali. “Ecco le chiavi, gestite voi le aziende”, hanno detto rivolti all’Abi, l’associazione bancaria. “È incredibile che aziende che fatturano due milioni l’anno si vedano chiedere di rientrare appena hanno mille euro di scoperto”.
Giuseppe Bortolussi, leader degli artigiani di Mestre, usa la scure sui grandi gruppi finanziari e bancari: “È un dato di fatto, non danno soldi. I tassi concessi dalla Banca d’Italia sono bassi, le banche hanno liquidità in cassa, ma hanno preferito investire in impieghi sicuri e non nell’industria. In alcuni casi non hanno nemmeno finanziato i mutui sulla casa, con la garanzia ipotecaria. Ora hanno paura delle insolvenze, perché all’inizio della crisi i fallimenti per le imprese decotte e con scarsa liquidità ci sono stati; in questi mesi tocca invece a quelle in crisi industriale e che hanno tenuto duro sperando in una ripresa”. “Ripresa è una parola troppo forte, diciamo che c’è una risalita”, precisa Daniele Marini della Fondazione Nordest: “le indicazioni danno un recupero del terreno perduto, in termini di crescita del pil, solo nel 2018. Sulla buona strada sono quelle imprese che hanno puntato sull’internazionalizzazione, come la Lotto, la Geox, e il settore della scarpa della Riviera del Brenta”, conclude Marini.
Antonio Dorella del Consorzio di garanzia degli artigiani di Treviso, il secondo per importanza nel Veneto, non ci sta a mettere tutte le banche nello stesso calderone. “Gli istituti più grandi spesso fanno valutazioni sulle capacità delle imprese troppo superficiali e parziali: non si dà un rating negativo per una sola insolvenza”, dice. “A noi adesso arrivano fino a 105 domande a settimana di fideiussione bancaria; prima erano meno di 50. Dopo tre giorni diamo una risposta. Le insolvenze sono salite dallo 0,45 all’1 per cento”.
Le banche di credito cooperativo, più legate al territorio, si sono invece fatte carico della crisi e hanno ottenuto il plauso di Draghi. Andrea Bologna, direttore generale del Credito cooperativo veneto elenca alcuni dati: “Abbiamo finanziato il 27 per cento delle imprese venete a costo di far salire del 60 per cento le sofferenze. Infatti gli impieghi sono aumentati del 5 per cento, contro un calo del 2 del resto del sistema”. E si prevede un ulteriore incremento del 13 per cento a fine 2010. Merito riconosciuto anche dalla sindacalista della Cgil del settore bancario Elena Digregorio: “Le piccole e medie imprese vivono sulle banche, quelle più legate al territorio, che hanno sostenuto lo sforzo maggiore”.
Ma qualcosa sta cambiando. Unicredit ha nominato i responsabili territoriali ed ammette, come fa Claudio Rigo, responsabile del Nordest, che “la riorganizzazione va nella direzione di contribuire allo sviluppo delle comunità locali, con una forte autonomia dei punti di responsabilità sul territorio”. Analoga politica per il gruppo Cariparma FriulAdria del gruppo francese Crédit Agricole, che punta dritto a Nordest con crediti a favore delle imprese con un fatturato inferiore ai 2,5 milioni di euro. Per tornare a crescere l’Italia ha bisogno di un Nordest che, come sostiene Draghi, “deve guardare avanti, alle regioni più avanzate d’Europa”. Non un Nordest che resti immobile a leccarsi le ferite.
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