Tisserant l’americano

Paolo Vian per “L’Osservatore Romano

L’indizio è minimo ma significativo. Siamo nel gennaio 1923, in Biblioteca Vaticana si stanno trasportando le casse con i manoscritti e gli stampati della Biblioteca Chigiana che qualche giorno prima il presidente del Consiglio dei ministri italiano Benito Mussolini ha inopinatamente deciso di “aggregare” alla biblioteca papale per blandire, prime mosse per la Conciliazione, l’antico prefetto dell’Ambrosiana e della Vaticana Achille Ratti, divenuto Pontefice col nome di Pio XI, ma rimasto, nel cuore e nell’animo, sempre un bibliotecario. Ebbene, col vigore e con l’euforia dei suoi quarant’anni non ancora compiuti, Eugène Tisserant, lo “scrittore orientale” della Biblioteca, non esitò un attimo a prendere sulle spalle le casse con i preziosi volumi per trasportarle all’interno, come uno degli uomini di fatica della Biblioteca. Lo slancio fu tale che nel trasporto Tisserant si ruppe l’ulna destra all’altezza del polso e dovette rimandare di qualche settimana la partenza per una missione, voluta dallo stesso Pio XI, nei paesi  balcanici  e nel vicino Oriente alla  ricerca  di  manoscritti  e  stampati che il rimescolamento politico in quello scenario, bruscamente orbato dalla  presenza  della Grande Porta, poteva  fornire  con propizia abbondanza.
Tisserant (1884-1972) è senza alcun dubbio una delle principali figure nell’ambito del Sacro Collegio del Novecento, con una vita quasi precisamente scandita in due fasi. Dal 1908 al 1936 fu uno dei protagonisti della modernizzazione della Biblioteca Apostolica Vaticana. “Scrittore” per le lingue orientali, autore di cataloghi di manoscritti armeni, etiopici e copti, emissario di Pio XI in Oriente negli anni 1923-1924 (insieme a Cirillo Korolevskij) e ancora nel 1926, braccio destro dei prefetti dell’istituzione per almeno un ventennio, fu soprattutto lui, Tisserant, il referente, l’interlocutore, l’indispensabile sponda vaticana di quell’opera di collaborazione con il Carnegie Endowment for International Peace che fra gli anni Venti e Trenta del xx secolo trasformò la biblioteca dei Papi fecondandola con i modelli della biblioteconomia americana. Negli Stati Uniti il poliglotta Tisserant si recò fra l’aprile e il luglio 1927:  un memorabile viaggio che lo mise a contatto col cuore pulsante della modernità; e vi tornò nel 1933. Da quei viaggi intrapresi per conoscere nelle biblioteche americane soluzioni e pratiche da introdurre in Vaticana, guadagnò sul campo, come gli antichi Romani, l’aggettivo eponimo di “americano”, che allora era come dire l’efficiente, il pratico, il decisionista. Tutte caratterizzazioni che si attagliano bene all’uomo che, fra i primi nel mondo curiale (è un altro piccolo indizio), utilizzò la macchina da scrivere per le scritture private e per i lavori personali, defraudando i futuri lettori del contatto con la sua inconfondibile grafia minuscola, serrata, regolare, sistematica, che non bisogna essere grafologi per interpretare quale espressione di un carattere volitivo e deciso come pochi altri.
Papa Ratti doveva ammirarlo anche per queste qualità e quando nel giugno 1936 si trattò di provvedere alla successione del cardinale Luigi Sincero, segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, pensò naturalmente all’antico collega di Biblioteca, che in quel modo avrebbe trasfuso le sue profonde conoscenze sull’Oriente cristiano nel governo di una congregazione di decisiva importanza per la Chiesa di Roma. Tisserant, creato allora cardinale, fu così prima segretario, poi prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, che visitò in numerosi viaggi. Raramente la Congregazione ha avuto un prefetto così profondamente edotto della storia e della vita delle comunità cattoliche orientali:  dal Libano all’India; dalla Palestina all’Egitto; dai Balcani alla Mesopotamia. Dal 1946 Tisserant divenne anche vescovo suburbicario di Porto e Santa Rufina e dal 1951, come decano del Sacro Collegio, anche di Ostia:  in nessun caso Tisserant accolse gli incarichi come sine cura da scaricare su spalle altrui. Nel 1957, morto Mercati, tornò alla Vaticana come Bibliotecario e Archivista di Santa Romana Chiesa e tale rimase sino al 27 marzo 1971, al momento del ritiro da ogni incarico (l’Ingravescentem aetatem, sicuramente da lui patita, è del 21 novembre 1970) e alla vigilia della morte ad Albano (21 febbraio  1972).  Ma  della  Vaticana  non  divenne  mai prefetto, a pieno titolo, e fu questo probabilmente il dolore più grande della sua vita, per la quale vengono alla mente i precedenti degli Assemani o di Angelo Mai e di Gaspare Mezzofanti, se non fosse in realtà un’esistenza singolarissima e senza confronti.
Eugène Tisserant attende ancora un biografo che dia conto e ragione di questa sua esistenza ricchissima, spesa senza risparmio e senza perdere tempo – come scriveva ai parenti nel 1904 appena insediato a Gerusalemme per studiare alla Scuola Biblica le lingue orientali – su fronti apparentemente non comunicanti, dall’erudizione alla diplomazia, dalla grande politica ecclesiastica all’impegno pastorale per le sue diocesi suburbicarie. Di una biografia – difficile proprio per la molteplicità degli scenari in gioco – non mancano le premesse, a incominciare dagli atti del convegno svoltosi all’Institut Catholique di Toulouse nel novembre 2002, passando per le corrispondenze, i diari, le memorie dei più diversi personaggi che ebbero modo di incontrare questo cardinale animoso, per vocazione universalista, ma al tempo stesso visceralmente francese, ardentemente antinazista come nel dopoguerra sarebbe stato anticomunista. Eppure per cogliere il segreto di questo “grande talento”, di questa “energia poderosa”, di questa “vita intensa” – sono parole a lui riferite il 24 marzo 1964 da Paolo vi, che lo conosceva bene – per attingere al motivo unificante e ispiratore di impegni diversi pochi scritti saranno utili come il volume pubblicato da Hervé Gaignard (La vie spirituelle du cardinal Eugène Tisserant. Entre perfection et saintété (1908-1945), Paris, Éditions Parole et Silence, 2009, pagine 118, euro 13), dal 2000 prete della diocesi di Toulouse ove insegna nell’Institut Catholique.
La ricerca di Gaignard apre uno squarcio eccezionale sull’intimità di questo uomo di Chiesa del quale molti hanno conosciuto gli aspetti più esteriori senza comprenderne i moventi profondi. Tutto è fondato su documenti degli archivi privati del porporato conservati nella Francia meridionale dall'”Association Les amis du cardinal Tisserant”, sulle note e soprattutto sulla corrispondenza con Charles Ruch (1873-1945), dal 1919 vescovo di Strasburgo, e con il canonico parigino Samuel Hecquet (1907-1970). Dalla Pentecoste del 1919 Tisserant è infatti membro della “Société des prêtres de Saint-François-de-Sales”, una fraternità sacerdotale di preti diocesani fondata nel 1876 da Henri Chaumont per la santificazione dei suoi partecipanti. Gli affiliati, i probandés, sono tenuti a presentare dettagliati resoconti mensili dei progressi e delle difficoltà del loro cammino spirituale al probateur al quale sono affidati e che personalmente li guida, li consiglia, li incoraggia. Attraverso le relazioni ai probateurs Ruch ed Hecquet, attraverso i tableaux de regularité, siamo così introdotti nella pietà ordinaria di Tisserant:  non quella di un mistico, ma la pratica semplice e umile di un “povero cristiano” perseguita però con la determinazione, con la disciplina militare, con la seria sistematicità che il prete lorenese applicava in ogni sua attività.
Ciò che a Tisserant innanzi tutto preme è servire Dio e la Chiesa nel compimento quanto più possibile perfetto del dovere di stato – si tratti di un catalogo di manoscritti o di un viaggio nell’Oriente cristiano – per essere santo. Nel volume di Gaignard è affascinante seguire Tisserant nel suo rapporto con la preghiera, nel costante sforzo di vincerne la freddezza e il formalismo, ma anche nelle grandi, profonde e prolungate crisi originate dal clima romano negli anni del modernismo e della sua repressione, dalle tensioni interne alla Biblioteca Vaticana e dalle problematiche e sofferte relazioni con Mercati, dai complessi e spesso tragici scenari delle Chiese orientali a lui affidate. Senza infingimenti Tisserant si rivela e si confessa impaziente, ipercritico, a volte collerico, ferocemente esigente con se stesso prima ancora che con gli altri, mentre si dibatte fra l’amor proprio, la coscienza delle sue, per certi versi, straordinarie qualità, il perseguimento dei progetti personali e l’antitetica volontà di annullarsi nell’obbedienza; di perdere se stesso per ritrovarsi veramente. La costante tensione, l’ininterrotto tormento alla fine viene superato con un abbandono totale alla Provvidenza, al quale con dolcezza e continuamente lo spinge Ruch; un abbandono che non è un atto di passività, ma, ancora una volta, di azione; coerente con quella spinta all’agire e al “non perdere tempo” che ha come percorso e divorato l’intera esistenza del cardinale.
Al termine del volume di Gaignard vien da pensare alla lotta di Giacobbe con l’angelo durata una notte. Per tutta la vita Tisserant ha combattuto con se stesso, con le circostanze, con gli altri, per piacere a Dio, al di là dei propri interessi e di se stesso. Alla fine, “allo spuntare dell’aurora” (Genesi, 32, 25), prevale un grande senso di pace, nella luce di quella confiance che i suoiprobateurs gli avevano instancabilmente raccomandato come condizione in cui vivere ogni momento. “La bella e santa via – aveva scritto Ruch a Tisserant il 9 agosto 1931 – è fare tutto con Dio, per Dio, sotto lo sguardo di Dio nel suo amore”. La dolcezza di san Francesco di Sales ha ammansito il leone, donandoci un’altra, altissima testimonianza della bellezza della direzione spirituale e della grandezza del sacerdozio cattolico.

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Una Risposta to “Tisserant l’americano”

  1. HOMELESS-NOT-HELPLESS.ORG Says:

    It’s impressive that you are getting thoughts from this article as well as from our argument made here.

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